#Finsubito news – PMI toscane e accesso al credito: quando la banca dice no, le alternative per finanziare la crescita


Nei distretti toscani la scena è nota a molti imprenditori. Un ordine importante da un cliente estero, la necessità di comprare un macchinario nuovo o di assumere due persone, il business plan preparato con cura. Poi l’incontro in filiale, le domande sul rating, le garanzie richieste, e una risposta che arriva dopo settimane: per ora no, oppure sì ma con un importo ridotto e condizioni pesanti. Per una piccola e media impresa che lavora nel tessile a Prato, nella concia a Santa Croce sull’Arno o nell’oreficeria aretina, quel no può significare rinunciare a una commessa o rinviare un investimento che i concorrenti, intanto, faranno.

Il credito bancario resta di gran lunga la prima fonte di finanziamento per le imprese italiane, e così sarà ancora a lungo. Ma la stretta seguita alla crisi finanziaria, le regole sui requisiti patrimoniali delle banche e la chiusura di molti sportelli sul territorio hanno reso il rapporto più difficile, soprattutto per le aziende più piccole. Nel frattempo, però, sono cresciute alcune alternative che chi guida un’impresa farebbe bene a conoscere, se non altro per sedersi al tavolo con la banca con qualche carta in più.

Fondo di garanzia e confidi: rendere il prestito più facile da ottenere

La prima strada non sostituisce la banca, ma la aiuta a dire sì. Il Fondo di garanzia per le PMI, strumento pubblico nazionale, copre una parte del finanziamento concesso dall’istituto di credito, riducendo il rischio che quest’ultimo si assume. Per l’impresa significa avere più probabilità di ottenere il prestito, spesso senza dover offrire garanzie personali o immobiliari per l’intero importo. Negli anni dell’emergenza sanitaria questo strumento è stato usato su larga scala, e anche oggi rappresenta uno dei canali più importanti per le aziende di piccole dimensioni.

Accanto al fondo pubblico operano i confidi, consorzi di garanzia collettiva legati spesso alle associazioni di categoria. Funzionano con una logica simile: si fanno garanti di una parte del debito, conoscono il tessuto produttivo locale e talvolta riescono a valutare un’azienda meglio di quanto faccia un algoritmo di rating centralizzato. Per un artigiano o un piccolo commerciante possono essere il primo interlocutore a cui rivolgersi, prima ancora della banca.

Minibond e strumenti di debito: il mercato dei capitali si apre alle PMI

Fino a una decina di anni fa, l’idea che una piccola impresa potesse raccogliere denaro sul mercato dei capitali sembrava riservata alle grandi società quotate. Poi la normativa italiana ha aperto la porta ai minibond, obbligazioni emesse da società non quotate per finanziare progetti di sviluppo, acquisizioni, investimenti produttivi. A sottoscriverli sono in genere investitori professionali: fondi specializzati nel debito privato, banche, assicurazioni, casse di previdenza.

Per l’azienda il vantaggio è diversificare le fonti di finanziamento e ottenere capitali con una scadenza spesso più lunga rispetto a un prestito ordinario, a volte con un rimborso concentrato alla fine. Lo svantaggio sta nei costi di emissione e negli obblighi di trasparenza: servono bilanci certificati, consulenti, un’informativa periodica agli investitori. Per un’impresa abituata a gestire i conti con il commercialista di fiducia e poco altro, è un cambio di passo che richiede organizzazione.

Negli ultimi tempi si sono diffuse anche le operazioni cosiddette basket bond, in cui più aziende emettono contemporaneamente titoli di debito che vengono raggruppati in un unico portafoglio, spesso con il sostegno di istituzioni pubbliche. Il meccanismo permette di condividere i costi e di presentarsi agli investitori con dimensioni più interessanti, e si adatta bene alla struttura dei distretti, dove molte aziende simili operano a pochi chilometri di distanza.

Crowdfunding, factoring e leasing: le soluzioni per esigenze diverse

Non tutte le imprese hanno bisogno di grandi somme o di strumenti complessi. Il lending crowdfunding, cioè il prestito raccolto attraverso piattaforme online da una pluralità di investitori, consente di finanziare progetti anche di poche centinaia di migliaia di euro, con procedure più rapide. L’equity crowdfunding, invece, porta nuovi soci nel capitale dell’azienda, ed è più adatto a startup o imprese in forte crescita disposte a cedere una quota. Entrambi sono oggi regolati da norme europee comuni, che hanno uniformato gli obblighi delle piattaforme.

Per chi soffre soprattutto di problemi di liquidità, legati ai tempi lunghi di pagamento dei clienti, esistono il factoring e le sue varianti digitali, come l’anticipo delle fatture tramite piattaforme online. In pratica l’impresa cede i propri crediti commerciali e incassa subito una parte del loro valore, senza dover attendere i sessanta o novanta giorni previsti dal contratto. Per un’azienda che lavora con la grande distribuzione o con committenti esteri, può fare la differenza tra pagare puntualmente i fornitori e accumulare ritardi.

Il leasing, infine, resta lo strumento più usato per acquistare macchinari, veicoli e impianti senza immobilizzare liquidità. Nel manifatturiero toscano, dove il rinnovo delle linee produttive è una necessità costante per restare competitivi, è spesso la soluzione più pratica, anche per i vantaggi fiscali che può comportare.

Prepararsi prima di chiedere: bilanci, piani e consulenza

Qualunque sia lo strumento scelto, c’è un elemento che accomuna tutti i finanziatori, banche comprese: vogliono capire l’azienda. Bilanci leggibili, un piano industriale credibile, una previsione dei flussi di cassa che stia in piedi. Molte piccole imprese, anche solide, si presentano senza questi documenti, o con documenti preparati in fretta, e finiscono per ottenere condizioni peggiori di quelle che meriterebbero.

Le associazioni di categoria, le camere di commercio e alcuni enti regionali offrono servizi di accompagnamento proprio su questi aspetti, spesso poco conosciuti dagli imprenditori. Investire qualche settimana nella preparazione della documentazione, magari con il supporto di un consulente esperto di finanza d’impresa, può valere più di qualunque trattativa sul tasso. Perché il no della banca, a volte, non dipende dall’azienda in sé, ma da come l’azienda è stata raccontata.


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