Il dato sembra piccolo: 2,7. Messo accanto a mille nati vivi, racconta quanti bambini muoiono oggi in Italia prima di compiere un anno. È un numero quasi silenzioso, abituato a scivolare tra statistiche, tabelle e grafici. Eppure dentro quei 2,7 decessi ogni mille nati c’è uno dei cambiamenti più radicali della storia nazionale: un Paese che nel secondo Ottocento perdeva circa 230 bambini su mille entro il primo anno di vita, e che oggi si colloca tra i luoghi più sicuri al mondo per nascere.
Nel 1872 la speranza di vita alla nascita in Italia era di appena 29,8 anni; oggi arriva a 83,4 anni. In mezzo ci sono acqua potabile, vaccini, antibiotici, alimentazione migliore, igiene, scuola, medicina, sanità pubblica. Cose molto concrete. Rubinetti, fogne, latte, visite, aghi, sapone, libri, ospedali.
Quando nascere era già una prova
Nella seconda metà dell’Ottocento la salute italiana aveva poco a che vedere con l’idea di benessere a cui siamo abituati oggi. La mortalità infantile altissima pesava su tutto: sulle famiglie, sui paesi, sulle aspettative di vita, perfino sul modo in cui si guardava ai figli. Un neonato attraversava il primo anno come una soglia fragile. Le cause stavano dentro una normalità durissima: malnutrizione, cattive condizioni igienico-sanitarie, poca disponibilità di acqua potabile, analfabetismo diffuso. Anche le norme igieniche più elementari diventavano difficili da seguire quando mancavano strumenti, conoscenze e condizioni materiali. Il calo della mortalità infantile è stato quasi continuo, con strappi violenti durante le due guerre mondiali e con l’impatto della pandemia influenzale del 1918-1919. Negli anni Novanta il tasso era già sceso a cinque decessi ogni mille nati vivi; nel 2023 è arrivato a 2,7.
La trasformazione della salute italiana passa anche da un altro numero, più ruvido: fino alla fine dell’Ottocento il tasso di mortalità generale sfiorava i 3mila decessi ogni 100mila abitanti, e oltre un quarto riguardava bambini nel primo anno di vita. Nei decenni dopo l’Unità, le minacce principali avevano nomi che oggi leggiamo spesso come storia: colera, tubercolosi, malaria. Nel 1881 le malattie infettive e parassitarie rappresentavano circa il 30% dei decessi, e un altro 30% era legato alle malattie respiratorie e dell’apparato digerente. Poi il Paese ha cominciato a cambiare pelle. Le condizioni igieniche sono migliorate, la medicina ha fatto passi avanti, i vaccini hanno inciso, i sulfamidici dal 1935 e gli antibiotici nel secondo dopoguerra hanno spinto giù molte cause di morte che per generazioni erano sembrate quasi inevitabili.
Il Novecento ha portato una rivoluzione meno spettacolare di tante altre, però molto più decisiva: morire da bambini è diventato sempre più raro. Anche l’età mediana alla morte lo racconta con brutalità. Nella seconda metà dell’Ottocento era compresa tra 5 e 10 anni, proprio perché i decessi nei primi anni di vita erano enormemente frequenti. All’inizio del Novecento sale a circa 20-25 anni, supera i 65 anni nel secondo dopoguerra e nel 2023 raggiunge 81,6 anni per gli uomini e 86,3 per le donne. La differenza territoriale resta pesante: l’età mediana alla morte va da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 nelle Marche, con uno svantaggio evidente per le regioni più popolose del Mezzogiorno.
La vittoria che cambia i problemi
Quando un Paese smette di morire presto, i problemi cambiano forma. Le malattie infettive, dagli anni Novanta, rappresentano circa l’1% della mortalità totale, con l’eccezione drammatica del Covid-19, che nel 2020 le ha fatte risalire al 12,4% dei decessi, poi scese al 5,0% nel 2023. Le malattie respiratorie sono passate da 500-600 decessi ogni 100mila abitanti a 60-70; quelle dell’apparato digerente da circa 400 a 40. Intanto sono cresciute le patologie cronico-degenerative: i tumori, che alla fine dell’Ottocento pesavano per il 2-3% dei decessi, arrivano al 26,3% nel 2023; le malattie cardiovascolari passano dal 6-8% al 30%, diventando dalla seconda metà del Novecento la principale causa di morte.
Questa è la parte meno comoda del racconto. Viviamo più a lungo, quindi incontriamo più spesso malattie dell’età avanzata. Tra il 1990 e il 2024 la speranza di vita alla nascita è cresciuta di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 anni per le donne, arrivando rispettivamente a 81,5 e 85,6 anni. Nel 2025 la multimorbilità, cioè la presenza simultanea di due o più patologie croniche nella stessa persona, riguarda 13 milioni di persone, contro 10,3 milioni nel 1993. La quota degli ultra75enni dentro questo gruppo è salita dal 21,3% al 39%. Eppure, al netto dell’invecchiamento, la prevalenza standardizzata nella popolazione complessiva si è ridotta di tre punti: molte fragilità si spostano più avanti nella vita, come se il corpo guadagnasse anni di tenuta prima di presentare il conto.
Accanto alla longevità entrano in scena gli stili di vita. Il diabete passa dal 2,9% della popolazione nel 1980 al 6,4% nel 2025. L’ipertensione sale dal 6,4% al 18,9% nello stesso arco lungo, anche per la maggiore capacità diagnostica e per controlli più precoci, insieme a fattori di rischio peggiorati, come l’eccesso di peso tra i giovani e gli adulti. L’obesità tra gli adulti cresce dal 5,9% nel 1990 all’11,6% nel 2025, con svantaggi più marcati tra uomini, persone meno istruite e residenti nel Mezzogiorno. La fotografia, qui, è molto italiana: adulti ancora tra i meno colpiti in Europa, bambini e ragazzi già esposti a livelli di sovrappeso e obesità che pesano sul futuro.
Il benessere resta diseguale
La salute italiana migliora, però lo fa con velocità diverse. Tra il 1990 e il 2023 la mortalità standardizzata per età diminuisce del 43% tra gli uomini e di quasi il 40% tra le donne. Il calo corre più forte nel Centro-Nord, dove in alcune regioni supera il 50%, mentre in quasi tutto il Mezzogiorno si ferma intorno al 35%. Nel 2023 le mappe della mortalità maschile e femminile finiscono per somigliarsi: entrambe mostrano livelli più elevati nel Sud, con Campania e Sicilia distanziate dal resto del Paese. Anche il titolo di studio pesa: tra gli adulti di almeno trent’anni, chi ha un basso livello di istruzione presenta una mortalità di circa il 40% più elevata rispetto a chi ha un’istruzione alta.
Pure la salute percepita racconta un miglioramento, con qualche crepa. Negli ultimi trent’anni la quota di persone che si dichiara in cattiva salute scende dall’8% nel 1995 al 5,5% nel 2025; in termini standardizzati, correggendo l’effetto dell’invecchiamento, passa dal 9,8% al 4,5%. Tra gli over 85 il cambiamento è netto: nel 2025 dichiara di stare male o molto male quasi il 28% delle donne, quota dimezzata rispetto al 1995; tra gli uomini della stessa età il dato scende dal 39,5% al 17,2%. Anche qui il Nord migliora di più, il Mezzogiorno meno. Il corpo invecchia, la medicina regge meglio, la percezione cambia. Il luogo in cui si vive continua a contare parecchio.
C’è poi il fumo, una vecchia abitudine italiana che ha perso terreno soprattutto tra gli uomini. Nel 1980 fumava oltre la metà dei maschi dai 14 anni in su, il 54,3%; nel 2025 la quota scende al 22,9%. Tra le donne il calo è molto più lieve, dal 16,7% al 15,9%. Nel frattempo avanzano prodotti alternativi, soprattutto tra i giovani: nel 2025 il 16,5% dei 18-34enni usa insieme sigaretta elettronica e tabacco riscaldato. La bronchite cronica, legata anche al fumo, passa da oltre 4 milioni di persone nel 1980, per più di due terzi uomini, a 2 milioni nel 2025, senza differenze di genere. Anche qui il progresso ha lasciato una coda nuova, più tecnologica, più giovane, meno facile da archiviare.
La storia lunga della salute italiana, vista da questi numeri, assomiglia a una casa rimessa in piedi stanza dopo stanza. Prima si è fermata la strage dei neonati. Poi sono arretrate le infezioni, la fame, l’acqua sporca, le malattie che correvano dove mancavano igiene e cure. Dopo sono arrivati altri nemici, più lenti, più silenziosi, più legati all’età, al reddito, al territorio, all’istruzione, alle abitudini quotidiane. Il Paese che nel 1872 aveva una speranza di vita di 29,8 anni oggi supera gli 83. Una conquista enorme, concreta, costruita senza poesia: acqua, vaccini, antibiotici, ospedali, prevenzione, accesso alle cure. Basta guardarli bene, quei 2,7 decessi su mille. Sono piccoli solo sulla carta.
Fonte: Istat
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Ilaria Rosella Pagliaro
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