Il testo ha lasciato la Ragioneria generale dello Stato il 30 ottobre, bollinato, due giorni dopo il via libera del Consiglio dei ministri. Sono 157 articoli; uno decide con quanta forza le pensioni rincorreranno i prezzi da gennaio… e per il 2027 sceglie un meccanismo che la stessa relazione tecnica definisce analogo a quello applicato nel 2023.
Una nota prima di cominciare: tutte le cifre sono lorde mensili, calcolate sul trattamento minimo Inps del 2026; le perdite per punto di inflazione sono conti nostri, rifatti sulle regole del disegno di legge.
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Sei aliquote, cinque soglie in euro
La legge ragiona in multipli del trattamento minimo Inps, che quest’anno vale 611,85 euro al mese. Tradotte in euro, le soglie si mettono in fila così: fino a 2.447,40 l’aumento resta al 100% dell’inflazione; fino a 3.059,25 scende all’85%, fino a 3.671,10 al 53%, fino a 4.894,80 al 47%, fino a 6.118,50 al 37%. Oltre, si ferma al 32%.
Viene spontaneo chiedersi perché si usi il minimo di quest’anno anziché quello, più alto, che scatterà a gennaio. La ragione sta nella prassi dell’Inps, che misura le soglie sul minimo dell’anno precedente: per il 2026 ha preso i 603,40 euro del 2025 e ha fissato la prima soglia a 2.413,60 euro. Le cifre del 2027 potrebbero muoversi appena, nel caso in cui il decreto di novembre correggesse in via definitiva l’indice provvisorio dell’1,4% applicato quest’anno: ogni decimo di punto di scarto sposta la prima soglia di circa 2,40 euro.
Dalle fette all’assegno intero
Oggi la rivalutazione si comporta come l’Irpef, a porzioni. Fino a quattro volte il minimo l’inflazione arriva tutta; sopra, il tratto tra quattro e cinque volte ne riceve il 90% e quello che avanza il 75%. Chi supera una soglia di un euro ci rimette su quell’euro soltanto.
Il 2027 volta pagina: la percentuale della fascia in cui cade il totale vale per ogni euro dell’assegno, un passaggio confermato anche da Pensioni Oggi. La quota d’inflazione che arriva davvero in tasca cambia volto (con 3.000 euro si passa da circa il 98% all’85%, con 3.500 dal 95% al 53%, con 4.500 dal 91% al 47%, con 10.000 dall’82% al 32%) e lascia intravedere un dettaglio che sfugge a molti: anche con le regole di oggi, chi ha un assegno alto non recupera mai l’intera inflazione.
Una sola somma per tutte le pensioni
La propria classe d’importo non si trova guardando un solo assegno. L’Inps applica il cumulo perequativo: mette insieme tutte le pensioni di una persona registrate nel Casellario centrale, comprese quelle pagate da altri enti quando rientrano nello stesso regime; da lì in avanti la somma conta come un unico trattamento.
Prendiamo una vedova con una pensione di vecchiaia da 1.800 euro e una reversibilità da 900. Prese una per una starebbero entrambe al riparo; sommate fanno 2.700 euro, finiscono nella fascia dell’85% e lasciano sul tavolo 3,80 euro al mese per ogni punto di inflazione.
Fa storia a sé l’Ape sociale, che per tutta la sua durata non viene rivalutata: le nuove aliquote non la sfiorano nemmeno.
Un punto di inflazione, tradotto in euro
Il tasso definitivo ancora non c’è, così abbiamo misurato la distanza tra il calcolo di oggi e quello del 2027 per ogni punto percentuale di inflazione. A decreto pubblicato, basterà una moltiplicazione.
Con 2.500 euro lordi si rinuncia a 3,70 euro al mese per punto, circa 48 l’anno su tredici mensilità; con 3.000 a 3,95 al mese, 51 l’anno. Salendo a 3.500 euro, dentro la classe del 53%, la distanza diventa di 14,74 euro al mese, quasi 192 l’anno; a 4.500 tocca 19,64 euro e 255 l’anno, a 5.000 26,04 e 338, a 7.000 37,14 e 483, a 10.000 50,04 e 650.
Il gradino più ripido sta a cinque volte il minimo. A 3.059,25 euro la perdita è di 3,98 euro al mese per punto; quaranta euro più su, a 3.100, è già di 13,86, perché l’aliquota crolla dall’85 al 53%. Nessun altro scalino arriva alla metà di quel salto: il più alto, a otto volte il minimo, aggiunge circa 4,9 euro.
Con un’inflazione al 3%, giusto per dare un ordine di grandezza, la pensione da 4.500 euro rinuncerebbe nel 2027 a circa 766 euro lordi. Su un assegno da 10.000 euro ogni punto vale 32 euro di aumento mensile con la regola del 2027 e ne varrebbe 82 con quella ordinaria; nel 2024, con l’ultima aliquota al 22%, ne valeva appena 22.
Chi sta un euro sopra la soglia
Applicare un’aliquota più bassa all’intero importo nasconde un’insidia, perché un assegno appena sopra la soglia rischierebbe di finire, dopo l’aumento, sotto quello di chi stava appena sotto. Il testo la disinnesca con una clausola di salvaguardia: nessuno può ricevere meno dell’importo massimo della fascia inferiore, rivalutato con l’aliquota di quella fascia.
Nei nostri conti, con un solo punto di inflazione la protezione copre chi sta tra 2.447,41 e 2.451,04 euro, che incasserà comunque 2.471,87 euro; con tre punti si allarga fino a 2.458,14, garantendo 2.520,82. Sopra le cinque volte il minimo la rete è più larga, perché più alto è il salto di aliquota: con tre punti copre gli assegni fino a 3.088,16 euro e assicura 3.137,26.
L’Inps il meccanismo lo conosce, perché lo ha già applicato nel 2024: con un indice del 5,4%, agli assegni tra 2.271,77 e 2.289,36 euro garantì 2.394,44 euro.
Il conto che arriva fino al 2036
La norma parla del solo 2027, eppure i suoi effetti vanno molto più in là: dal 2028 ogni rivalutazione partirà da una base più bassa e l’aumento perso non tornerà indietro. La relazione tecnica lo mette nero su bianco, segue i risparmi anno per anno fino al 2036 e li vede calare dal 2030; al netto del fisco il conto scende a 885 milioni l’anno nel primo triennio e a 8,5 miliardi nel decennio.
La distanza tra lordo e netto ha a che fare con le tasse, perché su un aumento più piccolo si paga anche meno Irpef, un passaggio su cui si sofferma pure il Corriere della Sera. Mettendo in rapporto le due cifre, circa 40 centesimi di ogni euro negato sarebbero comunque tornati allo Stato… e sul cedolino la perdita netta pesa meno di quella lorda.
Quanto valgano in un decennio le rivalutazioni parziali lo avevamo calcolato a maggio, seguendo due assegni campione dal 2014 al 2024.
Il taglio Irpef scritto per il solo 2027
Lo stesso disegno di legge porta al 33% l’aliquota Irpef fino a 55.000 euro, scrivendo però che vale per l’anno 2027, come annota anche ItaliaOggi. Il beneficio parte dai 50.000 euro di imponibile: cento euro ogni mille, fino a un massimo di 500 euro.
Per chi vive della sola pensione, 50.000 euro corrispondono a circa 3.846 euro lordi al mese su tredici mensilità. Tutte le pensioni comprese tra 2.447,41 euro e quella cifra subiranno la nuova perequazione senza ricevere un euro dal taglio dell’Irpef. Più in alto i due effetti si incrociano: una pensione da 4.500 euro, 58.500 l’anno, incassa i 500 euro nel 2027 e perde 255 euro lordi per ogni punto di inflazione, nel 2027 come negli anni che verranno.
La Consulta ha già detto la sua
I giudici costituzionali questo schema lo conoscono bene. Con le sentenze 19 e 167 del 2025 hanno promosso le aliquote decrescenti del 2023, giudicandole meno severe di molti interventi passati anche perché allargavano la tutela piena da tre a quattro volte il minimo.
Ad aprile, con la sentenza 52 del 2026, la Corte ha respinto i dubbi del Tribunale di Trento sul calcolo per importo complessivo. Il giudice aveva portato il caso di due pensioni del 2022, da 2.626,90 e 2.692,00 euro, arrivate entrambe a 2.807,76 nel 2023. Per la Corte si tratta di scarti minimi (al massimo 68,09 euro, secondo la tabella prodotta dall’Inps) che la salvaguardia neutralizza; nella decisione hanno pesato anche i risparmi certificati dalle relazioni tecniche. Resta però un paletto: un blocco della perequazione a tempo indeterminato, ricordano i giudici, rischierebbe di entrare in frizione con gli articoli 36 e 38 della Costituzione.
Fondo per l’uscita, Ape sociale e Tfs
Accanto alla perequazione il testo crea, nel bilancio del ministero del Lavoro, un fondo da 850 milioni per ciascun anno dal 2027 al 2029: servirà a misure di uscita dal mercato del lavoro che una legge successiva dovrà scrivere, anche per persone in difficoltà e con eventuali ammortizzatori sociali. Palazzo Chigi lo ha presentato come un modo per dare più margini di uscita a chi va in pensione con il contributivo; di un’uscita a 64 anni, nel testo, non c’è traccia. Ne avevamo scritto all’indomani del via libera del Consiglio dei ministri.
L’Ape sociale viene prorogata fino al 31 dicembre 2027 con un mese in più di età: servono 63 anni e 6 mesi. Riguarda disoccupati, caregiver, persone con invalidità e addetti a mansioni gravose; le risorse aggiuntive partono da 180 milioni nel 2027 e 370 nel 2028, con stanziamenti fino al 2032, mentre resta il divieto di cumulo con i redditi da lavoro, salvo l’autonomo occasionale entro 5.000 euro lordi l’anno.
Si accorcia l’attesa del Tfs per gli statali che oggi aspettano nove mesi, come chi lascia per limiti di età: sei mesi per chi matura i requisiti nel 2028, tre per chi li matura nel 2029. Dal 2030, per i pensionamenti per limiti di età, il pagamento partirà dalla data di cessazione. Arriva fino al 2027 anche l’incentivo per chi, maturati i requisiti per la pensione anticipata, sceglie di restare al lavoro e si fa versare in busta paga la propria quota di contributi.
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