#Finsubito news – Manovra 2027, cedolare secca anche sugli affitti dei negozi


Tassa piatta al 21% per i locali commerciali fino a 200 metri quadrati, che scende al 10% nelle grandi città. E per il canone concordato arriva un’aliquota dell’1% se l’inquilino ha meno di 36 anni.

La cedolare secca arriva anche sugli affitti commerciali. La manovra 2027, presentata la scorsa settimana dal Governo, prevede che il canone dei negozi e delle botteghe in categoria catastale C1, fino a 200 metri quadrati, possa essere tassato con un’aliquota fissa del 21%, che scende al 10% nei comuni capoluogo di città metropolitana. Vale per i contratti stipulati nel 2027. In cambio il proprietario rinuncia all’aggiornamento Istat del canone. Novità anche per le case: l’aliquota sugli affitti a canone concordato scende dal 10% al 5%, e all’1% se l’inquilino ha meno di 36 anni. Confermate per il 2027 le detrazioni per i lavori in casa: 50% sull’abitazione principale, 36% sugli altri immobili. La Confedilizia, l’associazione dei proprietari, giudica positiva l’apertura sui negozi e chiede di estenderla a tutte le locazioni non abitative e ai contratti già in corso. Le misure sono contenute nel disegno di legge di bilancio e potranno essere modificate durante l’esame in Parlamento.

Cos’è la cedolare secca?

La cedolare secca è un’imposta sostitutiva sui canoni di affitto, in vigore dal 2011 per le abitazioni (art. 3 del dlgs n. 23/2011). Il proprietario, invece di sommare l’affitto agli altri redditi e pagare l’Irpef con le addizionali secondo il proprio scaglione, versa un’aliquota fissa sul canone. Non paga nemmeno l’imposta di registro e l’imposta di bollo sul contratto.

Per le abitazioni l’aliquota ordinaria è del 21%. Scende al 10% per i contratti a canone concordato nei comuni ad alta tensione abitativa e in quelli con carenza di case in affitto. Conviene soprattutto a chi ha redditi medio-alti, perché evita le aliquote Irpef più elevate.

Quali negozi potranno avere la cedolare secca?

La nuova misura riguarda i locali commerciali di categoria catastale C1, la categoria dei negozi e delle botteghe, con una superficie fino a 200 metri quadrati. Restano fuori uffici, capannoni, laboratori e magazzini, che hanno categorie catastali diverse, e i negozi più grandi.

L’opzione è un’alternativa al regime ordinario: il proprietario può sceglierla, ma non è obbligato. L’aliquota è del 21%, e scende al 10% nei comuni capoluogo di città metropolitana: Roma, Milano, Napoli, Torino, Bari, Bologna, Firenze, Genova, Venezia, Reggio Calabria, Cagliari, Catania, Messina e Palermo. La misura vale solo per i contratti stipulati nel 2027. Chi ha già un negozio affittato con un contratto in corso continua a pagare l’Irpef.

Non è la prima volta. Una cedolare sui negozi era già stata introdotta per i soli contratti firmati nel 2019, per i locali C1 fino a 600 metri quadrati, sempre al 21%, e poi non era stata rinnovata.

Cosa perde il proprietario che sceglie la cedolare?

Come per le case, anche la cedolare sui negozi ha un vincolo a favore degli inquilini: per tutto il periodo in cui il proprietario applica la tassa piatta, il canone non può essere aggiornato in base all’indice Istat dei prezzi.

Nelle locazioni commerciali la rinuncia pesa più che in quelle abitative. Un contratto di negozio dura di regola sei anni, rinnovabili per altri sei, e senza aggiornamento il canone resta fermo mentre i prezzi salgono. Il proprietario dovrà fare due conti: il risparmio fiscale contro la perdita di potere d’acquisto dell’affitto.

Un pensionato con un reddito da 50mila euro affitta a Milano un negozio di 80 metri quadrati per 18mila euro l’anno, con un contratto firmato nel 2027. Con l’Irpef, sulla parte più alta del reddito, pagherebbe aliquote del 33% o più, oltre alle addizionali. Con la cedolare al 10% verserebbe 1.800 euro, ma per sei anni non potrebbe aumentare il canone con l’Istat.

Cosa cambia per gli affitti a canone concordato?

Gli affitti a canone concordato sono quelli in cui proprietario e inquilino applicano gli accordi sottoscritti a livello comunale dalle associazioni della proprietà e degli inquilini. Gli accordi fissano canoni più bassi di quelli di mercato, in cambio di agevolazioni fiscali.

Per i contratti di questo tipo stipulati nel 2027 la cedolare secca scende dal 10% al 5%. E scende ancora, all’1%, se al momento della firma l’inquilino ha meno di 36 anni. Conta l’età alla data del contratto: se l’inquilino compie 36 anni dopo, l’aliquota resta all’1%. Per il proprietario, in pratica, il canone diventa quasi esente da imposte.

Una coppia di 30 anni prende in affitto un bilocale a Bologna a canone concordato per 7.200 euro l’anno, con un contratto firmato nel 2027. Il proprietario, con la cedolare all’1%, pagherà 72 euro di imposta all’anno. Con un inquilino di 40 anni pagherebbe 360 euro, con l’aliquota al 5%.

Cosa succede ai bonus per i lavori in casa?

La terza misura riguarda le detrazioni fiscali per gli interventi edilizi. La manovra le conferma anche per il 2027 nelle stesse misure del 2026: 50% per i lavori sull’abitazione principale e 36% per quelli sugli altri immobili, come seconde case o appartamenti dati in affitto. La spesa massima detraibile resta di 96mila euro per unità immobiliare, con la detrazione ripartita in dieci rate annuali.

La conferma evita un ulteriore taglio. La legge di bilancio 2025 aveva previsto che nel 2026 e nel 2027 le aliquote scendessero al 36% e al 30%. La legge di bilancio 2026 aveva poi rinviato il taglio di un anno. Ora il rinvio viene esteso al 2027, in attesa del riordino generale degli incentivi per la casa, che il Governo non ha ancora presentato.

Perché la Confedilizia chiede di andare oltre?

La Confedilizia chiede da anni l’estensione della cedolare agli affitti commerciali. Per l’associazione l’incontro tra domanda e offerta di negozi in affitto è frenato da una tassazione dei redditi e dei patrimoni immobiliari troppo pesante e da regole contrattuali giudicate troppo vincolanti, come la durata minima e i vincoli sul recesso. Il giudizio sulla misura è quindi positivo, anche se limitata ai contratti del 2027. L’auspicio è che venga estesa nel tempo a tutte le locazioni non abitative e ai contratti in corso, anche grazie al gettito che i nuovi contratti, emersi o rinegoziati, porteranno nelle casse dello Stato.

Sul fronte delle case, per la Confedilizia la strada per far tornare sul mercato gli appartamenti sfitti destinati all’affitto lungo passa da due interventi insieme: la riduzione della cedolare sul canone concordato prevista dalla manovra e l’approvazione del disegno di legge sul rilascio degli immobili, che punta a rendere più rapide le procedure per riottenere la casa dall’inquilino che non paga ed è attualmente all’esame del Senato.


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