Cassino-Sant’Elia, dalle acque rosse ai veleni archiviati: la normalizzazione che sconcerta ambientalisti e cittadini


Ci sono voluti esattamente dieci anni — contati dal giorno in cui l’Associazione Nazionale della Sanità Militare Italiana (ANSMI) portò alla luce il caso — per trasformare uno dei più inquietanti allarmi ambientali della piana di Cassino in un “innocuo e suggestivo processo geochimico di origine naturale”.

È questa la tesi formale messa nero su bianco dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) nella nota di riscontro del 23 luglio 2026 (a firma dell’Ing. Claudio Numa, Direttore del Centro Nazionale per le crisi e le emergenze ambientali) trasmessa al Ministero dell’Ambiente e all’ANSMI guidata da Edoardo Grossi.

L’Istituto romano respinge la richiesta di riesame presentata dall’associazione, sostenendo che la tipica colorazione rossastra riscontrata nei fossi tra Cassino e Sant’Elia Fiumerapido sia addebitabile a «processi naturali di rubefazione». Si tratterebbe, secondo l’ISPRA, di meccanismi geochimici di ossidazione dei minerali ferrosi con conseguente accumulo di ossidi e idrossidi di ferro e manganese.

Quanto ai dati presentati da ANSMI su inquinanti industriali e metalli pesanti, l’ISPRA li liquida come riferibili a “un evento verosimilmente a carattere puntuale di inquinamento industriale non determinato” risalente al 2016, mentre per le analisi più recenti del 2021 contesta la mancanza di una precisa contestualizzazione del punto di prelievo.

Eppure dieci anni fa arrivarono il referto Arpa e l’ordinanza sindacale

La narrazione edulcorata dell’evento naturale entra però in rotta di collisione con la documentazione storica. Bisogna riavvolgere il nastro al 2016 per comprendere perché si parlò subito di disastro ambientale ed emergenza sanitaria. Innanzitutto occorre ripartire dalla nota ARPA Lazio prot. 0055614 del 21/07/2016: A seguito del campionamento del 15/06/2016 nei canali in località Pozzaga a Cassino, l’ARPA comunicava al Corpo Forestale dello Stato che si trattava di «acque contaminate, riconducibili ad origini di tipo industriale». Il referto evidenziava elevate concentrazioni di solidi sospesi, COD, alluminio, ferro, manganese, fenoli e la presenza di metalli pesanti quali arsenico, cadmio, mercurio, nichel e piombo. Inoltre, l’analisi microscopica rilevava «materiale filamentoso di natura organica compatibile con una natura artificiale» (fibre sintetiche prive di struttura cellulare vegetale o animale).

Seguì l’ordinanza Sindacale n. 287 del 31/10/2016: di fronte a tali risultanze, il Comune di Cassino adottò un’ordinanza contingibile e urgente a tutela della salute pubblica, imponendo in località Pozzaga (tra Via del Lago, Via Pozzaga e Via Lenze): Divieto assoluto di coltivazione dei terreni; Divieto di pascolo; Divieto di emungimento ed utilizzo delle acque; Divieto di utilizzo dei terreni su decine di fogli e particelle catastali.

I dati di laboratorio risalenti al 2021: furono numeri da vera emergenza

A smentire la pista del mero accumulo minerale “spontaneo” vi sono anche le analisi effettuate dal laboratorio accreditato Geo Labo s.a.s. (Rapporto di Prova N. 350/21 del 25/03/2021) su campioni prelevati da Edoardo Grossi a Sant’Elia Fiumerapido: Arsenico: 882 µg/l (contro un limite di legge D.Lgs. 31/2001 di 10 µg/lsforamento di ben 88 volte); Piombo: 114 µg/l (limite: 10 µg/l11 volte oltre il limite); Nichel: 185 µg/l (limite: 20 µg/l9 volte oltre il limite); Mercurio: 5,0 µg/l (limite: 1,0 µg/l5 volte oltre il limite); Ferro: 725.734 µg/l; Alluminio: 11.845 µg/l.

Come possa un corso d’acqua montano o di pianura generare autonomamente 880 microgrammi di Arsenico e concentrazioni massicce di Piombo e Mercurio unitamente a fenoli e fibre sintetiche è la domanda che le istituzioni continuano a schivare.

La spinta dell’associazione Ansmi e di Edoardo Grossi: sulla salute non si deroga

Dai canali social dell’associazione (ANSMI Frosinone), il presidente Edoardo Grossi esprime forte indignazione di fronte al verdetto ISPRA: “Ci dicono dopo dieci anni che si tratta di un fenomeno naturale, di ossidazione del ferro. Ma la natura non produce fenoli, non rilascia fibre sintetiche artificiali nei canali, e soprattutto non produce centinaia di microgrammi di arsenico, piombo e mercurio affiancati da fusti di vernici industriali sotterrati a pochi metri di distanza! Parlare di rubefazione è un insulto all’intelligenza dei cittadini e alla tutela della salute pubblica”.

Grossi richiama la nota ARPA Lazio prot. 0038839 del 10/06/2026, citata negli stessi atti, con cui l’Agenzia regionale chiedeva il nulla osta alla Procura della Repubblica di Cassino per accedere agli atti relativi al rinvenimento di fusti di vernice industriale e ai relativi procedimenti di bonifica a Sant’Elia Fiumerapido. Un dettaglio non da poco che dimostra l’esistenza di precise fonti di inquinamento antropico nella medesima area geografica.

I dubbi sulla “normalizzazione”: dal Sin Valle del Sacco alla Remat

Tra le associazioni ambientaliste e la cittadinanza attiva il timore è ormai evidente: ci si trova di fronte ad una precisa strategia amministrativa di normalizzazione delle criticità ambientali?

Un “copione” già osservato di recente nel caso dell’incendio all’impianto Remat: dopo il panico iniziale, i picchi di diossina e i roghi di plastiche, il susseguirsi di relazioni e campionamenti condotti dall’ARPA Lazio ha progressivamente ridimensionato la portata del disastro, riconducendo il tutto entro parametri formali di “normalità” burocratica e tolleranza. Ma emblematica viene – prima di ogni altro caso – considerata la recente relazione Arpa Lazio a proposito dei metalli presenti nel Sin Valle del Sacco, presenza considerata un effetto della natura geologica. Gancio utile a dare una spinta alla riperimetrazione restrittiva del sito.

Oggi lo stesso identico dubbio si addensa sull’attesa relazione tecnica circa i materiali interrati scoperti nella Villa Comunale di Cassino. Non c’è due senza tre, così alcuni ambientalisti scommettono che anche in quel caso si assisterà ad un verdetto “rassicurante” che ridurrà la presenza di rifiuti e sostanze estranee nel sottosuolo a semplici “riporti inerti” o “anomalie prive di pericolo”, archiviando il problema senza ovviamente prevedere bonifiche.

L’ISPRA suggerisce all’ANSMI di attivare, in presenza di nuovi dati, la procedura per danno ambientale ex art. 309 del D.Lgs. 152/2006 tramite la Prefettura. Ma resta l’amaro in bocca per una risposta istituzionale che, a dieci anni dai primi allarmi, sembra preferire il sollievo di un’etichetta geologica naturale, alla complessa ricerca della verità sui veleni industriali sotterrati nella Valle del Sacco e nel Cassinate. Le perplessità tra la popolazione e gli ambientalisti non solo permangono, ma si rafforzano. Correndo tra Frosinone e Cassino e passando per San Giorgio a Liri e Sant’Elia Fiumerapido.


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Stefano Di Scanno

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