Come spesso accade, siamo riusciti a prendere una questione seria e trasformarla in un tiro al bersaglio con il nome più famoso scritto al centro. Invece di discutere delle condizioni di lavoro nel settore dell’animazione, dei compensi, dei contratti e delle tutele, il dibattito si è rapidamente concentrato su Zerocalcare. Che in questa storia è l’autore, non l’ufficio paghe.
La serie è Due spicci, uscita su Netflix da pochi giorni. La polemica è esplosa dopo la diffusione sui social di alcune storie Instagram e testimonianze anonime attribuite a professionisti del settore dell’animazione che denunciavano compensi ritenuti troppo bassi, ritmi di lavoro pesanti e condizioni di precarietà diffuse. In particolare, alcune di queste segnalazioni parlavano di paghe che, secondo i racconti circolati online, sarebbero risultate molto inferiori a quelle considerate adeguate al livello di specializzazione richiesto.
Le storie sono state rilanciate da diversi profili e hanno rapidamente attirato l’attenzione di media, addetti ai lavori e politica, trasformando una discussione interna al settore in un caso pubblico. Solo che il dibattito è partito già storto. Titoli, accuse, caroselli anonimi, diffide, indignazione a pacchi, gente che fino a ieri confondeva un animatore con uno che fa le feste dei bambini al centro commerciale e oggi improvvisamente presidia la Bastiglia del lavoro creativo.
La replica di Zerocalcare ha il pregio raro di stare dentro due cose insieme. Da una parte si difende spiegando il proprio ruolo. Autore. Quello che scrive la storia, disegna i personaggi, presta la voce, tiene insieme il mondo narrativo. Quello che dà una forma alla serie. Non quello che assume, paga, decide i contratti, gestisce il budget o firma le buste paga. Sembra una distinzione elementare, tipo differenza tra il cuoco e quello che decide lo stipendio del lavapiatti. Eppure, eccoci qui.
Dall’altra, però, non fa il finto tonto. Non si rifugia nel “io non c’entro, arrivederci e grazie”. Riconosce che i settori fondati su contratti a progetto, collaborazioni intermittenti e chiamate successive producono paura. Se parli, magari poi non ti richiamano. Questo vale per l’animazione, certo, ma vale anche per mezza Italia professionale, soprattutto nel lavoro culturale e creativo, dove spesso ti pagano in visibilità, urgenza e “dai che poi cresce”.
I lavoratori vanno ascoltati, non usati come clava
Se ci sono lavoratori e lavoratrici che raccontano compensi bassi, carichi pesanti, finte autonomie, ricatti impliciti o paure di ritorsione, quelle voci vanno ascoltate. Seriamente. Con nomi, documenti, contratti, tempi e verifiche. Perché le stories accendono il fuoco, ma il giorno dopo spariscono, mentre chi lavora resta con lo stesso contratto, la stessa partita Iva e la stessa ansia da consegna.
E i numeri aiutano a togliere questa storia dal teatrino del “ce l’hanno con Zerocalcare”. Secondo ISTAT, nel 2024 gli occupati nei settori e nelle professioni culturali e creative erano 843 mila, il 3,5% dell’occupazione totale. Nel primo semestre 2025 il settore cultura è cresciuto ancora, con un aumento degli occupati del 2,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Quindi parliamo di una filiera vera, con persone vere, competenze vere, consegne vere.
Solo che dentro il mercato del lavoro italiano la stabilità resta meno larga di quanto racconti la brochure motivazionale. Nel Rapporto annuale 2026, ISTAT divide gli occupati tra lavoro standard, quasi standard e vulnerabile: nel 2025 le forme standard riguardano 15,7 milioni di persone, quasi due terzi degli occupati, mentre i lavoratori vulnerabili restano oltre 4 milioni, il 17% del totale. Tra le donne la quota sale intorno al 23%, tra i giovani dai 15 ai 34 anni supera il 30%. Quindi questa storia non può essere ridotta al “Zerocalcare sì, Zerocalcare no”. Il punto sono le condizioni materiali di chi lavora nella cultura mentre tutti applaudono la cultura.
Questo non cancella il problema dei lavoratori. Anzi, lo rende più chiaro. Se il sistema è così fragile da impedire alle persone di parlare persino con chi potrebbe dare visibilità alla loro vertenza, allora il sistema ha un problema ancora più grosso. Se un freelance ha paura di raccontare una condizione di lavoro perché teme di perdere il progetto successivo, siamo già dentro una forma di disciplina silenziosa. Non serve il cattivo con il mantello. Basta la precarietà organizzata bene.
E dentro questa precarietà organizzata bene ci stanno anche le partite IVA, che in Italia vengono spesso raccontate come il regno dell’autonomia, della libertà, del “ti gestisci tu”. Certo. Ti gestisci tu la fattura, i contributi, i bonifici che arrivano quando vogliono loro, la malattia presa con senso di colpa e quella sensazione meravigliosa di essere indipendente finché devi pagarti tutto da solo, poi improvvisamente parte della squadra quando bisogna correre, consegnare e stare zitto.
Il dato fiscale del MEF completa il quadro: nel 2025 sono state aperte più di 500 mila nuove partite IVA, quasi sette su dieci da persone fisiche, e quasi una nuova apertura su due è finita nel regime forfettario. Nessuno sta dicendo che ogni partita IVA sia finta o fragile. Sarebbe una sciocchezza. Però questi numeri raccontano un Paese dove una massa enorme di persone lavora da sola, contratta da sola, rischia da sola. E quando questa solitudine entra nelle filiere creative, tra consegne, progetti, chiamate successive e paura di sparire dal giro, la parola “autonomia” comincia a fare un rumore strano. Tipo una porta che si chiude piano.
Poi arriva Gasparri, con l’elmetto di cartapesta
E qui entra in scena Maurizio Gasparri. Che, diciamolo con tutta la calma possibile, in questa storia sembra uno che ha visto passare un treno e ci si è buttato sopra con la grazia di un frigorifero giù per le scale. Presenta un’interrogazione parlamentare, chiede verifiche, parla di compensi, diritti, lavoro. Benissimo. Le verifiche servono. Sempre. Solo che la frecciatina di Zerocalcare arriva dritta perché ha il retrogusto amaro delle cose ovvie: il giustiziere parlamentare dei lavoratori creativi appartiene alla stessa area politica che sul salario minimo ha fatto muro per anni, preferendo altre formule, altri giri, altre deleghe, altri modi per dire “vediamo” mentre le persone continuano a prendere paghe da sopravvivenza.
E allora sì, fa un certo effetto. Perché se ti interessa il lavoro sottopagato, ti deve interessare anche quando non puoi usarlo per colpire Zerocalcare. Ti deve interessare nei magazzini, nei call center, nelle redazioni, negli studi grafici, nelle cooperative, nei ristoranti, nei cantieri, nelle finte partite Iva che lavorano come dipendenti senza avere le tutele dei dipendenti. Ti deve interessare quando non produce un titolo comodo. Quando non c’è il fumettista di sinistra da appendere al muro. Quando non puoi fare il moralista con la mano sul cuore e il piede già pronto sul pedale della propaganda.
La battuta di Zero su Gasparri funziona perché mette a nudo questa acrobazia: indignarsi per i presunti 6 euro lordi l’ora dentro una polemica mediatica e poi stare politicamente da un’altra parte quando si discute di una soglia minima di dignità salariale. Una capriola notevole. Da olimpiade del tempismo selettivo.
Una cosa buona può uscire anche da un delirio
La parte più interessante della replica, però, arriva quando Zerocalcare prova a immaginare qualcosa. Un osservatorio sulle condizioni di lavoro nel settore. Una forma di rating sui salari. Un albo delle produzioni virtuose e di quelle da evitare, così gli autori possono scegliere con chi collaborare sapendo dove stanno mettendo il proprio nome. Lui stesso lo dice: non è animatore, non è produttore, non ha gli strumenti tecnici per proporre la soluzione perfetta. Però riconosce di essere parte della filiera. E questa è una frase importante, perché sposta la responsabilità dal bersaglio individuale alla rete di rapporti.
Gli autori non devono diventare uffici ispettivi ambulanti, con il blocchetto dei verbali sotto il braccio. Però possono pretendere trasparenza. Possono chiedere con chi stanno lavorando, mettere il proprio peso pubblico a disposizione quando emergono problemi.
E noi, da fuori, possiamo fare una cosa ancora più semplice: smettere di usare i lavoratori come arma da lancio nella rissa del giorno. Se il caso degli animatori di Due spicci serve davvero a parlare di tutele, compensi, contratti e filiere creative, ben venga. Se serve solo a fare il tiro al bersaglio contro Zerocalcare, durerà quarantotto ore, produrrà titoli, commenti, faccine indignate e poi finirà nel grande secchio dell’internet italiano, accanto alle polemiche sui presepi, sulle canzoni di Sanremo e sulle merendine gender.
Zerocalcare si è difeso. Ha fatto bene. Ora sta agli altri decidere se entrare nel merito con documenti, proposte e coraggio, oppure restare fuori a urlare contro il citofono. Perché i lavoratori meritano più di un carosello. E pure più di un’interrogazione usata come manganello di cartone.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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