#Finsubito news – Sanità 2028, più miliardi ma la stessa fetta di ricchezza nazionale. Tre domande a cui il Governo deve rispondere


Ogni anno, quando arriva la legge di bilancio, sulla sanità si ripete lo stesso spettacolo. Il Governo annuncia miliardi aggiuntivi, le opposizioni sostengono che non bastano e le Regioni lamentano risorse insufficienti. Tutti hanno qualche numero da esibire. Ma quasi nessuno risponde alla domanda più importante: quanto costa davvero garantire agli italiani le cure di cui hanno bisogno?

Il problema torna con la proposta di legge di bilancio 2027, che contiene anche le previsioni per il 2028 e il 2029.

Secondo il Documento programmatico di finanza pubblica, la spesa sanitaria pubblica era prevista, nel quadro della primavera 2026, a circa 155 miliardi di euro nel 2028. La manovra successiva modifica il quadro, ma non la conclusione fondamentale: la spesa sanitaria rimarrebbe intorno al 6,4% del prodotto interno lordo.

Significa che, mentre l’economia cresce, la sanità continua a ricevere sostanzialmente la stessa quota della ricchezza nazionale.

Non è necessariamente una scelta sbagliata. Ma dovrebbe essere giustificata attraverso una valutazione dei bisogni sanitari, non soltanto attraverso gli equilibri della finanza pubblica.

Più soldi, ma quanto valgono davvero?

Il primo equivoco riguarda gli aumenti nominali.

Se una famiglia spende 2.000 euro al mese e l’anno successivo ne spende 2.100, non significa automaticamente che possa acquistare più beni e servizi. Dipende da quanto sono aumentati i prezzi.

Per la sanità vale lo stesso principio.

Stipendi, energia, dispositivi medici, farmaci, manutenzione e tecnologie hanno costi che cambiano nel tempo.

Una parte dei miliardi aggiuntivi serve semplicemente a mantenere i servizi già esistenti.

Per questo la prima domanda da rivolgere al Governo dovrebbe essere:

1. Quante delle risorse aggiuntive servono a coprire l’aumento dei costi e quante permetteranno realmente di assistere più pazienti?

Occorrerebbe pubblicare un conto comprensibile: quanti miliardi compensano inflazione e rinnovi contrattuali, quanti finanziano nuove attività e quanti coprono spese già programmate.

Senza questa distinzione, confrontare gli stanziamenti di anni diversi rischia di produrre più propaganda che informazione.

L’Italia spende meno della media OCSE

Il confronto internazionale aiuta a capire la dimensione del problema.

Secondo Health at a Glance 2025, l’Italia destina alla sanità complessivamente l’8,4% del PIL, contro il 9,3% della media OCSE.

La spesa pro capite è di 5.164 dollari a parità di potere d’acquisto, rispetto ai 5.967 della media OCSE.

Questi dati comprendono spesa pubblica e privata e non devono essere confusi con il 6,4% riferito alla componente pubblica italiana.

Il nostro Paese ottiene buoni risultati in diversi indicatori di salute, ma presenta criticità organizzative importanti.

Abbiamo 6,9 infermieri ogni mille abitanti contro i 9,2 della media OCSE. E soltanto 1,5 addetti all’assistenza di lungo periodo ogni cento anziani, contro una media di 5.

Sono numeri che dovrebbero pesare nella definizione delle priorità finanziarie.

La seconda domanda: chi farà funzionare le nuove strutture?

L’Italia sta completando gli investimenti nelle Case della Comunità, negli Ospedali di Comunità, nelle Centrali Operative Territoriali e nella telemedicina.

Ma costruire una struttura e farla funzionare sono due cose completamente diverse.

Un edificio può essere inaugurato e rimanere sottoutilizzato perché mancano medici, infermieri, tecnici o collegamenti con gli altri servizi.

E dopo il PNRR? Chi pagherà ogni anno il personale, le manutenzioni, i sistemi informatici e le attività aggiuntive?

Ecco la seconda domanda:

2. Il Governo ha quantificato il costo annuale necessario per rendere pienamente operative tutte le nuove strutture territoriali, indicando personale, attività e coperture finanziarie dopo il PNRR?

Non basta conoscere il costo di realizzazione.

Occorre un piano pluriennale che specifichi quanti professionisti lavoreranno nei servizi, quali prestazioni saranno effettivamente disponibili e quante persone potranno essere assistite.

Senza queste informazioni rischiamo di misurare il successo del PNRR contando le inaugurazioni anziché le cure.

La terza domanda: quale salute compriamo con quei miliardi?

Ed eccoci al problema più importante.

La legge di bilancio indica quanto lo Stato intende spendere. Molto meno chiaramente stabilisce quali risultati sanitari debbano derivare dagli investimenti.

Prendiamo le liste d’attesa.

Finanziare prestazioni aggiuntive può essere utile, ma non dimostra automaticamente che siano diminuite le rinunce alle cure o che gli esami siano stati prescritti in modo appropriato.

Analogamente, aumentare i posti letto non significa necessariamente ridurre il sovraffollamento dei Pronto Soccorso.

La terza domanda al Governo e alle Regioni diventa quindi:

3. Quali miglioramenti misurabili della salute dovranno essere ottenuti con le nuove risorse e chi verificherà i risultati?

Non soltanto quante visite, ricoveri o prestazioni.

Bisognerebbe valutare quanti accessi evitabili al Pronto Soccorso sono diminuiti, quanti pazienti hanno ottenuto diagnosi tempestive e quanti anziani hanno conservato la propria autonomia.

E ancora: quante persone rinunciano alle cure per ragioni economiche o organizzative? Quanto sono migliorati gli esiti oncologici e cardiovascolari? Quanto si sono ridotte le disuguaglianze fra territori?

I dati dovrebbero essere pubblici, verificabili e confrontabili, tenendo conto delle differenti condizioni sociali e sanitarie delle popolazioni.

Non basta spendere di più. Bisogna spendere per produrre salute

Questo è il significato concreto del principio Money for Value.

Il finanziamento della sanità non dovrebbe essere valutato soltanto attraverso la quantità delle risorse assegnate, ma anche considerando il beneficio ottenuto.

Ciò non significa penalizzare le Regioni che assistono popolazioni più anziane o più complesse.

Al contrario, significa distribuire le risorse in modo equo e misurare i risultati con indicatori corretti per i bisogni.

L’Italia non può ignorare i vincoli del debito pubblico e delle regole europee. Ma questi vincoli non spiegano, da soli, quale sia il livello adeguato di finanziamento del Servizio sanitario nazionale.

Il punto non è stabilire per principio che 155 miliardi siano tanti o pochi. È dimostrare che siano sufficienti per garantire i LEA, sostenere il personale e rispondere ai bisogni futuri.

Finché mancherà questa verifica, la discussione sulla manovra resterà una gara tra numeri.

Il Governo dovrebbe presentare, insieme agli stanziamenti, un vero bilancio dei risultati attesi in termini di salute.

Perché il successo di una politica sanitaria non consiste nell’annunciare un miliardo in più.

Consiste nel poter dimostrare, qualche anno dopo, che grazie a quel miliardo le persone sono state curate meglio, hanno perso meno autonomia e hanno vissuto più a lungo in buona salute.

References:

  • Camera dei deputati, Documento di finanza pubblica 2026 – Previsioni della spesa sanitaria 2026–2029. Dossier parlamentare.
  • Camera dei deputati, Documento programmatico di finanza pubblica 2026, ottobre 2026. Dossier sul quadro della manovra.
  • Ragioneria generale dello Stato, 8 ottobre 2026, Documento programmatico di finanza pubblica 2026. Documentazione ufficiale MEF.
  • OCSE, Health at a Glance 2025 – Italy. Confronto internazionale Italia–OCSE.
  • Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, 16 ottobre 2026, Un primo sguardo all’impatto della legge di bilancio 2027 sui conti pubblici. Analisi economica della manovra.


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