Pubblicato il 31 ottobre 2026
Un incidente sul lavoro viene spesso ricondotto a una distrazione, a una procedura non rispettata o a una decisione sbagliata. Ma individuare l’errore non significa necessariamente averne compreso le cause. Le condizioni in cui una persona lavora, gli strumenti di cui dispone e la possibilità di ricevere supporto possono avere un peso determinante nel verificarsi di una situazione critica. Quello della sicurezza sul lavoro resta un tema di grande attualità.
Secondo i dati INAIL pubblicati nell’ottobre 2026, nei primi otto mesi dell’anno sono state presentate 285.811 denunce di infortunio in occasione di lavoro, il 5,1% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Numeri ancora provvisori, che confermano quanto sia importante continuare a investire nella prevenzione, guardando anche alle condizioni operative e organizzative in cui si verificano gli incidenti.
Come osserva Jodie Jarvis, psicologa del lavoro specializzata in fattori umani, considerare l’errore umano come la spiegazione definitiva di un incidente rischia di interrompere troppo presto l’analisi delle cause. Se una persona ha commesso un errore, occorre capire quali circostanze lo abbiano reso possibile e se quelle stesse condizioni possano esporre altri lavoratori a rischi analoghi.
Perché individuare un errore non basta
Anche un operatore esperto, preparato e attento può sbagliare. La formazione è essenziale, ma da sola non può compensare processi inadeguati, difficoltà di comunicazione o condizioni di lavoro che aumentano la probabilità di un incidente.
La prevenzione richiede quindi un impegno che coinvolga l’intera organizzazione.
Significa mettere a disposizione strumenti adeguati, definire procedure chiare e soprattutto creare un ambiente in cui le persone possano segnalare un problema senza il timore di essere giudicate o penalizzate. Questo aspetto viene spesso sottovalutato. Se un lavoratore evita di comunicare una criticità perché teme conseguenze negative, l’organizzazione perde un’informazione che potrebbe essere decisiva per prevenire un incidente. La fiducia tra operatori e responsabili diventa così una componente concreta della sicurezza, non semplicemente un principio di buona gestione del personale.
Superare la cultura della colpa non significa rinunciare alle responsabilità individuali. Significa riconoscere che un errore può dipendere anche dal contesto in cui si verifica e che intervenire su quel contesto può essere più efficace che limitarsi a richiamare o formare nuovamente chi ha sbagliato.
I rischi del lavoro in isolamento
Il problema assume caratteristiche particolari quando un operatore lavora da solo, senza colleghi nelle immediate vicinanze, oppure si trova in un’area molto estesa, dove ricevere assistenza può richiedere tempo. In un ambiente condiviso, il supporto tra colleghi è spesso spontaneo: ci si confronta su un dubbio, si chiede consiglio, qualcuno può accorgersi di una difficoltà e intervenire. Quando si lavora in isolamento, questa rete di protezione viene meno.
Pensiamo a un tecnico impegnato in un’area produttiva lontana dagli altri operatori. Può trovarsi a gestire un imprevisto senza avere nessuno accanto a cui chiedere aiuto. In una situazione del genere, esperienza e preparazione sono fondamentali, ma non sempre sufficienti. È un aspetto su cui insiste anche Jarvis:
prima di affidare a una persona attività da svolgere in autonomia, è necessario assicurarsi che abbia le competenze per affrontarle e che possa contare su un supporto adeguato quando ne ha bisogno.
C’è poi un’altra eventualità da considerare. In seguito a una caduta, a un malore o a un altro evento improvviso, un operatore potrebbe non essere in grado di chiedere assistenza. La sua protezione non può quindi dipendere soltanto dalla possibilità di effettuare volontariamente una chiamata di emergenza.
Quando chiedere aiuto non è possibile
Negli ultimi anni le tecnologie dedicate alla sicurezza personale hanno ampliato le possibilità di protezione di chi lavora in condizioni di isolamento. Accanto ai dispositivi che permettono di inviare manualmente una richiesta di soccorso, esistono sistemi in grado di rilevare automaticamente situazioni potenzialmente critiche, come la caduta di una persona o un’assenza prolungata di movimento. L’allarme può essere trasmesso ai destinatari individuati dall’organizzazione, insieme alle informazioni disponibili sulla posizione dell’operatore.
L’integrazione con piattaforme di gestione degli allarmi consente inoltre di prevedere procedure di escalation quando una segnalazione non viene presa in carico, facilitando il coordinamento degli interventi. Si tratta di funzionalità particolarmente utili negli ambienti industriali estesi o complessi, dove la distanza fisica tra colleghi può rendere più difficile individuare tempestivamente una situazione di emergenza.
Naturalmente, disporre di un sistema di allarme non basta. Occorre stabilire chi debba ricevere le segnalazioni, come debba gestirle e quali azioni attivare. Anche il dispositivo più avanzato rischia di essere poco utile se non è inserito in un’organizzazione preparata a rispondere. Le tecnologie di comunicazione e sicurezza possono quindi contribuire a ridurre alcune delle vulnerabilità legate al lavoro isolato, ma la loro efficacia dipende anche dalla qualità delle procedure e dalla preparazione delle persone chiamate a utilizzarle.
Dalla gestione dell’emergenza alla prevenzione
La sicurezza degli operatori si costruisce prima che si verifichi un incidente. Richiede attenzione alle condizioni di lavoro, formazione adeguata, possibilità di comunicare le criticità e strumenti che permettano di affrontare situazioni impreviste. Ascoltare chi svolge quotidianamente le attività è altrettanto importante. Gli operatori conoscono difficoltà e situazioni potenzialmente rischiose che non sempre emergono dalle procedure o dalle valutazioni formali. Creare le condizioni perché queste informazioni vengano condivise permette di intervenire su problemi che, altrimenti, potrebbero rimanere irrisolti.
È questo il cambiamento di prospettiva suggerito dalle riflessioni di Jarvis: anziché fermarsi all’errore individuale, occorre comprendere ciò che lo ha reso possibile e lavorare per evitare che si ripeta. Per le aziende significa assumersi la responsabilità di progettare ambienti e processi di lavoro più sicuri, nei quali preparazione, comunicazione e tecnologie si rafforzino reciprocamente. Perché proteggere un operatore non vuol dire soltanto metterlo nelle condizioni di svolgere correttamente il proprio compito, ma anche assicurarsi che possa ricevere aiuto quando qualcosa non va come previsto.
Foto di Franz Bachinger da Pixabay
Di Paolo Pirotta, Marketing Communication Manager Italy, Central Eastern Europe & Greece Ascom – www.ascom.com/it
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