L’estate finisce, le valigie tornano negli armadi e per milioni di lavoratori del turismo comincia una fase diversa, spesso fatta di contratti che terminano e mesi da attraversare prima della prossima ondata di visitatori. È uno dei paradossi dell’economia delle vacanze italiana: il settore continua a correre, ma non sempre chi rende possibile quella corsa riesce a beneficiarne allo stesso modo.
A inizio luglio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva ringraziato «imprenditori, lavoratori e operatori» del turismo, sottolineando il contributo del comparto alla competitività dell’Italia. Il messaggio arrivava mentre il Paese si preparava a una nuova stagione positiva.
I numeri, in effetti, raccontano un settore tutt’altro che in difficoltà. Nel primo trimestre del 2026 gli esercizi ricettivi italiani hanno registrato 23 milioni di arrivi e 71,6 milioni di presenze, con una crescita rispettivamente del 4,2% e del 7,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ancora più significativo il dato sulla componente straniera: le presenze dei visitatori dall’estero sono aumentate del 12,3% (Fonte: Istat). Dietro questa crescita, tuttavia, c’è un mercato del lavoro che presenta diverse fragilità.
Un settore che crea lavoro, ma non sempre buon lavoro
L’analisi di Ref Ricerche, recentemente rilanciata dal Corriere della Sera, aiuta a mettere a fuoco il problema. Il turismo, considerando non soltanto alberghi e ristoranti ma l’intera filiera che ruota intorno ai consumi dei visitatori, pesa ormai per circa il 9,6% del Pil italiano.
La crescita non riguarda soltanto i fatturati. Tra il 2007 e il 2025 gli occupati nei servizi di alloggio e ristorazione sono aumentati del 43%: un contributo enorme all’espansione dell’occupazione italiana. Secondo l’analisi citata da Ref Ricerche, il differenziale salariale rispetto alla media dell’economia italiana si è progressivamente ampliato: se negli anni Novanta alberghi e ristoranti pagavano mediamente circa il 10% in meno, oggi il divario arriva a sfiorare il 25%.
In un Paese nel quale i salari reali hanno già mostrato una dinamica particolarmente debole, la distanza diventa ancora più significativa; è qui che il successo del turismo mostra la sua contraddizione: un settore che ha bisogno di sempre più persone rischia di diventare meno attrattivo proprio per chi dovrebbe lavorarci.
La caccia al personale
La difficoltà di trovare lavoratori non è, infatti, una percezione. Il Rapporto Ristorazione 2026 di FIPE-Confcommercio, elaborato sui dati del Sistema Informativo Excelsior relativi al 2025, restituisce un quadro molto netto: una ricerca di personale su due nella ristorazione risulta problematica. E, tra le imprese che incontrano difficoltà, circa due terzi indicano come motivo principale la mancanza di candidati.
Le figure più richieste restano quelle che tengono in piedi quotidianamente il servizio: camerieri, cuochi e baristi concentrano il 79% delle posizioni ricercate. Nel 2025 le imprese hanno programmato circa 312.800 ingressi per camerieri, 178.300 per cuochi in alberghi e ristoranti e 160.800 per baristi.
Il settore ha bisogno di giovani, ma fatica a trattenerli e a trovarne abbastanza. È qui che il tema della qualità del lavoro torna centrale: se le imprese devono competere per trovare camerieri, cuochi e baristi, la risposta non può essere soltanto aumentare il numero delle persone disponibili. Diventano decisivi salari, stabilità, orari, formazione e possibilità di conciliare il lavoro con la vita privata. Altrimenti la carenza di personale rischia di diventare strutturale: non perché il turismo non crei abbastanza lavoro, ma perché una parte di quel lavoro non risulta sufficientemente attrattiva per chi dovrebbe svolgerlo.
Quando anche trovare una casa diventa un problema di lavoro
C’è poi un’altra variabile, apparentemente lontana dalla busta paga ma decisiva: la casa.
Nelle località turistiche gli affitti brevi hanno modificato il mercato immobiliare e ridotto, in molte aree, la disponibilità di abitazioni destinate ai residenti; il risultato è una difficoltà aggiuntiva per chi dovrebbe trasferirsi temporaneamente per lavorare: se una stanza costa una quota troppo elevata dello stipendio, un posto di lavoro stagionale può diventare semplicemente non conveniente.
Il fenomeno è ormai riconosciuto anche dalle istituzioni. Il Ministero del Turismo ha messo in campo il programma «Staff House», destinato proprio a favorire la disponibilità di alloggi per i lavoratori del comparto. Nell’agosto 2026 il ministero ha annunciato 3.566 nuovi posti letto previsti dai progetti ammessi a finanziamento, ai quali si aggiungono oltre 60 mila posti letto a prezzi calmierati già sostenuti attraverso il programma.
È un segnale importante: la carenza di personale non può più essere affrontata soltanto aumentando il numero degli annunci di lavoro, ma creando le condizioni materiali perché una persona possa permettersi di vivere vicino al luogo in cui è chiamata a lavorare.
Il lavoro che non dovrebbe esistere
Se salari bassi, stagionalità e caro-affitti rappresentano le fragilità strutturali del settore, il lavoro nero e le violazioni delle norme di sicurezza sono la loro degenerazione.
La vicenda emersa in Salento negli ultimi giorni lo dimostra con particolare chiarezza. In un’operazione dei carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Lecce sono state controllate 20 attività del settore turistico-alberghiero: 18 sono risultate irregolari. Cinque i lavoratori in nero individuati, tra cui due minorenni di 16 anni che non avevano assolto l’obbligo scolastico. Sette attività sono state sospese e tra sanzioni e ammende l’importo complessivo supera i 200 mila euro.
I controlli hanno riguardato diversi comuni del Salento e non si sono limitati alla regolarità dei contratti, sono state contestate anche violazioni sulla sicurezza, dalla mancata formazione alla sorveglianza sanitaria, fino all’assenza di documentazione e dispositivi di protezione.
Il caso non va letto come una fotografia dell’intero settore: sarebbe scorretto trasformare una campagna ispettiva in una generalizzazione, tuttavia, è una spia di un problema reale: nei mesi in cui il turismo raggiunge il massimo della domanda, aumenta anche la pressione sul mercato del lavoro e, insieme ad essa, il rischio che qualcuno cerchi scorciatoie.
La presenza di minorenni tra i lavoratori irregolari scoperti in Salento aggiunge un elemento particolarmente delicato, in quanto racconta una situazione nella quale il lavoro rischia di sostituire la formazione e di trasformare la vulnerabilità economica dei più giovani in una leva per comprimere il costo del lavoro. Il tema è particolarmente importante nel turismo perché l’ingresso dei giovani nel comparto è strutturalmente elevato, in quanto la ristorazione e l’ospitalità offrono infatti uno dei primi accessi al mercato del lavoro per molti ragazzi, attraverso formule stagionali e rapporti di durata limitata.
La sfida, dunque, non è impedire ai giovani di lavorare, ma fare in modo che il primo lavoro sia davvero un ingresso nel mondo professionale, non l’ingresso nella precarietà o nell’illegalità.
La vera sfida dopo l’estate
Il bilancio della stagione turistica italiana, nel complesso, resta positivo. Gli arrivi crescono, le presenze aumentano e il comparto continua a generare occupazione. I dati ufficiali dell’Istat confermano una domanda turistica in espansione anche nel 2026, ma proprio perché il turismo è diventato una componente strutturale dell’economia italiana, non basta più misurarne il successo contando presenze, pernottamenti e fatturato, ma diventa necessario chiedersi anche chi paga il prezzo di quel successo.
Eleonora Bruno
La Rocca e Associati S.p.A.
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