Ventisei lavoratori rischiano di perdere il posto alla Daico Automotive Products di Mappano, dove venerdì 6 novembre è scattato il primo sciopero contro la decisione della proprietà di mettere in liquidazione la società e avviare la procedura di licenziamento collettivo. Davanti ai cancelli dello stabilimento di strada Goretta, dipendenti e rappresentanti della Filcams Cgil Torino hanno chiesto di fermare la chiusura e aprire una trattativa per verificare se esistano ancora le condizioni per mantenere in vita l’attività.
La mobilitazione proseguirà lunedì 9 novembre, dalle 8 alle 11.30, con un secondo presidio. Il sindacato sostiene che ci siano ancora commesse da evadere e propone una riduzione temporanea della produzione e dell’orario di lavoro, accompagnata dal ricorso agli ammortizzatori sociali.
«Esistono le condizioni per aprire un confronto serio che consenta di utilizzare gli ammortizzatori sociali e difendere l’occupazione», afferma Mario Adinolfi, funzionario della Filcams Cgil Torino.
La proprietà, però, sostiene che non ci siano più prospettive industriali sufficienti per proseguire. Una crisi che, secondo quanto spiegato ai dipendenti durante il confronto davanti allo stabilimento, andrebbe avanti da anni e avrebbe raggiunto un punto di non ritorno. Continuare a sostenere i costi aziendali, senza nuovi ordinativi, significherebbe consumare le risorse disponibili, mettendo a rischio anche il pagamento dei trattamenti di fine rapporto.
Ma come si è arrivati alla liquidazione di un’azienda che, ancora nel 2025, fatturava oltre cinque milioni e mezzo di euro?
I bilanci della Daico Automotive Products Srl, riportati dalle banche dati aziendali, permettono di ricostruire almeno una parte della vicenda. Nel 2023 il fatturato era di 7,06 milioni di euro, con un utile di circa 254 mila euro. Nel 2024 i ricavi sono scesi a 6,37 milioni e l’esercizio si è chiuso con una perdita di quasi 254 mila euro. L’anno successivo il giro d’affari si è ulteriormente ridotto, arrivando a 5,53 milioni di euro, mentre il risultato negativo si è fermato a 15.421 euro.
In due anni l’impresa ha perso oltre il 21% del fatturato. Un ridimensionamento evidente, anche se il dato più interessante riguarda proprio il 2025: l’ultimo esercizio disponibile si è chiuso con una perdita relativamente contenuta, ben lontana da quella registrata dodici mesi prima.
Questo non significa che la società fosse economicamente solida. Un risultato vicino al pareggio non dice quanto denaro sia disponibile in cassa, quali debiti debbano essere pagati o se esistano ordinativi sufficienti per garantire il futuro. Per comprendere la decisione di liquidare l’attività occorre quindi guardare soprattutto a quello che sarebbe accaduto sul piano commerciale.
Secondo la proprietà, negli anni migliori la Daico arrivava a fatturare circa 12 milioni di euro. Poi il trasferimento in Cina delle produzioni di un cliente storico, la perdita di un prodotto di punta e il progressivo venir meno degli ordinativi avrebbero provocato un crollo dei ricavi. Oggi sarebbe rimasto un solo committente, capace di garantire circa 200 mila euro mensili di fatturato.
Una situazione che mette in evidenza la fragilità di molte piccole e medie imprese della componentistica. Quando una parte consistente del lavoro dipende dalle decisioni di pochi clienti, basta che uno di questi sposti la produzione o cambi fornitore per compromettere gli equilibri economici costruiti negli anni.
Sciopero alla Daico (foto facebook)
La Daico, attiva dal 1987, produce e commercializza componenti per autovetture, veicoli industriali e motocicli, con una particolare specializzazione negli impianti frenanti. Molle, accessori per le pinze dei freni e segnalatori di usura: prodotti che trovano applicazione anche sulle automobili elettriche, sebbene l’evoluzione tecnologica stia modificando le caratteristiche e le esigenze del mercato.
Per questo sarebbe riduttivo attribuire la crisi esclusivamente alla transizione verso l’elettrico. Il problema, almeno sulla base delle spiegazioni fornite dall’azienda, riguarda soprattutto la perdita di clienti, la concorrenza internazionale e l’impossibilità di sostituire le commesse venute meno.
Il contesto, naturalmente, non aiuta. Secondo l’Osservatorio 2026 sulla componentistica automotive, realizzato dalla Camera di commercio di Torino e dall’Anfia, nel 2025 il settore piemontese ha registrato una contrazione del 4,6% del fatturato e del 3,5% dell’occupazione. Nello stesso periodo i ricavi della Daico sono diminuiti del 13,2%, una flessione decisamente più marcata rispetto a quella dell’intera filiera regionale.
C’è però un altro particolare che merita attenzione. La proprietà sostiene di avere cercato per tre anni un compratore disposto a rilevare l’attività, arrivando a proporre una cessione senza corrispettivo. Una ricerca che non avrebbe prodotto risultati.
È un passaggio significativo, perché lascia aperti alcuni interrogativi sulle effettive possibilità di salvare l’impresa. Quali condizioni prevedeva l’eventuale trasferimento? Quali impegni economici avrebbe dovuto assumersi un acquirente? E soprattutto, quali prospettive commerciali avrebbe trovato?
Senza conoscere i dettagli delle trattative, non è possibile stabilire perché nessuno abbia accettato. Un’azienda ceduta gratuitamente, del resto, non è necessariamente un’azienda che possa essere mantenuta in attività senza ulteriori investimenti.
È su questo terreno che dovrebbe svilupparsi il confronto tra le parti. Il sindacato ritiene che gli ammortizzatori sociali possano offrire il tempo necessario per cercare una soluzione, mentre la proprietà considera ormai esauriti i margini per continuare. Due posizioni differenti, che per essere valutate richiederebbero informazioni precise sulla consistenza degli ordini ancora disponibili, sulle condizioni economiche della società e sulle eventuali possibilità di acquisizione.
Gli ammortizzatori sociali possono garantire una tutela temporanea ai dipendenti, laddove ne ricorrano i requisiti, ma non sono sufficienti a ricostruire un mercato. Per evitare la chiusura servirebbe una prospettiva industriale, che al momento non risulta individuata.
Nella vertenza è intervenuta anche l’Amministrazione comunale di Mappano. Il sindaco Francesco Grassi e l’assessore alle Attività produttive Davide Battaglia hanno incontrato lavoratori e rappresentanti sindacali, ascoltando le preoccupazioni per il futuro dello stabilimento.
«La questione è piuttosto delicata. Proverò a contattare la proprietà per aprire un tavolo di confronto», ha dichiarato Battaglia.
Per il momento, dunque, l’impegno dell’Amministrazione è quello di cercare un’interlocuzione con l’azienda. Un tavolo al quale, oltre ai rappresentanti dei lavoratori, sarà necessario portare soprattutto numeri aggiornati, condizioni economiche e prospettive industriali. Perché sono questi, prima ancora delle dichiarazioni di principio, gli elementi dai quali dipenderà la possibilità di trovare un’alternativa ai 26 licenziamenti.
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