Aeroporto di Catania e Etna: decenni di annunci, zero soluzioni


Nel pieno del caos dell’aeroporto di Catania – chiuso da giorni per la cenere vulcanica provocata dalla nuova eruzione dell’Etna – la politica si risveglia. Il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, sottolinea che l’emergenza “conferma la necessità di potenziare ulteriormente il sistema aeroportuale dell’Isola” mentre il suo predecessore, e attuale ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, tiene a precisare – in caso qualcuno avesse dei dubbi – che a “essere fuori posto” non è “il vulcano ma l’aeroporto”. Musumeci elenca anche quanto da lui fatto da governatore e da presidente della provincia di Catania. E in effetti idee, ipotesi e progetti in questi ultimi decenni non sono mancati: dal potenziamento di Comiso fino all’opzione Enna, con tanto di breve apparizione dei cinesi. Ma cosa è cambiato? Nulla o quasi: a ogni eruzione dell’Etna scatta il rischio di blocco dell’aeroporto e i conseguenti disagi per i passeggeri. Lo scalo di Comiso non è però in grado di “subentrare” al Fontanarossa: è, infatti, troppo piccolo rispetto a quello catanese. E poi c’è anche un aspetto a tratti paradossale. Anche l’aeroporto nel Ragusano può avere problemi (anche se di entità minore) con l’eruzione del vulcano: da martedì sera a mercoledì mattina, ad esempio, l’attività di volo è stata sospesa proprio per “contaminazione” da cenere lavica emessa dall’Etna.

I problemi del quinto aeroporto italiano

Il problema di Fontanarossa non è soltanto la distanza dall’Etna, ma anche la sua posizione rispetto al vulcano. Alcuni studi scientifici (come uno pubblicato sulla rivista Natural Hazards and Earth System Sciences) sottolineano infatti che “a causa della direzione prevalente dei venti, i versanti orientali sono quelli maggiormente interessati dalla deposizione di cenere”. E proprio lì si trova l’aeroporto. Ma perché è stato costruito in quel punto? L’inaugurazione ufficiale come aerostazione civile avvenne nel maggio del 1924 alla presenza di Benito Mussolini. In quegli anni non esisteva l’aviazione commerciale di massa e, naturalmente, non c’erano le moderne conoscenze sui rischi della cenere vulcanica. Ventitré anni dopo ci fu il volo inaugurale delle Linee Aeree Italiane Internazionali (che poi diverranno Alitalia) ma il traffico passeggeri era ancora molto basso. L’incremento notevole dei viaggiatori si registrò solamente negli anni ’60. Un crescendo, intensificatosi negli ultimi anni, che ha portato oggi l’aeroporto di Fontanarossa a essere il quinto scalo in Italia per numero di passeggeri (oltre 12,3 milioni all’anno).

Le eruzioni e le chiusure

Che l’Etna fosse un problema per il traffico aereo divenne chiaro con l’aumento dei voli. In prima pagina sul Corriere della Sera del 5 agosto 1979 c’era un articolo sull’eruzione del vulcano, sottolineando la chiusura dello scalo “per diverse ore” perché “la cenere aveva reso viscide le piste”. La svolta, però, è arrivata nel 2002, con un’eruzione dell’Etna considerata tra le più esplosive degli ultimi cento anni. È durata dal 27 ottobre al 29 gennaio dell’anno seguente, provocando numerosi problemi anche al traffico aereo. Lo scalo rimase chiuso per numerosi giorni e l’Enac arrivò a introdurre un regime straordinario: per 10 giorni l’aeroporto operò soltanto dall’alba fino a 90 minuti dopo il tramonto.

La “vulnerabilità” dello scalo

Quell’anno dallo scalo catanese transitarono 4 milioni di passeggeri. I disagi dovuti all’eruzione diedero impulso anche al dibattito politico. L’argomento della “vulnerabilità del sistema aeroportuale della Sicilia orientale” diventa molto discusso all’Assemblea regionale siciliana. Oggi il ministro Musumeci tiene a ricordare di avere sollevato il problema ancora prima: nel 1999, quando era presidente della provincia, “avevo evidenziato i limiti dello scalo di Fontanarossa e della sua particolare vulnerabilità legata alla vicinanza con l’Etna”. E per questo “inserimmo nel Piano territoriale provinciale la proposta di una delocalizzazione dello scalo”. L’argomento di un’alternativa o un supporto al “Fontanarossa” si fa strada.

Enna e i cinesi

Nel 2003 la Regione apre a un’ipotesi autorizzando le procedure per lo studio di fattibilità e il progetto di massima dell’“Aeroporto intercontinentale del Mediterraneo” da collocare nell’area centro-orientale della Sicilia, anche perché – tra l’altro – lo scalo etneo non ha grandi possibilità di ampliamento. E si fa strada così l’ipotesi di un grande aeroporto tra le province di Enna e Catania. Intanto però iniziano i lavori per il nuovo aeroporto civile di Comiso, in provincia di Ragusa, che prima era uno scalo militare. Ma l’ipotesi di un aeroporto intercontinentale nel centro della Sicilia non viene archiviata: anzi, l’Università Kore inizia a sviluppare il progetto di uno scalo nell’area Centuripe-Catenanuova. E successivamente si propone per portare avanti l’operazione il gruppo cinese HNA. L’apertura ai traffici asiatici però tramonta, anche a causa – secondo ricostruzioni giornalistiche di quegli anni – della contrarietà degli Stati Uniti, tanto che Hillary Clinton nel 2011 (quando era Segretario di Stato con Obama) avrebbe chiesto spiegazioni a Pechino sul progetto, anche per la vicinanza alla base Usa a Sigonella.

Si punta su Comiso

Archiviato il progetto cinese, si spengono le speranze anche per le altre ipotesi di aeroporti sulla piana di Catania ed Enna. Si punta tutto su Comiso. Il 12 maggio del 2011, dopo l’ennesimo blocco di arrivi e partenze a Catania per l’eruzione dell’Etna, l’allora presidente dell’Enac Vito Riggio dichiarava: “Questo episodio conferma l’urgenza di rendere al più presto operativo l’Aeroporto di Comiso anche come alternato di quello di Catania quando si verificano eventi come quello odierno”. Già nel 2003, in un comunicato, l’Enac sottolineava che “l’aeroporto di Comiso rappresenterà un’integrazione di quello di Catania Fontanarossa con il quale diventerà complementare, ad esempio, in presenza di ceneri di nube vulcanica“.

Le sole sei piazzole di sosta per gli aerei

Aperto al traffico civile il 30 maggio 2013, lo scalo “Pio La Torre” di Comiso non gode, da subito, di grande fortuna. Inserito nel sistema integrato aeroportuale della Sicilia Orientale, tra alti e bassi, negli ultimi anni ha vissuto una crisi seria. Ma almeno servirà per sopperire alle emergenze di Catania in caso di eruzione? Non proprio, innanzitutto per dimensioni e capacità, di gran lunga inferiori a quelle di Catania. “Dispone di sole sei piazzole di sosta per gli aeromobili, una capacità che non consentirebbe di gestire i volumi di traffico e il numero di aerei necessari a garantire la piena operatività dei collegamenti durante la sospensione o la forte limitazione delle attività a Catania-Fontanarossa”, ricorda oggi il governatore Schifani che però, contemporaneamente, annuncia la volontà della Regione di “investire nuove risorse per aumentare capacità e operatività” dello scalo ibleo. Tanti voli vengono dirottati su Palermo e Trapani, ma in estate – nel pieno dell’operatività – anche loro possono fare poco.

Il nuovo Piano Nazionale (e l’idea Agrigento)

Il ministro Musumeci, ricordando lo studio preliminare per un nuovo aeroporto nella Piana tra Catania ed Enna, cita “l’ostilità della società di gestione e l’indifferenza degli enti locali interessati”: “Non si tratta oggi di sostenere che quella mia iniziativa debba essere necessariamente ripresa così come era stata concepita allora”, ma – conclude – “credo che il problema esista e meriti una riflessione seria e lungimirante nella programmazione delle grandi infrastrutture, con una visione a lungo termine”. Ma il suo governo cosa fa? Nel nuovo Piano Nazionale degli Aeroporti 2026-2035, scritto dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e dall’Enac, nessun riferimento al problema dell’Etna. Si legge della necessità di potenziare Catania e Comiso che “non paiono sufficienti ad intercettare la domanda di traffico al 2035″, e della possibilità di “effettuata una valutazione politico-istituzionale sulla realizzazione di un nuovo scalo, qualora se ne dimostrasse la sostenibilità economico-finanziaria”. Dove? “Nell’area di Agrigento“. Un altro piccolo aeroporto – un Comiso bis – che sarebbe potenzialmente utile per servire la Sicilia meridionale e una provincia priva di autostrade, ma sicuramente non determinante per affrontare emergenze come quelle del “Fontanarossa”. Di certo, però, è stato funzionale per Matteo Salvini e per alcuni esponenti locali di Fdi che hanno portato l’eterna promessa dell’aeroporto, lo scorso maggio, in campagna elettorale per le comunali ad Agrigento. Che sia poi davvero utile al trasporto aereo dell’Isola, in questi casi, conta relativamente. E l’Etna non sta a guardare.


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Salvatore Frequente

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