Ucraina: il tempo che i Patriot stanno facendo perdere a Kyiv. VIDEOSERVIZIO dai nostri corrispondenti
La ricerca d’una licenza americana sta assorbendo il capitale diplomatico e strategico di Kyiv mentre le linee statunitensi non possono produrre gli intercettori necessari in tempo. L’Ucraina possiede le competenze, le alternative europee e l’urgenza per costruire una propria sovranità balistica. Le manca ancora la decisione di farne la priorità assoluta.
Zhytomyr — Quattro anni e mezzo fa documentavamo da questa città gli effetti devastanti dei missili balistici russi contro la scuola materna ed elementare locale e la vicina clinica pediatrica. Scrivendo da quel cumulo di macerie con un libro intriso di sangue in mano, ci meravigliavamo di come – dopo otto anni di guerra – l’Ucraina non avesse ancora compiuto passi importanti verso il ripristino della sua capacità strategica e ponevamo la questione delle armi strategiche all’attenzione pubblica in tutta la sua brutale realtà: all’Ucraina serviva immediatamente uno scudo contro i vettori balistici russi e, al contempo, serviva usare tutto il suo know how e le sue capacità produttive per dotarsene di propri.
IL TEMPO PREZIOSO LASCIATO SCORRERE DALLA LEADERSHIP UCRAINA
Come abbiamo ricordato ancora in tempi più recenti, prima di cedere il terzo arsenale nucleare mondiale l’Ucraina sovietica era il fiore all’occhiello dell’industria e della progettazione balistica dell’epoca. All’alba del tredicesimo anno di guerra, di cui quasi cinque su vasta scala, la leadership russa continua a usare vettori appartenenti a quella stessa cultura progettuale contro obiettivi pressoché identici, compresi quelli civili. La leadership ucraina sembra invece prenderne atto soltanto ora, dopo aver lasciato trascorrere tempo prezioso in cui quella consapevolezza avrebbe potuto trasformarsi in produzione seriale.
ERRORE STRATEGICO MADORNALE
Foto scattata a Dolyna, Donetsk dai nostri corrispondenti Alla Perdei e Giorgio Provinciali dopo che un attacco russo ha distrutto un monastero © Giorgio Provinciali e Alla Perdei-10
L’errore strategico è madornale e va messo a nudo in tutta la sua brutalità. A Dnipro, il bureau Pivdenne, la scuola di Mykhailo Yangel, progettava le grandi famiglie di vettori strategici sovietici. Pivdenmash ne realizzava parti decisive e interi sistemi. Il R-36M, ribattezzato ‘Satan’ dalla NATO, nacque in quell’ecosistema; il ferroviario RT-23 fu sviluppato attraverso la stessa rete ucraina di progettazione e produzione distribuita. A Kharkiv, Khartron costruiva sistemi di controllo e guida per i grandi complessi missilistici strategici. Leonid Kuchma diresse Pivdenmash prima di diventare il presidente sotto il quale si concluse la rinuncia ucraina all’arsenale ereditato. Dopo il collasso sovietico, l’Ucraina si ritrovò con oltre cento missili balistici intercontinentali, più di quaranta bombardieri strategici e oltre mille missili da crociera aviolanciati. Quell’infrastruttura strategica fu eliminata o trasferita con finanziamenti e assistenza statunitensi; tutti gli ICBM vennero rimossi o smantellati e i silos distrutti.
INCAPACITA’ DI RICOSTRUIRE UNA CAPACITA’ BALISTICA STRATEGICA NAZIONALE
Nel 1999, per saldare debiti relativi al gas, Kyiv consegnò a mosca otto Tu-160, tre Tu-95MS e 575 Kh-55. Un’inchiesta successiva ha ricostruito i numeri di serie dei bombardieri trasferiti, stabilendo che almeno sei di quei Tu-160 risultavano ancora operativi nelle forze russe. Gli aerei che l’Ucraina aveva ceduto, insieme alla famiglia di missili che aveva consegnato, sono entrati nella catena d’attacco che oggi bombarda le città ucraine. Trent’anni dopo, il Paese che contribuì a scrivere la storia della balistica continua a pagare il prezzo della propria rinuncia e, soprattutto, dell’incapacità successiva di ricostruire una capacità strategica nazionale.
Foto scattata a Kapitanivka dai nostri corrispondenti Alla Perdei e Giorgio Provinciali nell’immediatezza d’un attacco balistico russo © Giorgio Provinciali e Alla Perdei-13
L’Iskander 9M723 non fu progettato a Dnipro. Nacque nel bureau KBM di Kolomna e attribuirne direttamente la paternità all’Ucraina sarebbe tecnicamente scorretto, ma la sostanza dell’accusa rimane intatta. L’Ucraina possedeva le scuole ingegneristiche, la scienza dei materiali, l’esperienza propulsiva, la cultura delle prove, le capacità di guida e la disciplina produttiva necessarie per comprendere quel vettore, svilupparne un equivalente e progettare un intercettore capace di contrastarlo. Non si trattava d’inventare una nuova fisica. Si trattava di conservare e aggiornare una competenza già presente.
TEMPO PERDUTO IN UCRAINA, E LASCIATO A MOSCA
I vettori russi che oggi cadono sulle città ucraine discendono da architetture nate decenni fa. Mosca ha continuato a perfezionarle, rendendole più difficili da intercettare attraverso aggiornamenti del software di guida, profili di volo modificati, contromisure e manovre terminali più aggressive. Ma sono sostanzialmente basati su un’architettura che ha oltre mezzo secolo, di cui l’Ucraina fu autore e produttore. RUSI ha valutato plausibile che le modifiche agli Iskander abbiano migliorato proprio la capacità di compiere correzioni durante la fase terminale, pur precisando che i dettagli tecnici rimangono parzialmente incerti. L’età concettuale d’un progetto non ne riduce la letalità, ma dimostra quanto fosse prevedibile la minaccia e quanto tempo sia stato perduto in Ucraina – a guerra già iniziata – e lasciato a Mosca per perfezionarla. Questo errore strategico riguarda quantomeno il governo attuale e quello precedente.
LA SPERIMENTAZIONE BALISTICA DELLA COREA DEL NORD
Foto scattata a Kyiv dai nostri corrispondenti Alla Perdei e Giorgio Provinciali nell’immediatezza d’un attacco balistico russo © Giorgio Provinciali e Alla Perdei-12
Lo stesso processo s’è ormai esteso alla Corea del Nord, che è invece riuscita in uno stesso lasso di tempo a progettare e produrre vettori balistici seri pur non essendo in stato di guerra e ora lo sta addirittura perfezionando proprio contro l’Ucraina. I KN-23 e KN-24 impiegati contro le città ucraine sono infatti entrati in un ciclo di sperimentazione bellica che Pyongyang non aveva mai posseduto. Le prime versioni cadevano a uno-tre chilometri dal punto previsto; fonti militari ucraine hanno successivamente stimato errori ridotti a cinquanta-cento metri. Reuters non ha potuto verificare indipendentemente quella valutazione e le modifiche precise restano sconosciute. Il miglioramento improvviso, il ritorno dei dati dal campo di battaglia, la possibilità di nuovi componenti di navigazione e l’assistenza russa costituiscono già un trasferimento di know-how, anche senza la prova pubblica d’un intero progetto consegnato da mosca a Pyongyang. Nell’agosto 2026, l’intelligence ucraina ha inoltre segnalato il dispiegamento in Russia d’un reparto missilistico nordcoreano destinato a operare con nuovi KN-23 e KN-24.
La Corea del Nord, un Paese che non ha certamente fatto scuola né vanta tradizione nella balistica, ha infatti lanciato proprio ieri un missile balistico per oltre 700 chilometri. Il 12 agosto, dalla zona costiera di Wonsan, Pyongyang ha effettuato il secondo test balistico in meno d’una settimana e il vettore s’è inabissato fuori dalla zona economica esclusiva del Giappone. Diversi analisti ipotizzano un Hwasong-11A a propellente solido, cioè quel KN-23 analogo dell’Iskander russo, e non è escluso che Pyongyang stia collaudando una modifica capace di trasportare una testata nucleare tattica. Il lancio è avvenuto pochi giorni prima dell’avvio delle esercitazioni Ulchi Freedom Shield, undici giorni di manovre congiunte fra Seoul e Washington che Pyongyang considera tradizionalmente una ‘ripetizione della guerra’. E sono proprio i KN-23 di produzione nordcoreana i missili che la russia impiega sempre più spesso per bombardare le città ucraine, combinandoli negli attacchi notturni con altre armi. I progressi nordcoreani, maturati in così poco tempo, dovrebbero aprire gli occhi sulle scelte sbagliate ucraine.
NASCONDERE IL FALLIMENTO DI CERTE SCELTE POLITICHE NON AIUTA
Il giorno prima, l’11 agosto, la Russia colpiva Zaporizhzhia con dieci missili balistici e quattro bombe guidate KAB; fra i vettori impiegati, ha denunciato Zelenskyj, c’erano proprio missili nordcoreani. Sette civili che lavoravano nello stabilimento Zaporizhstal sono morti mentre raggiungevano i rifugi subito dopo l’allarme, altre ventiquattro persone sono state ricoverate e due versano in gravi condizioni, coi medici che lottano per salvarle la vita. Nascondere queste statistiche – cioè il fallimento di certe scelte politiche – facendo come lo struzzo con la testa sotto la sabbia non aiuta. La Russia sta già attaccando le infrastrutture energetiche ucraine senza aspettare l’arrivo del freddo.
Foto scattata dai nostri corripondenti Alla Perdei e Giorgio Provinciali durante lo studio d’alcuni vettori strategici ucraini d’epoca sovietica © Giorgio Provinciali e Alla Perdei-4
Stiamo parlando di macchine enormi nelle quali ogni elemento appartiene a discipline che l’industria ucraina ha praticato per generazioni. Nei grandi vettori a propellente liquido come gli R-36 entravano serbatoi strutturali, turbopompe, generatori di gas, valvole, condotti d’alimentazione, camere di combustione, ugelli, sistemi di pressurizzazione e unità inerziali. Nei missili tattici a propellente solido troviamo l’involucro motore, il grano di propellente, il legante energetico, l’accenditore, l’ugello, gli attuatori per il controllo della spinta, giroscopi e accelerometri, il computer di bordo, l’autopilota, le batterie, le superfici aerodinamiche, il collegamento dati, il seeker terminale, le protezioni termiche e gli apparati di separazione. Le turbopompe appartengono ai grandi sistemi liquidi; i motori solidi seguono un’altra architettura. In entrambi i casi la difficoltà risiede nell’integrazione, nella qualità dei materiali, nelle tolleranze, nella ripetibilità e nelle prove. Sono problemi industriali enormi, ma sono anche problemi noti. Stiamo parlando d’un’architettura che il mondo non scopre oggi. Esattamente come le contromisure a quella traiettoria.
IL PATRIOT
Il Patriot appartiene a una famiglia entrata in servizio negli anni Ottanta e modernizzata continuamente. Il PAC-3 MSE non contiene semplicemente componenti rimasti immutati per quarant’anni: è un intercettore moderno, con guida avanzata, seeker attivo e capacità hit-to-kill. La sua complessità non trasforma tuttavia la difesa antibalistica in un’arte irraggiungibile. Un intercettore deve ricevere una traccia sufficientemente precisa, accelerare abbastanza rapidamente, raggiungere una finestra geometrica minuscola, aggiornare la propria navigazione e produrre una collisione o un effetto distruttivo prima che il bersaglio completi la discesa. Radar, comando, datalink, propulsione, guida inerziale, seeker e controllo terminale formano una catena di cui l’Ucraina conosce bene le discipline che la compongono. Tanto che l’ingegneria ucraina contribuì in tempo record a modificare il software che permette a quei sistemi d’essere efficaci contro i vettori impropriamente detti ‘ipersonici’.
KYIV DOVEVA DOTARSI DI UN DETERRENTE STRATEGICO
Il nostro caro amico Dmytro Levus, grande politologo ucraino di fama mondiale, è testimone del fatto che quattro anni e mezzo fa, di fronte allo scempio compiuto dai russi proprio in città come Zhytomyr, Ternopil’ e molte altre, sostenemmo categoricamente che Kyiv dovesse dotarsi d’un proprio deterrente strategico con inderogabile priorità. E ci meravigliavamo di come non l’avesse già fatto. Già allora ponevamo l’accento sulla traiettoria prima ancora che sulla testata trasportata. Una traiettoria balistica comprime il tempo d’allarme, restringe lo spazio decisionale, sottopone la difesa a una geometria estrema e costringe il nemico a consumare intercettori costosi. Una traiettoria quasi-balistica aggiunge manovra, deviazioni e incertezza. Quella traiettoria andava ripresa sia in attacco che in difesa.
La scuola materna ed elementare menzionata in quest’articolo, distrutta nel 2022 da un attacco balistico russo © Giorgio Provinciali e Alla Perdei-5
A prescindere dalla testata che avrebbe potuto equipaggiare quei vettori, l’Ucraina avrebbe dovuto riappropriarsi della capacità di produrli. Sul deterrente nucleare abbiamo sempre sostenuto il diritto sovrano di Kyiv a considerare il recesso previsto dall’articolo X del Trattato di non proliferazione, constatato il fallimento delle garanzie ricevute in cambio della denuclearizzazione. L’articolo X non attribuisce automaticamente il diritto di costruire armi nucleari mentre si rimane parte del trattato: consente però a uno Stato di recedere quando eventi straordinari connessi all’oggetto del trattato abbiano compromesso i suoi interessi supremi, con un preavviso di tre mesi. È questa la base giuridica precisa della discussione che doveva tenersi fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. La ricostruzione d’una capacità balistica convenzionale poteva e doveva procedere indipendentemente dalla scelta nucleare.
L’avvento di Fire Point misura oggi la profondità del ritardo. Non rappresenta il primo tentativo ucraino di tornare alla balistica. Il programma Sapsan era stato annunciato nel 2005, progettato nel 2006 e sospeso nel 2013 per mancanza di finanziamenti; Pivdenne sviluppò poi Hrim-2. La presenza di quei programmi aggrava la responsabilità politica di Kyiv, perché dimostra che il progetto, le persone e una parte della filiera esistevano. Dal 2014 in avanti l’Ucraina disponeva anche della prova definitiva che la Russia rappresentasse una minaccia esistenziale. Sono mancati la continuità, la scala, il finanziamento protetto, la produzione seriale e una direzione statale capace di trattare la balistica come un requisito di sopravvivenza.
La sezione d’un missile “Stiletto” ucraino d’epoca sovietica che abbiamo studiato insieme ad altri ingegneri © Giorgio Provinciali e Alla Perdei-2
Fire Point ha ripreso la traiettoria contemporaneamente nei due sensi, ma nei tempi supplementari d’una guerra che non concede extra time. FP-7 e FP-9 appartengono alla dimensione offensiva; FP-7.X è entrato nel progetto Freya come base cinetica dell’intercettore. L’azienda sta integrando radar di sorveglianza e inseguimento, seeker, guida e comando con tredici partner industriali europei. Kongsberg lavora al centro di comando e Diehl ha confermato negoziati sul sistema di guida. L’obiettivo dichiarato consiste nel compiere la prima intercettazione balistica entro la metà del 2027, mantenendo il prezzo dell’effettore sotto il milione di euro. Almeno cinque prove sono già state eseguite. Così come per Patriot e SAMP/T, abbiamo analizzato in approfondimenti dedicati l’ingegneria alla base di Freya e abbiamo spiegato che non protegge ancora Zhytomyr o Kyiv. Proprio questa distanza dalla capacità operativa mostra quanto sarebbe stato decisivo iniziare nel 2014, o almeno il 24 febbraio 2022.
PERCHE’ L’UCRAINA CONTINUA A CONCENTRARE CAPITALE DIPLOMATICO SU UNA LICENZA USA?
Di fronte a quell’errore strategico madornale, l’Ucraina ne sta reiterando un altro. La questione rimasta aperta è ormai eminentemente politica: perché Kyiv continua a concentrare il proprio capitale diplomatico su una licenza americana che non potrà produrre gli intercettori necessari in tempo?
Osservando e vivendo in prima persona decine, centinaia di bombardamenti come quello che documentammo allora da questa stessa città, o come quelli che colpirono per ben tre volte le nostre stesse case, in questi anni abbiamo spiegato la balistica come una delle arti decisive della guerra moderna, analizzato struttura, deployment e limiti di Patriot, mostrato il potenziale strategico di SAMP/T e sottoposto Freya alla prova della fisica.
La sezione d’un missile balistico “Satan” ucraino d’epoca sovietica che abbiamo studiato insieme ad altri ingegneri © Giorgio Provinciali e Alla Perdei-3
Il 31 luglio JD Vance ha chiesto a Zelenskyj di sospendere gli attacchi contro le petroliere che utilizzano il terminal del Caspian Pipeline Consortium presso Novorossiysk. Secondo il “Financial Times”, Kyiv ha accettato di non colpire le infrastrutture del CPC e le navi non russe, purché non fossero sanzionate dall’Ucraina e non trasportassero petrolio o altri carichi russi. Gli attacchi contro la base navale e gli obiettivi militari russi sono invece proseguiti. Washington – che aveva scatenato la terza Guerra del Golfo e la crisi mondiale dei carburanti – era preoccupata per il mercato petrolifero, per le esportazioni kazake e per gli interessi di Chevron ed ExxonMobil nella filiera del CPC.
La parte più grave del resoconto riguarda le ragioni della disponibilità ucraina. Una fonte informata sulla posizione di Kyiv ha riferito al “Financial Times” che l’Ucraina ha accolto la richiesta dell’amministrazione Trump perché sta cercando d’ottenere una licenza americana per produrre gli intercettori Patriot e spera di acquistarne diverse centinaia prima dell’inverno. Non esiste però alcuna prova d’un accordo formalizzato che scambi la sospensione degli strike con la licenza. Esiste invece una dichiarazione esplicita secondo cui quella speranza ha influito sul calcolo ucraino.
LA POSTURA DI KYIV CHE STUPISCE E FERISCE
È qui che la postura di Kyiv stupisce e ferisce. Gli Stati Uniti hanno ottenuto immediatamente una limitazione operativa utile ai propri interessi energetici e commerciali, mentre l’Ucraina non ha ricevuto una licenza, un contratto, un calendario, una linea di produzione o una quantità garantita di missili. Ancora una volta, Kyiv ha subordinato almeno una parte della propria libertà d’azione alla speranza che Washington conceda in futuro l’accesso a una tecnologia che controlla gelosamente e che la sua stessa industria fatica a produrre in quantità sufficienti.
Le conseguenze di un attacco balistico russo contro Pavlohrad © Giorgio Provinciali e Alla Perdei-11
La scelta fallimentare consiste nel trasformare l’approvvigionamento dei PAC-3 nell’asse portante della strategia antibalistica ucraina. Patriot svolge oggi una funzione indispensabile d’emergenza. Sottolineiamo ancora questo termine. Ogni PAC-3 disponibile salva vite e dev’essere acquistato. La sua filiera rimane americana, la sua produzione serve il mercato mondiale, le sue scorte sono contese fra gli Stati Uniti, il Medio Oriente, l’Europa e l’Asia, e ogni trasferimento dipende da una decisione politica esterna. Costruire la sopravvivenza nazionale intorno a quella dipendenza significa consegnare a Washington un potere permanente sulla quantità, sul ritmo e persino sulle condizioni d’impiego della difesa ucraina. Reiterando lo stesso errore che portò alla PURL – di cui evidenziammo dal campo limiti e conseguenze – spiegando la necessità d’un’alternativa proprio riguardo all’antibalistica.
L’Ucraina continua a compiere lo stesso errore e i numeri cancellano ogni illusione. Lockheed Martin ha consegnato 620 PAC-3 MSE durante tutto il 2025: poco meno di cinquantadue al mese destinati all’insieme dei clienti mondiali. La società statunitense intende portare la capacità annua da circa 600 a 2.000 unità attraverso un accordo settennale. Quella capacità appartiene però alla produzione futura. Trecento intercettori, una lettura prudente dell’espressione ‘diverse centinaia’, equivalgono a quasi sei mesi dell’intera produzione mondiale realizzata nel 2025. Cinquecento equivalgono a quasi dieci mesi. L’idea d’acquistarne diverse centinaia prima dell’inverno presuppone che l’Ucraina riceva una quota enorme della produzione globale proprio mentre ogni altro utilizzatore cerca di ricostituire le proprie scorte.
LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA AMERICANA CONTRO L’IRAN
La guerra americana contro l’Iran ha aggravato la situazione fino a renderla grottesca. Secondo una stima del Center for Strategic and International Studies riportata da Reuters, fra febbraio e luglio 2026 gli Stati Uniti avrebbero consumato circa il 65 per cento dei propri intercettori Patriot, passando da una scorta stimata di 2.330 unità a meno di 850. I numeri reali sono classificati e quella rimane una stima indipendente. La direzione del problema è inequivocabile: gli arsenali americani e del Golfo sono stati fortemente erosi e diversi Paesi europei trattengono le munizioni necessarie alla propria difesa. Ogni PAC-3 costa inoltre circa quattro-cinque milioni di dollari.
Kyiv si trova quindi a elemosinare missili presso Paesi europei che dipendono dalla stessa linea produttiva americana e che sanno a loro volta di non poter sostituire rapidamente ciò che cedono. Trasferire qualche decina di PAC-3 dai depositi tedeschi, olandesi, rumeni o spagnoli può salvare vite durante le prossime notti, ma non costituisce affatto una soluzione industriale. Sposta la scarsità da un arsenale all’altro e lascia l’intera alleanza in attesa di Lockheed Martin. Nel 2026, gli alleati hanno consegnato all’Ucraina appena un terzo degli intercettori forniti nel 2025; durante uno degli attacchi più recenti, le difese ucraine non hanno abbattuto nessuno dei ventiquattro missili balistici e dei quattro Tsirkon lanciati dalla russia. Quei numeri hanno continuato a ripetersi svergognando a tal punto la cruda realtà che oggi, nelle statistiche ufficiali rilasciate dallo stato maggiore ucraino, non compaiono più i tassi d’intercettazione della balistica russa ma soltanto quelli dei droni. Che riportano percentuali ovviamente ben diverse, di fronte allo scempio causato da scelte politiche totalmente errate.
In un momento in cui, come abbiamo spiegato, a parità di danno un attacco balistico costa ormai a mosca meno dei droni, la licenza americana non risolverà questa emergenza. L’8 luglio, ad Ankara, Trump promise pubblicamente a Zelenskyj che l’Ucraina avrebbe ricevuto il diritto di produrre Patriot. Ammise nello stesso momento che le aziende interessate non erano ancora state consultate. Il 31 luglio cambiò tono, dichiarando che gli Stati Uniti non avevano accettato di permettere all’Ucraina di costruire i missili e che Washington avrebbe dovuto essere estremamente prudente nel trasferire quella capacità. Era lo stesso 31 luglio della telefonata con cui Vance chiedeva a Zelenskyj di fermare gli attacchi alle petroliere: nel medesimo giorno Washington ritirava la contropartita sperata e incassava la concessione. Coincidenze. Una promessa presidenziale pronunciata davanti alle telecamere non aveva dunque prodotto nemmeno l’accordo politico stabile che Kyiv sembrava attribuirle.
LA SOVRANITA’ INDUSTRIALE IMMAGINATA DA KYIV E’ SEMPRE PIU’ LONTANA
Le trattative sono proseguite, ma ciò che viene discusso assomiglia sempre meno alla sovranità industriale immaginata da Kyiv. Le opzioni sul tavolo comprendono infatti la produzione in Ucraina d’alcuni componenti da inviare in Germania per l’assemblaggio finale, l’ingresso in un programma euroamericano già esistente oppure la partecipazione al futuro PAC-3 ACE, l’intercettore economico presentato da Lockheed Martin nel luglio 2026. Reuters riferisce che, persino dopo un accordo, l’Ucraina non riceverebbe missili nuovi prima d’un anno o più. Funzionari statunitensi avvertono che l’apertura di nuove linee per componenti sotto licenza richiede normalmente dai tre ai sette anni.
Questa tempistica rende la scelta fallimentare fin dall’inizio. La licenza non proteggerà l’Ucraina nell’inverno 2026-2027. Una linea avviata nel migliore dei casi fra un anno non risolverà neppure il fabbisogno dell’estate successiva. Una produzione limitata a componenti, con assemblaggio finale e sottosistemi decisivi mantenuti all’estero, conserverà la dipendenza dalle autorizzazioni, dai fornitori e dalle priorità americane. Kyiv rischia di spendere quindi altri mesi negoziando una licenza nominale che le consentirebbe di partecipare alla filiera Patriot senza controllarla.
Le conseguenze di un violento attacco russo contro un’area di servizio nell’oblast’ ucraina di Dnipropetrovsk © Giorgio Provinciali e Alla Perdei-7
È ragionevole prevedere che Trump non concederà all’Ucraina la licenza nella forma piena che servirebbe davvero: documentazione tecnica completa, software, seeker, motori, guida, procedure di certificazione, supply chain autonoma e libertà di produzione. Potrà concedere un accordo chiamato ‘licenza’, nel quale l’Ucraina costruirà involucri, parti meccaniche, sottogruppi o altri componenti destinati all’assemblaggio europeo. Questa soluzione potrebbe essere forse utile nel lungo periodo e potrebbe creare una certa capacità industriale limitatamente ad alcune aree, ma non rappresenterebbe affatto l’autonomia antibalistica di Kyiv.
Le ragioni sono politiche, militari e industriali. Washington considera la protezione della tecnologia americana una condizione esplicita delle trattative. Lockheed Martin possiede un portafoglio globale, un contratto americano potenzialmente enorme e un programma d’espansione che la stessa azienda presenta come fonte di migliaia di posti di lavoro statunitensi e di valore per i propri azionisti. Nel luglio 2026 ha inoltre annunciato proprio il PAC-3 ACE, che è destinato a costare meno della metà del PAC-3 MSE. L’industria americana sta dunque costruendo in proprio la fascia di mercato degli intercettori meno costosi in cui l’Ucraina vorrebbe entrare proprio su concessione americana. La scelta politica di Kyiv è un controsenso talmente palese da suonare a dir poco imbarazzante. Soprattutto se si pensa al fatto che le alternative ci sono e l’Ucraina ha già ottenuto il permesso da Italia e Francia per poterle realizzare.
FREYA UCRAINO-EUROPEO: L’ALTERNATIVA ALLA DIPENDENZA DA PATRIOT
Un Freya ucraino-europeo realmente efficace a meno d’un milione di euro entrerebbe direttamente in quella fascia e potrebbe offrire a molti Paesi un’alternativa alla dipendenza da Patriot. Sebbene non esista una prova pubblica che Lockheed Martin stia bloccando il progetto ucraino in tal senso, esiste un conflitto d’interessi industriale evidente. Gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse a integrare l’Ucraina come cliente, fornitore o partner subordinato della propria architettura, ma hanno un incentivo assai minore a trasferire rapidamente tutte le tecnologie necessarie per creare un concorrente autonomo, più economico e potenzialmente prodotto in quantità maggiori. Questa è un’inferenza industriale fondata sulla struttura del mercato, non l’accusa d’un veto segreto.
La scelta europea è già più concreta. Il 14 luglio Francia e Italia hanno autorizzato formalmente la produzione su licenza degli Aster 30 in Ucraina entro la fine del 2026. Kyiv intende ordinare quattro SAMP/T NG e diventare il primo utilizzatore in combattimento della nuova generazione; il primo componente, un radar GF300, è atteso in Ucraina già entro la fine del 2026 e i cinque radar GM400 entro la fine del 2027. Due complessi SAMP/T attuali dovrebbero essere trasferiti come capacità ponte, mentre le consegne di Aster 30 già concordate dovrebbero essere accelerate entro ottobre 2026. Cioè entro tempi e modi ben più ragionevoli. La stessa dichiarazione franco-ucraina prevede il sostegno francese a Freya attraverso la cooperazione industriale e l’esperienza della Direction générale de l’armement. Qui l’autorizzazione esiste già, è scritta e comprende esplicitamente la produzione in Ucraina.

Anche la filiera Aster soffre di limiti produttivi e SAMP/T NG non arriverà ormai abbastanza presto per risolvere l’inverno imminente. Richiederà investimenti, impianti, qualificazione e protezione delle linee. La differenza strategica risiede però nel controllo europeo e nella disponibilità politica già formalizzata. Una differenza sostanziale. Come abbiamo già documentato, Aster 30 B1 possiede capacità contro missili balistici a corto raggio; B1NT è stato sviluppato per estendere la difesa a vettori balistici di medio raggio, bersagli altamente manovranti e minacce ipersoniche, con seeker in banda Ka e controllo combinato aerodinamico e propulsivo PIF-PAF. È un’architettura europea più recente, concepita intorno all’evoluzione contemporanea della minaccia.
OGNI MESE AD ASPETTARE WASHINGTON ALLUNGA LA VULNERABILITA’
Kyiv dovrebbe concentrare su questa direttrice una quota molto maggiore del proprio capitale diplomatico e finanziario: produzione ucraina di Aster, accelerazione di SAMP/T NG, completamento di Freya, pieno reintegro di Pivdenne, Pivdenmash, Khartron e Luch, coinvolgimento delle aziende private, impianti distribuiti per propellenti e motori, sviluppo nazionale dei seeker, radar, datalink, attuatori, unità inerziali e sistemi di comando. Ogni sottosistema prodotto in Ucraina riduce la dipendenza. Ogni prova compiuta oggi accorcia il tempo verso una capacità operativa. Ogni mese trascorso ad aspettare Washington allunga invece la vulnerabilità.
La difesa deve inoltre comprendere la distruzione degli strumenti d’attacco. Nessuna quantità realisticamente disponibile d’intercettori può sostenere indefinitamente una guerra nella quale la russia è capace di lanciare fino a cento missili balistici al mese, mentre il difensore consuma effettori da milioni di dollari e dipende da una filiera straniera che ne produce poco più di cinquanta al mese per il mondo intero. L’Ucraina deve produrre i propri vettori balistici e quasi-balistici per colpire lanciatori, depositi, aeroporti, impianti di produzione e nodi di comando. Ma doveva già farlo molto tempo prima, quando vettori russi con quella stessa traiettoria colpivano le sue scuole, i suoi ospedali e le sue case. Non stiamo scoprendo nulla di nuovo rispetto a quanto non sapessimo già nel 2022 o nel 2014, quando lanciatori di quei missili venivano trasferiti da mosca perfino nei territori occupati. Lo stesso Zelenskyj ha riconosciuto che la riduzione dei lanciatori nemici è una necessità, aggiungendo che le capacità attuali non consentono ancora di farlo nella misura richiesta.
Questa è la conseguenza concreta del ritardo. Dopo dodici anni di guerra e quasi cinque d’invasione su vasta scala, l’Ucraina dispone ancora di capacità insufficienti per distruggere le piattaforme che lanciano i missili e di quantità insufficienti per intercettarli. Dipende dagli Stati Uniti sia per l’effettore difensivo sia, in molti casi, per l’autorizzazione politica a usare le armi offensive disponibili. La traiettoria che avrebbe dovuto restituirle autonomia è rimasta troppo a lungo chiusa in programmi intermittenti, annunci, prototipi e finanziamenti frammentari.
Un’infrastruttura civile ucraina distrutta da un attacco balistico risso a Sumy © Giorgio Provinciali e Alla Perdei-9
Di fronte a questo stupisce e ferisce vedere la postura di Kyiv. Il governo continua a trattare Patriot come la destinazione finale della propria politica antibalistica, invece d’usarlo come ponte d’emergenza verso una capacità ucraina ed europea. Continua a cercare diverse centinaia d’intercettori che la produzione mondiale non può liberare nei tempi dichiarati. Continua a investire mesi in una licenza che Trump ha promesso prima di consultare le aziende e rimesso in discussione tre settimane dopo. Arriva a lasciare che la speranza d’ottenere quella licenza pesi sulle proprie operazioni contro infrastrutture attraverso le quali transitano interessi economici americani.
L’ELEMOSINA NON PUO’ DIVENTARE UNA DOTTRINA
L’elemosina non può diventare una dottrina. La sovranità antibalistica – di cui l’Ucraina sovietica ha fatto scuola – richiede programmi controllati da chi pagherà con le proprie città il fallimento del ritardo: Ucraina ed Europa. Non stiamo parlando dell’ultimo sistema d’electronic warfare per neutralizzare un drone appena prototipizzato, ma d’una minaccia che conosciamo da decenni, che espone mancanze ed errori tanto da essere esclusa dalle statistiche ufficiali diffuse dallo stato maggiore ucraino.
Quattro anni e mezzo fa, fra le macerie di Zhytomyr, con un libro intriso di sangue in mano, la conclusione era già davanti a noi. All’Ucraina servivano immediatamente uno scudo proprio e vettori propri. Ogni notte trascorsa da allora ha confermato a caro prezzo quell’urgenza. Il Paese che insegnò al mondo a costruire traiettorie balistiche non può entrare nel quinto inverno della guerra su vasta scala aspettando il permesso di Washington per tornare a farlo.
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Alessio Ramaccioni
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