Nel New Mexico settentrionale, in mezzo a rocce rosse, polvere sottile e colline che sembrano cotte al forno, è saltato fuori un animale che rovina parecchio l’idea comoda che abbiamo dei coccodrilli. Perché quando pensiamo a un coccodrillo immaginiamo subito il corpo basso, le zampe corte, la bocca piena di denti, quell’aria da fossile vivente che ha trovato una formula efficace e ha deciso di restarci fedele per sempre. Poi arriva Labrujasuchus expectatus e mette tutto in disordine: stava su due zampe, aveva braccia minuscole, un becco al posto dei denti e, visto da lontano, avrebbe ricordato più uno struzzo preistorico o un piccolo dinosauro longilineo che un lontano parente dei coccodrilli.
Il nuovo fossile arriva da Ghost Ranch, un’area del Nuovo Messico famosa anche per i paesaggi dipinti da Georgia O’Keeffe e, soprattutto, per i suoi giacimenti del Triassico. Qui, da decenni, i paleontologi tirano fuori resti di animali vissuti oltre 200 milioni di anni fa, quando i dinosauri stavano appena iniziando a farsi largo e il pianeta sembrava ancora impegnato a provare forme, zampe, musi e strategie come in un laboratorio lasciato aperto di notte. Il sito della scoperta è la Hayden Quarry, una cava fossilifera che continua a restituire frammenti di quel mondo antico.
Un coccodrillo fuori posto
Il nome, già da solo, sembra uscito da un racconto gotico con la sabbia nelle scarpe. Labrujasuchus unisce “la bruja”, cioè “la strega” in spagnolo, con il termine greco legato al coccodrillo. Il riferimento arriva da un vecchio nome associato a Ghost Ranch, “Ranchos de los Brujos”, il ranch delle streghe. Expectatus, invece, racconta un’attesa: gli studiosi sospettavano che tra due parenti già noti, trovati nella stessa regione ma in livelli temporali diversi, dovesse esistere una forma intermedia. Il fossile è arrivato proprio lì, nello spazio vuoto della storia evolutiva, come un parente invitato da anni a una cena di famiglia e finalmente comparso sulla porta.
L’animale viveva circa 212 milioni di anni fa, nel Triassico superiore, dentro un mondo molto diverso da quello attuale. La zona che oggi chiamiamo New Mexico era allora più vicina all’equatore, con ambienti segnati da fiumi, sedimenti, incendi, instabilità climatica e una fauna che mescolava dinosauri primitivi, rettili corazzati, predatori acquatici e parenti dei coccodrilli dalle forme decisamente meno prevedibili di quelle moderne. In quel contesto, Labrujasuchus apparteneva agli shuvosauridi, un gruppo di arcosauri collegato alla linea evolutiva dei coccodrilli, pur avendo un aspetto capace di mandare in crisi qualsiasi figurina mentale da documentario della domenica pomeriggio.
Il punto più curioso sta proprio qui: Labrujasuchus non era un dinosauro. Il suo corpo, però, imitava da vicino quello degli ornitomimosauri, dinosauri del Cretaceo dal profilo leggero, gambe lunghe e andatura da corridori, spesso descritti come “simili a struzzi”. Solo che gli ornitomimosauri sarebbero arrivati molto dopo. Qui siamo davanti a un parente dei coccodrilli che, milioni di anni prima, aveva già imboccato una strada simile: corpo snello, postura bipede, arti anteriori ridotti, becco senza denti.
Il becco al posto dei denti
La bocca è forse il dettaglio più spiazzante. Nei coccodrilli moderni i denti fanno parte del personaggio quasi quanto la coda e gli occhi a pelo d’acqua. Servono a bloccare, trattenere, lacerare. Labrujasuchus aveva scelto tutt’altro armamentario: un becco privo di denti. Una soluzione che in natura è comparsa più volte in linee evolutive molto distanti tra loro, dagli uccelli ad alcuni dinosauri, passando per antichi rettili marini. L’evoluzione, quando trova una forma utile, tende a ripresentarla con una certa insistenza, come quei vestiti che ogni vent’anni tornano di moda e qualcuno finge di aver inventato da capo.
Resta aperta la domanda sulla dieta. Gli shuvosauridi vengono spesso collegati a un’alimentazione più varia rispetto all’immagine classica del rettile predatore: vegetali, forse piccoli animali, materiali raccolti o strappati dal terreno. Quel becco poteva servire per tagliare, pizzicare, strappare parti di piante, raccogliere cibo con precisione. Le ossa disponibili, per ora, raccontano molto sulla forma dell’animale e sul suo posto nell’albero genealogico, molto meno sul menù quotidiano. Peccato, perché l’idea di un “coccodrillo” che bruca o becchetta in giro, con due gambette operative e le braccia ridotte quasi a decorazione, meriterebbe almeno una scena animata fatta bene.
Il fossile descritto dagli studiosi comprende uno scheletro parziale, insieme ad altri materiali recuperati dalla stessa cava e probabilmente legati allo stesso animale. In paleontologia basta spesso molto meno per cambiare un pezzo di mappa. Un femore, una vertebra, un frammento di bacino possono spostare una specie, riempire un vuoto, confermare un’ipotesi. Qui il quadro è abbastanza solido da dare un nome a una nuova specie e inserirla dentro una famiglia già strana di suo.
La stessa idea, più volte
La storia di Labrujasuchus expectatus parla soprattutto di evoluzione convergente, quel fenomeno per cui animali senza una parentela stretta finiscono per somigliarsi perché affrontano problemi simili con soluzioni simili. Squali e delfini vengono citati spesso: uno è un pesce cartilagineo, l’altro un mammifero, eppure l’acqua ha scolpito entrambi in forme affusolate. Con Labrujasuchus il gioco è ancora più divertente, perché la somiglianza riguarda un parente dei coccodrilli e dinosauri simili a struzzi, linee lontane che hanno trovato vantaggiosa una struttura corporea leggera e bipede.
Camminare su due zampe, in quel mondo, poteva offrire vantaggi reali: maggiore velocità, più efficienza negli spostamenti, capacità di muoversi in ambienti aperti, forse un modo diverso di cercare cibo. Gli autori dello studio lo leggono come un segnale importante: nel Triassico molte strategie che associamo ad animali più recenti stavano già prendendo forma, a volte in gruppi destinati poi a sparire. L’evoluzione prova, scarta, ripete, insiste. Alcune strade diventano autostrade. Altre restano viottoli interrotti sotto metri di roccia.
La cosa bella, e un po’ fastidiosa per il nostro bisogno di ordine, è che i parenti antichi dei coccodrilli erano molto più vari dei coccodrilli che conosciamo oggi. L’immagine attuale della famiglia è stretta, pesante, acquatica o semiacquatica, con mascelle potenti e corpi corazzati. Nel Triassico, invece, quella linea evolutiva aveva prodotto forme terrestri, snelle, bipedi, sdentate, addirittura simili a dinosauri. Sembra quasi una presa in giro tassonomica: guardi l’animale, pensi “dinosauro”, poi arriva l’albero genealogico con la penna rossa e ti corregge.
Ghost Ranch continua a parlare
Ghost Ranch ha una storia lunga nella paleontologia nordamericana. È celebre per i resti di Coelophysis, uno dei dinosauri carnivori primitivi più conosciuti, e per depositi in grado di conservare interi pezzi di ecosistemi del Triassico. Dentro quelle rocce sono stati trovati dinosauri, rettili, pesci, parenti di animali destinati a volare, specie bizzarre e forme che sembrano sempre sul punto di smentire un manuale. Il lavoro nella Hayden Quarry dura da circa vent’anni e ogni nuova campagna aggiunge dettagli a un periodo in cui i dinosauri stavano iniziando a occupare spazio, senza essere ancora i padroni assoluti della scena.
Certo, l’etichetta di “coccodrillo strega” funziona benissimo e farà felici tutti quelli che amano gli animali preistorici con un soprannome da film. Però dietro il nome c’è una questione più seria: la linea che porta ai coccodrilli moderni, prima di restringersi nelle forme che conosciamo, ha attraversato un ventaglio di possibilità molto ampio. Alcune sembravano perfino vincenti. Gli shuvosauridi sono durati milioni di anni, quindi Labrujasuchus non era un capriccio venuto male della natura. Era parte di un esperimento riuscito abbastanza da lasciare tracce robuste. Adesso ha un nome. E sembra ancora ridere dei nostri schemi.
Fonte: The Journal of Vertebrate Paleontology
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Ilaria Rosella Pagliaro
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