#Finsubito news – I robot cinesi per produrre, non solo per stupire: Pudu spinge sul mercato europeo


Quel vecchio adagio pubblicitario “Noi siamo scienza, non fantascienza” continua ad essere d’attualità. C’è chi usa la robotica per stupire, con modelli umanoidi dai movimenti sempre più naturali o che corrono i 100 metri sempre più velocemente: i social sono pieni. E c’è chi invece usa i robot in applicazioni industriali e B2B utili e produttive, senza preoccuparsi troppo dell’effetto “wow”. E non a caso vende migliaia di robot. È il caso di Pudu, giovane ma già grande azienda cinese che ha celebrato lo sbarco diretto in Europa (è stata appena aperta la filiale europea in Germania) con una conferenza stampa ad Amsterdam in cui ha mostrato tutte le sue soluzioni. Certo, ci sono anche i robot umanoidi o semiumanoidi, ma sono il punto di arrivo di una famiglia che predilige l’efficacia del risultato immediato e l’usabilità ai richiami alla fantascienza o al futuro. “Noi dobbiamo soddisfare i bisogni attuali dei nostri clienti, non fare solo ricerca e sviluppo – ha chiarito Felix Zhang, il fondatore di Pudu – Non siamo un laboratorio di ricerca o un’università: realizziamo soluzioni applicabili e produttive oggi”.

Un colosso della robotica nato solo 10 anni fa

Nata nel 2016 nel cuore pulsante di Shenzhen da un’idea dell’ingegnere Felix Zhang, che ha condotto la conferenza stampa di Amsterdam, Pudu Robotics incarna la parabola di come un piccolo laboratorio di automazione possa trasformarsi, nel giro di pochi anni, in un attore globale della robotica commerciale.

Felix Zhang, ingegnere, ha fondato Pudu solo 10 anni fa.

Nei primi anni di vita, l’azienda ha intercettato una necessità concreta quanto trascurata: sollevare il personale della ristorazione dalle mansioni più ripetitive della sala. I robot camerieri (non si pensi a umanoidi ma a carrelli attrezzati e autonomi) hanno preso velocemente piede sul mercato, ma il vero punto di svolta è arrivato nel 2019 con l’introduzione di BellaBot, un dispositivo da consegna che affianca alla navigazione autonoma un’interfaccia espressiva dalle sembianze feline, capace di mitigare la naturale diffidenza delle persone verso le macchine negli spazi pubblici. Sostenuta da imponenti investimenti di grandi gruppi come Tencent e Meituan, Pudu ha progressivamente esteso il proprio raggio d’azione, passando dai vassoi delle sale da pranzo ai macchinari per la pulizia industriale negli aeroporti e, più recentemente, allo sviluppo di piattaforme di “intelligenza artificiale incarnata”, così la chiama l’azienda. Si tratta di una piattaforma di AI centralizzata che può governare in maniera coordinata una flotta di robot più o meno eterogenei, garantendo un approccio coerente su tutte le applicazioni robotiche.

L’intera produzione di robot Pudu

Oggi, con oltre 130.000 robot spediti in più di 85 Paesi, tra cui molte applicazioni già operative in Europa, Pudu ha deciso di penetrare il nostro continente in maniera più completa, con l’apertura di un magazzino con prodotti finiti e tutte le parti di ricambio nei Paesi Bassi e la già citata filiale in Germania.

La nuova sede europea di Pudu

Il primo mercato? Non è la Cina, è l’Europa

Il dato che sorprende di più arriva quasi di sfuggita, durante la presentazione di Zhang: oltre l’80% del fatturato di Pudu viene da fuori della Cina, e il primo mercato in assoluto è l’Europa. Non è un caso, quindi, che l’azienda abbia scelto Amsterdam per il suo primo European Partner Summit, l’evento in cui ha mostrato per la prima volta tutte e sei le sue linee di prodotto insieme. Secondo l’azienda, negli ultimi due anni il fatturato europeo è cresciuto in media di oltre il 60% l’anno, con una presenza in più di 20 Paesi, Italia compresa.

A guidare l’operazione europea è Bella Sun, vicepresidente e responsabile per l’Europa, che ha messo l’accento più sull’assistenza che sulle vendite.

Bella Sun, a capo della filiale europea di Pudu.

“Vendere un robot è una cosa, farlo funzionare bene ogni giorno presso il cliente è un’altra“, ha detto. Da qui l’hub di Neuss, vicino a Düsseldorf, inaugurato a fine ottobre: uffici, showroom, centro di formazione, laboratorio di riparazione e magazzino ricambi sotto lo stesso tetto. In Europa lavorano circa 50 commerciali e una quarantina di tecnici dell’assistenza.

Sei famiglie di robot, tutte con un lavoro preciso

Ad Amsterdam i robot erano tutti esposti, e a guardarli da vicino si capisce subito che sono macchine da lavoro. Nessuno fa capriole: ognuno ha un compito preciso e un cliente che lo paga per svolgerlo. Il catalogo oggi conta sei linee di prodotto.

I robot “camerieri” e “fattorini”

I robot “camerieri” e “fattorini” sono quelli da cui tutto è partito. Il PuduBot del 2016 e il suo erede PuduBot 2 sono di fatto carrelli a ripiani che vanno da soli dalla cucina al tavolo.

BellaBot, nella nuova versione Pro, aggiunge il famoso muso da gatto, l’interazione vocale e la capacità di muoversi in passaggi larghi appena 65 centimetri, utile nei locali affollati.

Il robot può essere utilizzato, per esempio, per portare dei piatti appena preparati al tavolo che li ha ordinati o per riportare verso la cucina i piatti dopo la consumazione. Ogni ripiano è inquadrato da una telecamera così da rendere il robot consapevole se il piatto è ancora sul vassoio o meno.

KettyBot è più piccolo e ha un grande schermo per fare pubblicità mentre consegna.

FlashBot e SwiftBot sono invece armadietti chiusi su ruote, pensati per portare oggetti nelle camere d’albergo, negli ospedali o tra i piani di un ufficio, prendendo l’ascensore. Secondo l’azienda, la catena di ristoranti giapponese Skylark usa più di 3.000 robot Pudu.

I robot per le pulizie di grandi superfici

I robot per le pulizie – un po’ come accade a casa – sono oggi il prodotto di punta, soprattutto nei supermercati europei.

Il Pudu CC1 Pro Disc

Il CC1 è una sorta di aspirapolvere-lavapavimenti autonomo che in una sola passata spazza, lava, aspira e asciuga. Nella versione Pro rileva in tempo reale se il pavimento è rimasto sporco e ci ripassa. È il modello che Denner ha installato in oltre 200 esemplari nei suoi supermercati svizzeri, con un consumo d’acqua ridotto dell’85%, secondo l’azienda.

Il Pudu MT1

L’MT1 è invece una spazzatrice per lo sporco asciutto, con un contenitore da 30 litri che svuota da solo in una stazione dedicata.

Per i grandi spazi, come magazzini e centri commerciali, c’è il BG1, una lavasciuga autonoma di grandi dimensioni.

I robot per la logistica

Ci sono poi i robot per la logistica industriale: sono probabilmente i meno spettacolari e i più concreti.

La serie T è una famiglia di carrelli autonomi che spostano merci e componenti tra reparti e magazzini: il T150 porta fino a 150 chili, il T300 fino a 300, il T600 fino a 600. Quest’ultimo esiste anche in versione “underride”, bassa, che si infila sotto uno scaffale, lo solleva e lo porta dove serve.

Come tanti robot Pudu, questo sposta pallet MP2000 può operare autonomamente o essere pilotato manualmente, a seconda dei bisogni e del momento.

Per carichi ancora più pesanti, c’è il nuovo MP2000, un trasportatore di pallet fino a 2.000 chili: riconosce il carico da solo, allinea le forche e le inserisce in una ventina di secondi.

I cani-robot e quelli semi-umanoidi. E come può mancare anche un robot umanoide?

La famiglia “embodied AI”, letteralmente “AI incarnata”, è quella che più si avvicina all’immaginario dei robot con richiami alla fantascienza, ma anche qui l’approccio è pratico.

Il Pudu D5

Il D5 è il tipico cane-robot quadrupede, proposto alla conferenza stampa nella più convincente versione con ruote al posto dei piedi, pensato per ispezioni in impianti energetici, data center e siti industriali.

Il Pudu D5

Nella versione a ruote (che sono comunque applicate a degli arti che permettono di salire i gradini o superare ostacoli), il robot raggiunge velocità di spostamento fino a 5 m/s, circa 18 km/h, molto di più del passo camminato delle versioni “a zampe”. Il cane è pensato per ospitare sul “groppone” una serie di sensori specializzati, a seconda dell’uso, come camere termiche o rilevatori 3D.

Il semi-umanoide Pudu D7, probabilmente il miglior compromesso tra sembianze vagamente umane e facilità di spostamento negli spazi.

Il D7 è un semi-umanoide: busto e due braccia su una base a ruote, per lavori di manipolazione come prendere e posare oggetti: il vantaggio di avere le “braccia” senza la complicazione di stare in equilibrio sulle gambe. Non manca (anche se non esposto ad Amsterdam) l’umanoide bipede vero e proprio, il D9.

Il rasaerba per grandi dimensioni

I rasaerba professionali della serie GT sono l’ultima famiglia professionale, lanciata a settembre scorso. Il GT3 è compatto e pensato per aree verdi piccole e frammentate, come quelle di ospedali, campus e parchi aziendali.

Il GT5 taglia una fascia di 152 cm e raccoglie l’erba, per grandi superfici. Il GT7 è un tosaerba a lame elicoidali per campi da golf e campi sportivi, dove la qualità del taglio conta più di tutto. Il sesto prodotto, il rasaerba domestico TOMO S, è il primo pensato per le famiglie: ne parliamo in fondo.

Un solo “cervello” per tutti

A tenere insieme tutto c’è quella che l’azienda chiama strategia “One Brain, Multiple Embodiments”, un cervello e tanti corpi. In pratica, tutti i robot condividono lo stesso modello fondazionale (PuduFM) e la stessa piattaforma software (PuduAgent OS): le abilità sviluppate per un robot possono essere riusate su un altro, mentre l’hardware resta progettato per il suo compito specifico. Pudu dice di addestrare il modello con i dati raccolti dai robot già installati, circa 50 milioni di ore di lavoro reale all’anno.

Dietro la formula c’è soprattutto una ragione economica, e Zhang non l’ha nascosta: sviluppare un nuovo modello di robot costa di solito oltre 6 milioni di euro. Condividere software e componenti tra prodotti diversi abbassa i costi e accorcia i tempi di progettazione e sviluppo. E c’è l’argomento commerciale: “Un hotel ha bisogno di robot per il ristorante, per il servizio in camera, per pulire i piani e il parcheggio“, ha spiegato Zhang. “Se deve rivolgersi a quattro fornitori diversi, con quattro cloud e quattro assistenze diverse, è un incubo“. Vero. Ma va anche detto che a volte si scelgono fornitori e piattaforme diversi a seconda degli impieghi per avere una maggiore flessibilità di sostituzione parziale quando le cose non dovessero funzionare come ci si aspetta.

Robot che chiamano i colleghi (e gatti che fanno le fusa)

Alla domanda su cosa sappiano già fare i robot Pudu che potrebbe sorprendere il pubblico, Zhang ha risposto con tre esempi molto terra terra. Il primo è quasi un gioco: se si toccano le orecchie di BellaBot, il robot-cameriere dalla faccia di gatto, risponde con un verso felino, contento o seccato. Piace moltissimo, ha raccontato, e la gente lo tocca apposta. E no, il nome non viene da Bella Sun: il robot è arrivato prima di lei in azienda.

Il secondo è più interessante. I pavimenti veri hanno sporco asciutto e sporco bagnato, e i robot di Pudu si dividono il lavoro. Se la spazzatrice MT1 trova una pozza d’acqua, chiama il CC1 per lavarla; se il CC1, che lava, incontra rifiuti asciutti, chiama l’MT1 per spazzarli. Il terzo è la stazione di svuotamento automatico dell’MT1: quando il contenitore da 30 litri è pieno, il robot va da solo a svuotarlo e riprende il giro, così può coprire superfici molto grandi senza qualcuno che lo segua.

Tra i casi europei raccontati da Bella Sun ce ne sono un paio curiosi. All’aeroporto Charles de Gaulle oltre 15 robot sono stati trasformati in cestini dei rifiuti semoventi, che girano nell’area check-in: non sei tu a cercare il cestino, è il cestino che viene da te.

Da Carrefour in Polonia, invece, BellaBot è diventato una piccola star locale e viene usato per le promozioni sotto Natale.

Il nemico numero uno? L’ascensore

Il diavolo si nasconde nei dettagli. Come per esempio la banalità di chiamare un ascensore. È un bell’esempio quello che emerge dall’intervista: “Nel mondo fisico della robotica niente è semplice, tutto è molto più difficile rispetto al mondo solo virtuale del software“, ci ha detto Zhang. Porte, scalini, pavimenti irregolari: il mondo è costruito per chi ha gambe e mani. Ma soprattutto sono pochissimi i robot – ha ammesso – che riescono a prendere l’ascensore in modo affidabile.

Le strade, secondo Zhang, sono tre. La prima è modificare l’hardware dell’ascensore, con un modulo che permette al robot di chiamarlo e scegliere il piano: in Cina la legge lo consente, in Europa e in molti altri Paesi no. La seconda è collegare robot e ascensore via cloud, ma i produttori di impianti sono restii per ragioni di sicurezza, e convincerli richiede anni. La terza, soluzione “retrofit”, è quella di dare al robot un braccio e fargli premere i pulsanti come farebbe una persona. “Sembra che sia l’unica strada percorribile“, ha detto Zhang. Non a caso nel catalogo Pudu c’è già il FlashBot Arm, un robot di consegna per hotel e uffici con un braccio robotico pensato proprio per usare l’ascensore.

L’altro scoglio è l’installazione. Oggi mettere in funzione un robot in un ambiente nuovo richiede ore, a volte giorni, per mappare gli spazi e configurarlo a dovere. Un approccio che non può funzionare se i robot devono poter operare praticamente ovunque, senza una piena previsione dell’ambiente operativo. L’obiettivo dichiarato è che il robot capisca da solo un ambiente sconosciuto, come fa una persona appena entrata in una stanza, grazie a modelli di intelligenza artificiale che combinano visione, linguaggio e azione. Zhang ha ammesso, però, che su questo fronte la strada è ancora lunga.

Umanoidi sì, ma senza fretta

Non c’è dubbio, però, al di là delle cose ragionevoli già dette, che i robot umanoidi abbiano una copertura mediatica e una visibilità che un robot “funzionale” non avrà mai.

Pudu gli umanoidi li fa, e Zhang dice di crederci “davvero”. I motivi sono due: un corpo umano si adatta a un mondo progettato per gli umani, con le sue scale e i suoi attrezzi, e un robot generalista umanoide può imparare compiti nuovi con pochi dati, invece di richiedere ogni volta una macchina nuova. Ma ha messo subito i paletti: in spazi grandi e con compiti ripetitivi, un robot specializzato costa meno e rende di più. Per questo l’azienda lavora su tre forme in parallelo: i robot specializzati, gli umanoidi e, a metà strada, i semi-umanoidi come il D7, con un busto e due braccia montati su una base a ruote.

Ecco il Pudu D7 all’opera

Per ridimensionare le attese Zhang ha usato due numeri, il “doppio 5%”. Su circa 20.000 compiti svolti dagli esseri umani, i robot di oggi ne sanno fare circa 1.000, il 5%. E la diffusione dei robot nei luoghi dove potrebbero lavorare è sotto il 5%. Sono stime sue, ma rendono l’idea: siamo veramente all’inizio della rivoluzione della “physical AI”.

Quanto all’umanoide in casa, gli ostacoli elencati da Pudu sono tre. La tecnologia, che non è pronta. Il prezzo: secondo Zhang un umanoide domestico dovrebbe costare meno di 10.000 euro per diffondersi, e oggi siamo ben più in alto. E l’accettazione, perché convivere con una macchina dalla forma umana è un’altra cosa rispetto a un robot aspirapolvere. Il primo compito, secondo lui, saranno le faccende di casa: un robot per le pulizie con due braccia che raccoglie i vestiti da terra, sposta le sedie, piega il bucato (ma nessuno ipotizza che un robot riesca presto o tardi a stirare). Poi i robot per gli animali domestici, per giocare con cani e gatti quando i padroni sono fuori. E quelli per la cucina, perché “le persone non vogliono cucinare né lavare i piatti, soprattutto lavare i piatti”. La lavastoviglie c’è già, ha osservato, ma qualcuno deve ancora sparecchiare, sciacquare, caricare e svuotare.

Robot e posti di lavoro: la questione più controversa

La domanda che arriva sempre, prima o poi, è se questi robot servano a tagliare personale. La risposta di Pudu è no, non si vuole ridurre i posti di lavoro ma permettere agli umani di dedicarsi soprattutto a mansioni ad alto valore aggiunto e meno ripetitive.

Zhang ha portato un buon esempio. Tre anni fa ha visitato una casa di riposo in Slovenia, a pochi chilometri dal confine italiano, che aveva una lunga lista d’attesa e allo stesso tempo stanze vuote: mancava personale formato per accogliere altri ospiti. Con i robot che puliscono i pavimenti e portano i pasti in sala e nelle camere, si sono liberate forze per i lavori più “umani”; ora quella casa di riposo – racconta Zhang – accoglie più ospiti.

Ovvio, questa è la tesi dell’azienda, e va presa per quello che è. Nei materiali di Pudu, del resto, tra i benefici per i clienti compare anche la riduzione dei costi operativi: per la catena di ristoranti giapponese Skylark, che usa oltre 3.000 robot, si parla di un 20% in meno. E la stessa Bella Sun ha ammesso che la partita si gioca sul ritorno dell’investimento: chi compra deve mettere nel conto la macchina, l’installazione, la manutenzione e la formazione. Insomma, la sensazione è che la verità stia nel mezzo: migliorerà la qualità del lavoro ma certamente le mansioni più ripetitive e modeste saranno sostituite dalla robotica.

E l’Italia? Il tessuto delle PMI è propenso ma comunica poco

Nelle slide dei clienti europei i loghi olandesi, tedeschi e polacchi abbondavano, quelli italiani no. La domanda è arrivata puntuale dalla sala: l’Italia non è pronta? La risposta è stata che i clienti ci sono, ma si vedono poco. Secondo Bella Sun, in Italia Pudu lavora molto nella manifattura e nella logistica interna, ambienti chiusi al pubblico dove le aziende non hanno interesse a farsi pubblicità. Zhang ha aggiunto che molti clienti italiani sono piccole e medie imprese, “ma la gente preferisce i grandi nomi“.

Tra le tante slide mostrate, solo in una è stata indicata una case history italiana

Sun ha poi citato alcune catene della grande distribuzione italiana che stanno testando i robot di pulizia, precisando che si tratta di prove in fase iniziale: dovrebbero essere Conad, Esselunga e PAM.

Un robot operativo in un supermercato giapponese.

Dal supermercato al giardino di casa

La novità più fresca, presentata il giorno prima della conferenza, è anche quella che porta Pudu fuori dal B2B: TOMO S, un robot rasaerba per il giardino di casa. La caratteristica su cui l’azienda punta è un sistema che affila da solo la lama durante il lavoro, così da non doverla sostituire o affilare a mano. C’è anche un piatto di taglio spostato di lato, con sensori e un paraurti laterale, per arrivare più vicino a muri, alberi e aiuole. Per prezzi e disponibilità nei singoli Paesi, Italia compresa, l’azienda rimanda alla sezione specifica del sito dedicato alla casa, PUDU HOME.

Il primo prodotto consumer di Pudu, il tagliaerba TOMO S

È l’ultimo tassello di un’espansione all’aperto iniziata a settembre con i rasaerba professionali della serie GT. E non finisce qui: Zhang ha confermato che è in sviluppo una spazzatrice autonoma per esterni, “un MT1 molto più grande“, pensata anche per la pulizia delle strade. Niente gambe: sarà su ruote, come un piccolo SUV, capace di superare gradini e marciapiedi di circa 10 centimetri. Un robot così grande dentro un edificio farebbe paura, ha osservato Zhang; per strada sembrerà più naturale.

Felix Zhang e Bella Sum durante la sessione di domande e risposte

E fra cinque anni? Zhang si è sbilanciato poco. Spera che i robot sappiano svolgere quasi tutti i compiti umani e che siano molto più diffusi di oggi, ma sui numeri ha frenato: “Mi piacerebbe dire il 100%, ma non ne sono sicuro“. È forse la sintesi migliore della giornata. Pudu ha in catalogo umanoidi e robot quadrupedi, ma quello che vende davvero, con oltre 130.000 unità spedite finora, sono macchine che lavano pavimenti, portano piatti e spostano pallet. Scienza, appunto, non fantascienza.




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