Nel 2019 Alessio Boceda e Giulia D’Amato hanno lasciato il lavoro in Germania e sono tornati in Italia con un’idea precisa: rendere l’imprenditorialità accessibile a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco. Così è nata Startup Geeks, costituita nel 2020 come società benefit, che oggi supera i 2,2 milioni di euro di ricavi.
Nel mezzo c’è stata una lezione che il cofondatore considera decisiva. “Credo che la scelta più importante sia stata smettere di ragionare soltanto come fondatori di una startup e iniziare a ragionare come imprenditori”, racconta a Borsa&Finanza. “All’inizio, come succede a molti, eravamo innamorati della nostra idea. Ma avere una missione in cui credi profondamente non significa automaticamente aver trovato un modello di business sostenibile”.
In questo articolo:
- Startup Geeks, dall’idea all’ecosistema
- Il crowdfunding: “L’entusiasmo non può sostituire i numeri”
- Founders Cove e la fase che nessuno guarda
- Il neoimprenditore ha 34 anni. E non deve per forza licenziarsi
- Startup Geeks, l’errore più comune per Boceda
- Il vero costo di fare impresa in Italia: tempo e incertezza
- L’intelligenza artificiale e il rischio delle startup fotocopia
- Dove sono le opportunità e il futuro di Startup Geeks
Startup Geeks, dall’idea all’ecosistema
Il cambio di passo, spiega Boceda, è arrivato quando il team ha smesso di immaginare i bisogni dei propri utenti e ha iniziato ad ascoltarli in modo sistematico. “Abbiamo capito che non bastava offrire contenuti formativi: chi vuole avviare un’impresa ha bisogno di metodo, confronto e persone con cui condividere decisioni e difficoltà”. Da qui è nato un ecosistema che tiene insieme formazione, percorsi di consulenza e community.
Lo status di società benefit, per Boceda, non è in contraddizione con la crescita economica. “Essere una società benefit non significa mettere il profitto in secondo piano, ma costruire un’azienda in cui la crescita economica sia anche lo strumento per generare un impatto più ampio. I ricavi sono importanti perché ci permettono di continuare a investire nella nostra missione”.
Il crowdfunding: “L’entusiasmo non può sostituire i numeri”
La stessa logica ha guidato la scelta di finanziarsi con la propria community. Nel 2023 Startup Geeks ha chiuso un equity crowdfunding da circa 949mila euro invece di un round tradizionale con i fondi. “Per noi il crowdfunding non è stato soltanto un modo per raccogliere capitale”, dice Boceda. “Se credi che una community possa contribuire alla crescita di un’impresa, darle la possibilità di diventarne anche investitore è un passaggio piuttosto naturale. Avevamo già costruito una relazione di fiducia con migliaia di persone e volevamo coinvolgerle in una fase importante della nostra crescita».
Il cofondatore però mette in guardia da facili entusiasmi: “Una community non è automaticamente una platea di investitori. Quando chiedi alle persone di investire denaro nella tua azienda, devi dimostrare di avere un modello sostenibile, prospettive credibili e una strategia chiara sull’utilizzo dei capitali. L’entusiasmo non può sostituire i numeri”. E la responsabilità non finisce con la raccolta: “Da quel momento hai una responsabilità ancora maggiore verso chi ti ha dato fiducia”.
Per questo Boceda non lo considera uno strumento adatto a tutti. “Un fondo può portare competenze, relazioni e capitali preziosi; il crowdfunding può aggiungere una dimensione di partecipazione e appartenenza. La scelta dipende dalla fase dell’azienda e da ciò di cui ha realmente bisogno, non da quale strumento sia più di moda»”
Founders Cove e la fase che nessuno guarda
Il 13 e 14 novembre Startup Geeks porta a Milano Founders Cove, un evento dedicato a chi sta valutando se fare impresa o ha appena iniziato. Secondo Boceda è proprio questa la fase più trascurata dell’ecosistema italiano. “In Italia abbiamo imparato a raccontare abbastanza bene le startup che ce l’hanno fatta, quelle che raccolgono milioni di euro o riescono a espandersi all’estero. Dedichiamo invece molta meno attenzione a quello che succede prima: quando una persona ha un’intuizione, magari un problema che vorrebbe risolvere, ma non sa da dove cominciar”».
In quel momento manca tutto: la società, il prodotto, i numeri da mostrare agli investitori. E quindi mancano anche gli interlocutori. “Gli acceleratori e gli investitori, comprensibilmente, tendono a concentrarsi su progetti che hanno già raggiunto un certo grado di maturità. Ma se non aiutiamo le persone a compiere i primi passi, rischiamo di perdere idee interessanti ancora prima che possano diventare imprese”.
Le due giornate seguono il percorso reale di chi fa impresa: dall’idea alla validazione, dall’ingresso sul mercato fino alla crescita e alla raccolta di capitali. Al centro ci sono le relazioni. “Oggi possiamo chiedere a un’intelligenza artificiale di aiutarci a scrivere un business plan, ma non possiamo sostituire completamente il valore di un confronto con qualcuno che ha già affrontato i nostri stessi problemi. Spesso una conversazione di mezz’ora può evitare mesi di errori”.
Il neoimprenditore ha 34 anni. E non deve per forza licenziarsi
In Italia chi avvia un’impresa ha in media 34 anni e spesso arriva da una carriera già avviata. Per Boceda è un dato che smonta un luogo comune. “L’imprenditorialità non è necessariamente una scelta da fare a vent’anni, appena usciti dall’università. Anzi, spesso le idee più interessanti nascono proprio dall’esperienza professionale. Lavorando in un settore per diversi anni, impari a riconoscere problemi che dall’esterno sono difficili da vedere”.
Nei percorsi di Startup Geeks arrivano profili molto diversi: giovani alla prima attività, ma anche professionisti con competenze consolidate e magari una famiglia. Le motivazioni cambiano. “C’è chi desidera maggiore autonomia, chi vuole lavorare su qualcosa in cui si riconosce e chi sente di poter creare un valore che nel proprio ruolo attuale non riesce a esprimere”.
Boceda prende però le distanze da un certo racconto romantico. “Credo che dovremmo superare una certa retorica delle dimissioni eroiche. Lasciare il posto fisso non è un requisito per diventare imprenditori e, in molti casi, non è neppure la scelta più intelligente da fare all’inizio. Un progetto può essere validato mentre si continua a lavorare, riducendo il rischio economico e prendendo decisioni con maggiore lucidità”. E conclude: “L’obiettivo non dovrebbe essere licenziarsi il prima possibile, ma costruire qualcosa che abbia ragione di esistere sul mercato. Le dimissioni, eventualmente, vengono dopo”.
Startup Geeks, l’errore più comune per Boceda
Quando gli si chiede perché tante startup falliscono prima di arrivare sul mercato, Boceda individua un errore preciso. “L’errore più frequente è confondere l’interesse per un’idea con la disponibilità a pagare per una soluzione. Quando raccontiamo il nostro progetto ad amici, colleghi o potenziali clienti, spesso riceviamo risposte incoraggianti. Il problema, però, è che un complimento non è una validazione di mercato”.
Molti aspiranti imprenditori, osserva, passano mesi a sviluppare il prodotto, a perfezionare il logo o a costruire il sito senza aver mai verificato se qualcuno ne abbia davvero bisogno. Il suo consiglio è rovesciare il processo: “Prima il problema, poi il cliente e soltanto alla fine la soluzione”.
Bisogna parlare con chi vive quel problema, capire come lo affronta oggi e quanto gli costa, e poi cercare una prova concreta: una prenotazione, una manifestazione d’interesse qualificata, un primo pagamento. «Non sempre serve sviluppare un software o investire migliaia di euro. A volte basta una pagina web o un servizio erogato manualmente per verificare se esiste una domanda».
Alla base c’è un cambio di mentalità. “Validare un’idea non significa dimostrare di avere ragione, ma cercare il prima possibile le ragioni per cui potremmo avere torto. Scoprire dopo due settimane che un progetto non funziona può essere un ottimo risultato. Scoprirlo dopo aver investito due anni e tutti i propri risparmi è decisamente più doloroso”.
Il vero costo di fare impresa in Italia: tempo e incertezza
Quanto costa davvero avviare una startup in Italia rispetto all’estero? Per Boceda non esiste una cifra unica: aprire un’attività di consulenza digitale e sviluppare una startup biomedicale sono due operazioni completamente diverse. Il problema italiano, però, va oltre il costo delle pratiche.
“C’è un problema che va oltre il costo delle pratiche burocratiche: il tempo e l’incertezza. Un aspirante imprenditore deve orientarsi tra adempimenti, regimi fiscali, forme societarie e strumenti di finanziamento, spesso prima ancora di sapere se la sua idea potrà generare ricavi. Per chi parte con risorse limitate, il costo di questa complessità può essere persino più pesante di quello economico”.
Se potesse cambiare una cosa, interverrebbe proprio qui: rendere più semplice e progressivo sperimentare un’attività, con regole chiare e adempimenti proporzionati alla fase iniziale. “Non significa eliminare le responsabilità, ma evitare di trattare chi sta verificando un’idea come un’impresa già strutturata”.
A questo si aggiunge un nodo culturale. “In Italia tendiamo a considerare il fallimento imprenditoriale come una macchia personale, mentre dovrebbe essere possibile distinguere tra chi ha agito con superficialità e chi ha assunto un rischio ragionevole, imparando da un tentativo non riuscito. Se vogliamo più imprenditori, dobbiamo ridurre non soltanto il costo di aprire un’azienda, ma anche quello di provarci”.
L’intelligenza artificiale e il rischio delle startup fotocopia
L’intelligenza artificiale permette oggi a team piccolissimi di costruire prodotti che pochi anni fa avrebbero richiesto competenze specialistiche e investimenti importanti. Per Boceda è un’opportunità enorme, con un rovescio. “Se diventa molto più facile costruire un prodotto, diventa anche molto più difficile differenziarsi. Se cento startup possono realizzare applicazioni simili utilizzando gli stessi strumenti, il vantaggio competitivo non sarà più soltanto nella tecnologia”.
A fare la differenza, spiega, saranno la conoscenza del mercato, la capacità di individuare problemi reali, le relazioni con i clienti e la distribuzione: “tutte quelle competenze imprenditoriali che l’intelligenza artificiale può supportare, ma non sostituire”.
Boceda prevede anche la nascita di più progetti individuali e microimprese capaci di ottenere risultati economici interessanti senza diventare grandi organizzazioni. “Non tutte dovranno necessariamente puntare a raccogliere capitali o diventare unicorni. L’AI potrebbe rendere economicamente sostenibili attività che prima non lo erano”. Sul rischio di un mercato pieno di copie la sua risposta è netta: “Non lo risolviamo rallentando la tecnologia: lo risolviamo formando imprenditori capaci di capire per chi e perché stanno costruendo qualcosa”.
Dove sono le opportunità e il futuro di Startup Geeks
Per i prossimi 12-24 mesi Boceda vede le opportunità più concrete nell’incontro tra nuove tecnologie e problemi molto pratici. Cita l’intelligenza artificiale applicata ai settori tradizionali, dove ci sono ancora molte attività ripetitive e processi inefficienti, ma anche la sanità, i servizi per una popolazione che invecchia, l’energia e gli strumenti per rendere più produttive le piccole e medie imprese.
Il suo invito è a non inseguire le mode. “A volte le opportunità migliori si trovano in mercati apparentemente poco affascinanti, dove però esistono clienti con problemi urgenti e una reale disponibilità a pagare per risolverli. Un imprenditore dovrebbe chiedersi meno quale sarà il prossimo grande trend e più quale problema conosce abbastanza bene da poterlo affrontare meglio degli altri”.
Per Startup Geeks la priorità resta rendere più efficace il percorso che porta una persona dall’intenzione di fare impresa a un’attività sostenibile. Questo significa rafforzare i programmi formativi e consulenziali, il ruolo della community e le occasioni di incontro tra aspiranti imprenditori, founder e professionisti, la direzione in cui si inserisce anche Founders Cove.
Quanto all’estero, Boceda vede spazio per il modello anche fuori dall’Italia, “perché la difficoltà di trasformare un’idea in un’impresa non conosce confini”. Ma senza fretta: “L’espansione internazionale non dovrebbe mai diventare un obiettivo da inseguire soltanto per poterlo annunciare. Prima bisogna dimostrare che il modello funziona, capire come adattarlo a mercati diversi e individuare le condizioni per crescere in modo sostenibile. È lo stesso metodo che cerchiamo di insegnare ogni giorno a chi si rivolge a noi”.
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