L’Europa concede uno 0,6% di flessibilità fiscale all’Italia


La Commissione Europea ha proposto una flessibilità fiscale mirata per rispondere al problema energetico. Il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha annunciato l’introduzione della misura all’interno del pacchetto di primavera del Semestre Europeo 2026: «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica» che «consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili». Dombrovskis ha chiarito le condizioni, sottolineando: «non sarà possibile utilizzare lo 0,3 percento del Pil ogni anno per tre anni consecutivi; il limite complessivo sull’intero periodo resta pari allo 0,6 percento del Pil; tutto questo rimane all’interno del limite esistente dell’1,5 percento del Pil previsto dalla clausola nazionale di salvaguardia per la difesa». Per gli Stati membri che hanno già sfruttato l’intera flessibilità servirà una valutazione sul debito.

In pratica, Bruxelles impone un tetto che limita quanto il Governo italiano potrà spendere o tagliare tasse nei prossimi anni. Qualsiasi manovra extra (nuovi tagli delle accise o bonus) dovrà stare al di sotto di questo limite, molto stretto, altrimenti scatteranno come sempre richiami e/o sanzioni.

«Riteniamo – ha spiegato Dombrovskis –  che la crisi energetica si stia rivelando più persistente di quanto inizialmente previsto. Lo Stretto di Hormuz continua a essere chiuso e, di conseguenza, persistono gli effetti negativi derivanti dagli elevati prezzi dei combustibili». Sul quadro congiunturale, il commissario ha detto: «Continuiamo a mantenere il nostro messaggio sulla necessità di misure temporanee e mirate». La clausola nazionale di salvaguardia non obbliga a fare nulla, dice anche il commissario europeo, ma «fornisce semplicemente ulteriore flessibilità per fare determinate cose […] entro i limiti previsti».

L’alto costo dell’elettricità, legato al gas, impone di accelerare sulle “rinnovabili” e Roma deve rispettare i percorsi di bilancio, pur dovendo portare la difesa al 2 percento del Pil nel 2026 (di contro, il deficit tedesco al 3,7 percento è conforme perché giustificato dalle spese militari).
Questo mentre la cosiddetta “coesione” italiana invece resta sotto la media. La Commissione infatti sottolinea l’importanza di «accelerare gli sforzi» per garantire una rapida realizzazione degli investimenti e massimizzarne l’impatto sul territorio. L’Italia, è l’accusa di Bruxelles, continua ad affrontare «sfide nell’attuazione» dovute a «debole capacità amministrativa», alla «lenta realizzazione dei progetti infrastrutturali» e a una «governance frammentata tra livello centrale e regionale». Problemi che, osserva Bruxelles, ostacolano i progressi in materia di occupazione, competenze e inclusione sociale, e che ritardano gli investimenti nelle tecnologie strategiche e nell’edilizia abitativa accessibile e sostenibile.
L’esecutivo europeo richiama inoltre Roma ad «accelerare l’attuazione» del Fondo per la “transizione giusta”, ricordando che le relative risorse «devono essere erogate entro la fine del 2026». Bruxelles ritiene infine «essenziale» che i nuovi investimenti individuati dall’Italia nella revisione intermedia dei fondi di coesione, in particolare quelli collegati alle cinque priorità individuate dal regolamento sulla revisione intermedia, siano attuati «rapidamente ed efficacemente».

Ma Antonio Tajani esprime soddisfazione: «la Commissione europea accoglie le proposte dell’Italia a favore di una maggiore flessibilità per affrontare le sfide della crisi energetica. È un altro successo del governo italiano, frutto della nostra credibilità in Europa».
Secondo il il capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento Europeo Carlo Fidanza, «il governo Meloni smentisce gli scettici e i gufi e ottiene un significativo risultato in sede europea, riuscendo a garantire all’energia la stessa flessibilità accordata finora agli investimenti in difesa. Una flessibilità di cui potranno beneficiare tutti gli Stati membri, superando così la risposta parziale data alcuni giorni fa dalla Commissione Ue con l’allentamento del regime sugli aiuti di Stato, che avrebbe finito col favorire soltanto gli Stati con maggiore capacità fiscale».
«La flessibilità non è un tabù né una concessione» dice poi Maurizio Lupi, che aggiunge: «il sì della Commissione europea alla richiesta del nostro Governo di estendere clausola di salvaguardia nazionale anche all’energia è perciò una scelta sacrosanta, che riconosce l’esigenza di rispondere a una crisi energetica provocata da guerre non volute da noi prevenendo una recessione che danneggerebbe tutti».

Critiche invece le opposizioni. Per il senatore Avs Peppe De Cristofaro «l’Europa ha dato l’ok alla flessibilità, fino allo 0,3% del Pil l’anno, per misure che vanno nella direzione della riduzione delle fonti fossili, per le energie rinnovabili e non per misure come la riduzione delle accise sui carburanti. La flessibilità europea serve a uscire dalla dipendenza dai carburanti fossili non per finanziarli come vorrebbe Meloni». Per il dem Andrea Orlando «questa risposta della Ue sa un po’ di beffa, perché sostanzialmente si dice che si possono utilizzare risorse […] ma in investimenti sulle rinnovabili e sull’elettrico» mentre, ragiona Orlando, «il Governo italiano nel corso di questi anni ha fatto una polemica ad alzo zero proprio sul tema della transizione verde, quindi l’Europa gli sta dicendo che possono fare la transizione verde che non volevano fare».

Posizioni che stonano però con quelle del Pd a Bruxelles, che invece definisce la flessibilità come una «buona notizia per l’Italia, per le famiglie e per le imprese» perché dimostrano che l’Europa sa «reagire alle sfide di oggi». Pierfrancesco Maran e Nicola Zingaretti osservano infatti: «la possibilità di attivare fino a circa 14 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi offre al nostro Paese l’opportunità di realizzare un grande piano energetico nazionale».




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 Guglielmo Macavò

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