El Niño bussa alle porte e potrebbe essere ancora più intenso di quello del 2023/2024, facendo schizzare le temperature globali. Ma non si rischia soltanto un’ondata di caldo record: il fenomeno climatico rischia di provocare eventi estremi a cascata in tutti i continenti
El Niño, fenomeno climatico che si manifesta con un riscaldamento anomalo dell’Oceano Pacifico, sta per tornare. E questa volta potrebbe essere ancora più intenso di quello del 2023-2024, uno dei cinque più forti mai registrati nella storia. Il conto alla rovescia è ufficialmente iniziato.
Secondo il nuovo aggiornamento dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), c’è una probabilità dell’80% che El Niño si sviluppi tra giugno e agosto 2026. E il rischio che il fenomeno persista almeno fino a novembre sale al 90%.
@WMO
Ma cos’è esattamente El Niño e perché si chiama così?
El Niño è un fenomeno climatico periodico (ogni 3-7 anni) caratterizzato da un forte riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico centro-orientale, a seguito dell’indebolimento dei venti alisei. Tutto questo altera il clima globale, innescando una serie di alterazioni su pressione atmosferica e precipitazioni.
An El Niño is emerging. What do you know about it?
El Niño is a powerful natural climate pattern that warms ocean waters in the central and eastern Equatorial Pacific. It typically occurs every 2-7 years, but no two El Niños are exactly alike.
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— World Meteorological Organization (@WMO) June 3, 2026
Il ciclo ENSO (El Niño-Southern Oscillation) e si suddivide in due fasi: la fase calda, El Niño, e una fase più fredda chiamata La Niña, che è caratterizzata da temperature della superficie marina più fredde del solito nel Pacifico tropicale. Il termine spagnolo significa “il bambino” e si riferisce a Gesù Bambino, dato che questo fenomeno si inizia solitamente a manifestare davanti alle coste del Perù durante il periodo natalizio.
Come chiarito dall’OMM, Ogni evento El Niño è unico in termini di evoluzione, distribuzione spaziale e impatti. Tuttavia, solitamente è associato a un aumento delle precipitazioni in alcune zone del Sud America meridionale, del sud degli Stati Uniti, di alcune parti del Corno d’Africa e dell’Asia centrale, e a condizioni di siccità in America centrale, nel nord del Sud America, nei Caraibi, in Australia, in Indonesia e in alcune zone dell’Asia meridionale.
Le previsioni degli scienziati
I segnali precursori sono già in corso. Tra la fine di aprile e la metà di maggio, le temperature della superficie del mare nel Pacifico equatoriale centro-orientale — la zona di riferimento per il monitoraggio di El Niño — si stavano già avvicinando alle soglie critiche del fenomeno, secondo le osservazioni raccolte da diverse piattaforme di monitoraggio dell’OMM. Ma il dato più preoccupante viene da sotto la superficie.
Nelle acque profonde del Pacifico tropicale si registrano temperature superiori di oltre 6 °C rispetto alla media stagionale: un enorme serbatoio di calore che sta alimentando il riscaldamento superficiale osservato. Come una pentola sul fuoco, il calore accumulato negli strati più profondi sta lentamente emergendo.
Perché il fenomeno preoccupa così tanto
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha scelto parole nette nel suo videomessaggio diffuso in occasione dell’aggiornamento:
“La scienza è chiara: El Niño arriverà alle nostre porte nei prossimi mesi con una probabilità del 90%. Il mondo deve considerarlo l’urgente allarme climatico che è. Le condizioni di El Niño alimenteranno il riscaldamento globale. Gli impatti saranno ancora più forti, si propagheranno ancora più lontano e oltrepasseranno i confini con una velocità devastante. L’unica risposta efficace è un’azione climatica all’altezza della crisi: porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili, accelerare la transizione verso le energie rinnovabili, proteggere i più vulnerabili e fornire sistemi di allerta precoce per tutti”.
Un appello che si inserisce in un momento delicato, in cui molti governi sono ancora ben lontani dagli obiettivi climatici fissati dagli accordi internazionali. Ormai il superamento della soglia critica è sempre più vicino. C’è infatti il 91% di probabilità che almeno uno dei prossimi cinque anni superi la soglia di 1,5°C di riscaldamento globale, il limite simbolo dell’Accordo di Parigi. E c’è anche un 86% di probabilità che venga infranto un nuovo record di temperatura, superando il primato stabilito dal 2024, finora l’anno più caldo mai registrato.
El Niño non è solo un’anomalia del Pacifico. È un amplificatore climatico globale: quando si sviluppa, le sue conseguenze si propagano attraverso l’atmosfera fino ai quattro angoli del pianeta, colpendo la disponibilità d’acqua, i raccolti agricoli, la salute pubblica e la stabilità degli ecosistemi. El Niño è un fenomeno naturale, ma l’intensità con cui i suoi effetti si manifestano oggi non è più solo “naturale”: si sovrappone a un pianeta già surriscaldato dai gas serra di origine antropica. Le temperature di base sono più alte, i mari sono più caldi, gli estremi climatici sono più frequenti e devastanti. El Niño arriva quindi in un sistema già sotto stress.
Dobbiamo prepararci a un evento El Niño potenzialmente intenso, che aggraverà la siccità e le forti piogge e aumenterà il rischio di ondate di calore sia sulla terraferma che negli oceani- ha dichiarato Celeste Saulo, Segretaria Generale dell’OMM.- L’ultimo El Niño, quello del 2023-2024, è stato uno dei cinque più forti mai registrati e ha contribuito alle temperature globali record che abbiamo visto nel 2024. La comunità dell’OMM monitorerà attentamente la situazione nei prossimi mesi per fornire informazioni utili ai processi decisionali di governi, agenzie umanitarie e settori sensibili al clima. Le previsioni stagionali anticipate e gli allarmi tempestivi sono fondamentali per salvare vite umane e mitigare l’impatto sulle nostre economie e sulle nostre comunità.
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Rosita Cipolla
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