Lauree professionalizzanti, abilitatrici della transizione


lauree laboratorio
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L’università italiana torna a fare: più laboratori, più territorio, più lavoro tecnico. Attività propedeutiche per il compimento della transizione ecologica, energetica e digitale

Per anni l’università italiana è stata accusata di parlare poco con il mondo reale. Troppa teoria, poca pratica, troppa distanza tra aule e imprese, tra formazione e lavoro.

Le lauree professionalizzanti nascono proprio per colmare questo vuoto, ma oggi stanno assumendo anche un altro ruolo: formare le competenze tecniche necessarie alla transizione ecologica.

La sostenibilità, infatti, non si costruisce soltanto nei laboratori di ricerca o nei grandi piani internazionali. Servono tecnici capaci di lavorare sul territorio, sulle infrastrutture, sull’efficienza energetica, sull’agricoltura sostenibile, sulla gestione ambientale e sull’innovazione industriale.

Figure operative, altamente specializzate, che il sistema produttivo italiano fatica sempre più a trovare. Le lauree professionalizzanti provano a rispondere a questa domanda.

Il nuovo modello universitario

Le lauree a orientamento professionale sono state introdotte dal Decreto Ministeriale 446 del 2020, che ha istituito tre classi specifiche: Lp-01 per edilizia e territorio; Lp-02 per agraria, alimentare e forestale; Lp-03 per industria e informazione.

Non si tratta semplicemente di lauree brevi, ma di percorsi progettati per formare figure immediatamente operative nei processi produttivi.

La struttura didattica è infatti fortemente pratica: laboratori, tirocini obbligatori in aziende ed enti, collaborazione con imprese e ordini professionali, attività svolte direttamente sul territorio.

Una quota significativa del percorso si sviluppa fuori dall’aula, segnando un cambiamento importante per un sistema universitario storicamente più orientato alla formazione teorica.

Nonostante l’interesse crescente, il peso delle lauree professionalizzanti nel sistema universitario italiano resta ancora limitato. Secondo le rilevazioni del Ministero dell’Università e della Ricerca, nell’anno accademico 2024-2025, le lauree professionalizzanti risultano ancora un segmento limitato del sistema universitario, con circa 60 corsi totali attivi.

Gli iscritti restano numericamente contenuti e concentrati soprattutto nel Centro-Nord, confermando la natura ancora sperimentale del modello.

Il panorama delle laure professionalizzanti all’estero

Le lauree professionalizzanti rappresentano forse una nuova frontiera per l’Italia, ma in Europa modelli simili esistono da tempo. In Paesi come Germania, Paesi Bassi e Francia la formazione terziaria tecnica è una componente stabile del sistema.

In Germania, per esempio, le Fachhochschule offrono percorsi universitari fortemente orientati alla pratica e costruiti in stretta collaborazione con le imprese.

Nei Paesi Bassi il sistema delle Higher Professional Education (Hbo) affianca le università tradizionali con corsi di laurea a forte contenuto applicativo e stage obbligatori.

In Francia, percorsi come il Bachelor Universitaire de Technologie (But) integrano formazione teorica e pratica in stretta connessione con il mondo produttivo.

In questi contesti, la formazione tecnica non è percepita come una scelta inferiore, ma come un canale parallelo, pienamente riconosciuto. Il punto, quindi, non è tanto introdurre un modello nuovo, quanto colmare un ritardo culturale: in Italia il lavoro tecnico avanzato fatica ancora a essere considerato una scelta di pari dignità rispetto ai percorsi universitari tradizionali.

Its Academy in Italia e Università con lauree professionalizzanti

Accanto alle lauree professionalizzanti esistono gli Its Academy – Istituti Tecnologici Superiori, percorsi post-diploma biennali fortemente orientati all’ingresso rapido nel lavoro e costruiti insieme alle imprese.

Le lauree professionalizzanti, invece, sono corsi universitari triennali che uniscono formazione pratica e titolo accademico. Anche le dimensioni dei due sistemi sono molto diverse: secondo il monitoraggio Indire 2025, gli Its contano oltre 30.000 studenti e tassi occupazionali molto elevati, mentre le lauree professionalizzanti restano ancora un segmento limitato e recente del panorama universitario italiano.

Alcuni atenei hanno investito in modo significativo su questo modello. Tra i casi più rilevanti c’è l’Università di Parma, che ha sviluppato percorsi collegati alle vocazioni produttive del territorio: agroalimentare, infrastrutture, ambiente e innovazione industriale.

Uno degli esempi più rappresentativi è il corso di laurea professionalizzante in Costruzioni, infrastrutture e territorio, orientato alla gestione del territorio, alla manutenzione delle opere e alla riqualificazione urbana ed energetica.

Per l’anno accademico 2026-2027 l’ateneo ha aperto le iscrizioni fino all’11 settembre 2026, con 50 posti disponibili e accesso tramite test Tolc-Lp del Cisia (qui le informazioni).

Il caso parmense mostra bene come queste lauree tendano a svilupparsi nei settori dove sostenibilità e innovazione tecnologica si intrecciano maggiormente.

Accanto al corso dedicato alle costruzioni, l’ateneo ha attivato percorsi legati alle filiere agroalimentari e alla gestione sostenibile delle risorse produttive, in stretta connessione con il tessuto economico locale. Ma Parma non è un caso isolato.

L’Università di Bologna ha sviluppato il corso in Tecniche per l’edilizia e il territorio (qui le informazioni), focalizzato su rilievo digitale, sicurezza dei cantieri, monitoraggio delle infrastrutture e competenze Bim e Gis applicate all’edilizia sostenibile.

Anche il Politecnico di Torino sta investendo nella formazione collegata alla trasformazione sostenibile delle città attraverso percorsi come Ingegneria Edile (qui tutte le informazioni), centrati su efficientamento energetico e innovazione costruttiva.

L’Università di Padova ha rafforzato l’offerta nell’ambito agroambientale con corsi dedicati alla pianificazione territoriale, alle tecnologie forestali e alla sostenibilità delle filiere agricole.

Tra i corsi più significativi figurano quelli in Pianificazione e gestione del territorio e del verde, Tecnologie forestali e ambientali, Scienze e tecnologie agrarie e Sicurezza alimentare, percorsi che integrano sostenibilità, innovazione tecnica e gestione delle risorse naturali.

Per l’anno accademico 2026-2027 le modalità di accesso e le scadenze vengono pubblicate progressivamente nei bandi dei singoli corsi e nei calendari dell’ateneo.

L’Università di Firenze ha invece sviluppato la laurea professionalizzante in Tecniche e tecnologie per le costruzioni e il territorio, costruita insieme agli ordini professionali del settore tecnico.

Per l’anno accademico 2026-2027 ha già pubblicato il calendario generale delle procedure di accesso e immatricolazione, con una finestra dedicata agli studenti europei e residenti in Italia aperta fino al 31 agosto 2026.

Anche l’Università di Pisa sta consolidando percorsi nelle costruzioni civili e nella produzione industriale. Presso l’ateneo toscano sono attivi i corsi professionalizzanti in Tecniche per le costruzioni civili e la gestione del territorio e in Tecniche per la meccanica e la produzione, percorsi pensati per rispondere alla crescente domanda di figure tecniche specializzate nelle imprese e nelle professioni del territorio.

I corsi sono a numero programmato e le modalità di selezione vengono definite annualmente tramite specifici bandi pubblicati dall’università. Per l’anno accademico 2026-2027 le procedure di immatricolazione e preiscrizione sono consultabili sul portale ufficiale dell’steneo.

Mentre nel Mezzogiorno stanno crescendo esperienze legate alla gestione ambientale e infrastrutturale. L’Università della Calabria ha attivato il corso in Tecnologie per le costruzioni e la gestione del territorio, con attenzione particolare alla sicurezza idrogeologica e alla manutenzione delle infrastrutture.

L’Università di Napoli Federico II, invece, sta sviluppando percorsi nell’area delle tecnologie industriali, dell’energia e della gestione degli impianti.

Nel loro insieme, queste esperienze mostrano il tentativo di costruire una nuova formazione tecnica universitaria capace di rispondere alle trasformazioni ambientali, energetiche e produttive del Paese.

Le lauree professionalizzanti si stanno sviluppando soprattutto nei comparti dove la transizione ecologica richiede figure intermedie altamente specializzate: edilizia sostenibile, gestione del territorio, agricoltura avanzata, filiere agroalimentari, manutenzione industriale, automazione ed energia.

Il loro sviluppo resta ancora limitato nei numeri, ma il modello punta a ridurre una distanza storica del sistema italiano: quella tra università e lavoro tecnico qualificato.

I limiti e le criticità delle lauree professionalizzanti

Esistono però anche alcune criticità. La prima riguarda il rischio di una formazione eccessivamente schiacciata sulle esigenze immediate del mercato.

Se l’università perde la propria dimensione culturale e critica, il confine tra formazione e semplice addestramento professionale può diventare sottile. C’è poi il problema della riconoscibilità: le lauree professionalizzanti sono ancora relativamente nuove e non sempre famiglie, studenti e aziende ne comprendono pienamente il valore.

Infine, resta aperta la questione della prosecuzione degli studi. Pur consentendo l’accesso alle lauree magistrali, questi percorsi sono molto specialistici e possono offrire una minore flessibilità accademica rispetto alle lauree tradizionali.

La vera sfida delle lauree professionalizzanti è probabilmente questa: riportare il sapere universitario dentro i processi concreti della trasformazione ecologica.

La sostenibilità non avrà bisogno soltanto di manager e ricercatori. Avrà bisogno anche di tecnici capaci di intervenire sulle reti energetiche, sulle infrastrutture, sui sistemi agricoli, sulla manutenzione ambientale e sulla sicurezza del territorio.

La transizione ecologica avrà bisogno non solo di ricerca e governance, ma anche di competenze tecniche diffuse. È su questo terreno che le lauree professionalizzanti cercano oggi di ridefinire il rapporto tra università, lavoro e territorio.

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 Ida Ciaralli

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