Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera
3 settembre 2026
Le norme sullo scioglimento dei comuni infiltrati dalle mafie vanno riviste. È la proposta che esce dalla commissione parlamentare antimafia guidata da Chiara Colosimo (Fratelli d’Italia). “La Commissione ritiene sia giunto il momento di procedere ad una revisione dell’istituto”, si legge nella relazione firmata dal senatore Salvatore Sallemi (FdI), approvata il 15 luglio scorso e poi trasmessa ai presidenti di Camera e Senato.
Il commissariamento per mafia dei comuni, alcuni dati
Dei 290 comuni sciolti dal 1991, ben 83 hanno subito più commissariamenti. Il record al Comune di Marano di Napoli: ben 5 volte
La legge introdotta nel 1991, poi confluita nel Testo unico degli enti locali e aggiornata nel corso degli anni, introduce lo scioglimento delle amministrazioni comunali e il loro commissariamento qualora si riscontrassero influenze e pressioni della criminalità organizzata sui processi decisionali. Fino al 22 aprile scorso, data in cui è stata ultimata la relazione, sono stati 291 i comuni sciolti per mafia, per l’esattezza 290 comuni e un municipio di Roma Capitale (il decimo, quello di Ostia), mentre sei aziende sanitarie provinciali sono state commissariate per mafia. Calabria (126 casi), Campania (114) e Sicilia (90) restano le regioni più colpite, ma la relazione sottolinea come il fenomeno abbia raggiunto anche Lazio, Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Lombardia e Valle d’Aosta, a conferma – scrive la Commissione – della tendenza delle mafie tradizionali a radicarsi in nuovi territori.
Il dato più inquietante riguarda però la recidiva: 83 dei 290 comuni sciolti lo sono stati più di una volta, e un caso – quello di Marano di Napoli, in provincia di Napoli – è arrivato al quinto scioglimento in trentacinque anni (1991, 2004, 2016, 2021 e settembre 2025), mentre a Pagani (Salerno) nell’aprile scorso è stato stabilito il terzo commissariamento. Altri 81 comuni hanno subito due o tre scioglimenti. “In più di un caso su quattro – si legge nel documento – l’opera di risanamento da parte della commissione di straordinaria gestione non si è rivelata di per sé una misura sufficiente” a evitare che l’ente ricada sotto il controllo o il condizionamento della criminalità organizzata.
Comuni sciolti per mafia: numeri, motivazioni e conseguenze
I “profili critici” dei commissariamenti per mafia
Nella relazione vengono sollevati “plurimi profili critici” su cui il parlamento dovrebbe intervenire per adeguare lo strumento “al mutato contesto normativo e sociale in cui è chiamato ad operare, nonché al fine di renderlo ancora più efficace rispetto alle infiltrazioni negli enti locali e al pericolo di vulnerabilità delle organizzazioni amministrative”. Bisogna “bilanciare adeguatamente i valori costituzionali in gioco: da un lato, l’ordine pubblico, la sicurezza e la libera di determinazione degli organi elettivi; dall’altro, l’autonomia costituzionalmente garantita agli enti locali, il diritto di elettorato passivo e attivo, atteso che il sacrificio incide non solo nei confronti degli amministratori coinvolti bensì sull’intera collettività locale privata del diritto di autodeterminazione democratica, nonché il principio di legalità sostanziale”.
Una definizione più precisa dei collegamenti con la criminalità
L’assenza di definizioni specifiche dei “collegamenti diretti o indiretti” con la criminalità organizzata sembra danneggiare i piccoli comuni dove i legami parentali sono più stretti: il 70% delle amministrazione commissariate ha meno di 10mila abitanti
Molti giuristi e rappresentanti degli amministratori, interpellati dai parlamentari, hanno chiesto che sia specificata in maniera più tassativa l’espressione “collegamenti diretti o indiretti” con la criminalità organizzata. Nel 2009 il testo della legge era stato modificato il testo specificando che devono essere “concreti, univoci e rilevanti” gli elementi che devono comprovare questi legami, ma l’espressione resta blanda. Dall’analisi delle relazioni prefettizie “è emerso come, soprattutto nei comuni di ridotte dimensioni, i rapporti di parentela o affinità con esponenti della criminalità organizzata vengano talvolta valorizzati come elementi sintomatici di collegamento, anche in assenza di una dimostrata incidenza di tali relazioni sulle scelte amministrative dell’ente”.
Spesso, però, nei piccoli comuni i rapporti di parentela sono più stretti e non sempre sono indicativi di un effettivo legame con la criminalità. E così non definire in maniera più precisa i collegamenti favorisce il commissariamento dei piccoli comuni: il 70 per cento delle amministrazioni commissariate ha meno di 10mila abitanti. Secondo la Commissione, bisognerebbe quindi valorizzare “il catalogo degli ‘indici sintomatici’ elaborati dalla giurisprudenza amministrativa e dalla stessa Commissione parlamentare antimafia nella precedente legislatura”.
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L’obbligo di contraddittorio e di sospensione dei funzionari
Quella che porta al commissariamento per mafia di un comune è un procedura che ha effetti notevoli, come la cessazione della carica di tutti gli amministratori e la sospensione del mandato elettorale. Tra gli auditi, molti ritengono che sia necessario introdurre l’obbligo di un contraddittorio, così come è stato introdotto anche per le misure interdittive antimafia delle imprese. Al momento, è lasciato alla discrezionalità delle commissioni di indagine: “In quasi la totalità dei casi le commissioni d’indagine sono solite convocare delle apposite audizioni degli amministratori locali nonché dei componenti dell’apparato burocratico e del segretario comunale”, ha ricordato il prefetto Claudio Palomba, capo dipartimento per gli Affari interni e territoriali del ministero dell’Interno. Da strumento facoltativo, la commissione vorrebbe farlo diventare un obbligo. Ma si aprirebbe una questione: quale figura dovrebbe presentarsi nel contraddittorio a difendere l’amministrazione?
“Lo scioglimento determina l’azzeramento della rappresentanza politica immediata, ma ha scarsa efficacia sulla struttura amministrativa (dirigenti e funzionari) che porta quindi alla sospensione o all’interdizione ai pubblici uffici della parte burocratica”Gaetano Manfredi – Sindaco di Napoli e presidente dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci)
Diversi sindaci auditi – tra cui gli ex primi cittadini di Manfredonia, Vittoria e Trinitapoli – hanno lamentato il fatto di essere stati “i soli a ‘pagare’ per i fatti contestati”, mentre dirigenti e funzionari coinvolti negli stessi fatti restano in servizio, talvolta persino a supporto della commissione straordinaria che gestisce il comune dopo lo scioglimento. Agli organismi politici “spesso, viene imputato tutto ciò che accade nei gangli dell’amministrazione”, si legge nella relazione. “Lo scioglimento determina l’azzeramento della rappresentanza politica immediata – ha dichiarato il sindaco di Napoli e presidente dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci), Gaetano Manfredi – ma ha scarsa efficacia sulla struttura amministrativa (dirigenti e funzionari) che porta quindi alla sospensione o all’interdizione ai pubblici uffici della parte burocratica, [ma] non c’è nessuno strumento che consenta l’allontanamento o la sospensione”. Per questo la commissione propone di rendere obbligatoria la sospensione dall’impiego per i dirigenti e i dipendenti nei cui confronti siano emersi elementi concreti, univoci e rilevanti di collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata.
Un’altra proposta riguarda la “decadenza individuale“, e non di tutti gli organi politici, se dalle indagini e dagli accertamenti emerge la responsabilità di un singolo consigliere.
Comuni sciolti per mafia, dalle difficoltà alla “terza via”
I metodi di lavoro delle commissioni prefettizie
Per la commissione antimafia, dovrebbero essere specificati i requisiti di competenza dei componenti delle commissioni di indagine: almeno uno dei tre dovrebbe avere “qualificate competenze in materia di diritto amministrativo, contabilità pubblica o gestione degli enti locali”. Allo stesso tempo, propone anche la creazione di un “albo nazionale dei commissari straordinari”, con commissari esperti che operino a tempo pieno nei comuni sciolti. Inoltre vorrebbe che siano introdotti strumenti di collaborazione e supporto alle amministrazioni.
Il nodo delle incandidabilità
Nella relazione dell’antimafia, ampio spazio è dedicato anche alla misura dell’incandidabilità, che impedisce agli amministratori ritenuti responsabili dello scioglimento di candidarsi per i due turni elettorali successivi. La relazione mette a confronto questo istituto con la più nota “legge Severino“, che prevede questa misura nei confronti di persone condannate in via defintiva, mentre l’incandidabilità legata all’articolo 143 può basarsi anche su una condotta meramente “inefficiente, disattenta o opaca”, accertata da un giudice civile sulla base di elementi indiziari raccolti in sede amministrativa, senza che sia necessario un reato.
Il Comitato segnala inoltre un vuoto normativo che ha già prodotto casi concreti: quello dell’amministratore dichiarato incandidabile sulla base di una relazione prefettizia i cui presupposti vengono poi smentiti da una sentenza penale di assoluzione, senza che l’ordinamento preveda alcuno strumento per rimediare al conflitto tra i due giudicati. È quanto accaduto, secondo la documentazione acquisita, nel caso dell’ex sindaco di Vittoria, assolto in sede penale dopo essere stato dichiarato incandidabile.
Quali prospettive ora?
La relazione, che Colosimo ha trasmesso al presidente della Camera Lorenzo Fontana e al presidente del Senato Ignazio La Russa, potrebbe dare spunto per proposte di riforma. I tempi, però, non sono favorevoli: salvo uno scioglimento anticipato del parlamento, manca un anno al termine della legislatura e i nei prossimi mesi i lavori saranno soprattutto concentrati sulla legge di bilancio.
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