#Finsubito news – “La resa dei conti” di Gabanelli e Ravizza e il vizietto dell’onestà


Uno spettro si aggira per case editrici e librerie: quello dei sottotitoli dilaganti, labirintici, soverchiamente enfatici. Tracimano dalla loro storica funzione di aforistica spiegazione dei contenuti di un libro, oscurano il titolo vero e proprio, ormai relegato a orpello più o meno ornamentale e finiscono per trasformarsi in dichiarazione tonante di coraggio morale e politico. Prendiamo l’ultima fatica letteraria della popolarissima Milena Gabanelli, qui in compagnia di Simona Ravizza: il loro La resa dei conti, edito da Fuoriscena, si porta dietro un impegnativo sottotitolo che non spiega i contenuti ma promette al lettore una cavalcata nel cuore di tenebra degli arcana imperii e del malaffare del potere. “Inchiesta sull’Italia dei potenti e degli imbrogli contro la forza degli onesti”.

Un genere letterario autonomo

Da Mani pulite in poi, passando per le varie saghe, e sagre, librarie contro le caste assortite e arrivando alla summa del moralismo politico per eccellenza, quello del Movimento 5 stelle, l’applicazione dell’etica alla politica e alla gestione della cosa amministrativa è diventata un autonomo genere letterario, una sorta di romanzo di (in)formazione mescolato con indignazione, tanti dati e gossip. Vellicare la pancia profonda del probo cittadino, quello che si indigna contro i privilegi del politicante di turno nonostante lui stesso sia andato magari in pensione a 49 anni o se ne corra a svernare a Ibiza in legge 104, ha prodotto alcune delle più clamorose derive populistiche di un paese in cui al populismo si è risposto con una sorta di populismo tribale della “competenza”.

Il libro, esattamente come ogni testo che si rivolga al mitologico quivis de populo, si apre con una notazione biografica della Gabanelli che nel 1973, al suo primo impiego in una ditta di bulloni – aneddoto ad altissimo tasso simbolico e di identificazione, tra ingranaggi, sfumature chapliniane e lettura dal basso modello “sono stata una del popolo pure io” –, scopre l’oceano oscuro del “nero”: la contabilità in nero, mellifluamente occultata tra le maglie dell’ordinaria amministrazione dell’azienda. E quell’intuizione, quel fatto, nel corso della narrazione e del tempo, si arricchisce semplicemente di più raffinata expertise, di evoluzione tecnologica, divenendo spina dorsale, quasi carattere nazionale.

Resta da chiedersi poi perché il dato biografico sia solo uno della Gabanelli, e non ce ne sia anche un altro della Ravizza, parimenti evocativo e da cui astrarre una legge generale, visto che il libro è firmato da entrambe.

Soliti furbetti vs poveri tartassati

L’idea di fondo, ben esplicitata dal primo capitolo, “I tartassati”, è che ci sia una vasta fetta della popolazione costretta a pagare le tasse, by design potremmo dire, che come Atlante deve caricarsi sulle spalle il peso sempre più insostenibile dei furbetti che evadono ed eludono, sovente con la compiacenza strumentale della classe politica. Non è solo una questione di tasse, ma di potere d’acquisto, eroso da una spietata inflazione e da altri fattori che tra loro cospiranti hanno gettato una vasta fetta di popolazione nell’impoverimento.

C’è però già qui un tema enorme: tra le categorie elencate le prime due, “insegnanti e bidelli”, sono indicativi del problema. I dipendenti pubblici saranno pure tartassati, in quanto tassati alla radice e vittime pure loro della perdita di potere d’acquisto, ma la loro contribuzione alla tenuta complessiva del sistema, tra guarentigie di ogni ordine e grado e artificialità della tassazione che li riguarda, è piuttosto relativa. Definirli tartassati è eccessivo: che si dovrebbe dire allora di una partita Iva, da sempre vittima preferita anche della retorica antievasione e da sempre negletta di ogni cura, al netto di qualche intervento di cui vedremo più oltre, da parte di politici che non hanno mai lavorato un giorno della loro vita? Il sacrificio del dipendente pubblico non sarà mai, strutturalmente, equivalente al sacrificio del dipendente privato e nemmeno dell’imprenditore.

Pensioni e luoghi comuni

Il capitolo seguente, “I traditi”, riguarda il sistema pensionistico e la discesa nel baratro del valore delle pensioni. I pensionati, non tutti chiaramente, sono sempre più esposti alla prospettiva della povertà. Ma noi siamo un paese che ha consentito alla gente, al di là della struttura dei sistemi pensionistici, di andare in pensione quando non si erano raggiunti i 50 anni di età. Si sono consentiti anche indecorosi cumuli. Sarà demagogico ma è un dato oggettivo: se prendiamo certi grandi nomi del circuito istituzionale, quelli buoni per tutte le occasioni e che ogni tanto, nonostante magari abbiano superato i 128 anni, ricicciano fuori per qualche incarico, vediamo come di pensioni ne prendano cumulate tre o quattro, arrivando su base mensile a cifre che un onesto impiegato non prende nemmeno a livello annuale.

Noi poi, caratteristica demografica destabilizzante, siamo un paese di vecchi. Gli immigrati difficilmente ci pagheranno le pensioni: anche perché considerando la tipologia di lavori svolti, quelli stessi per cui la sinistra corre a gridare “chi raccoglierebbe i pomodori se non ci fossero gli stranieri”, la contribuzione è limitata, per non dire miserrima. Non importiamo ingegneri indiani o cinesi, né capitani di ventura della finanza, ma gente che al massimo potrà pagare la pensione a qualcuno per un anno. Forse.

Tutta colpa della flat tax

Ed ovviamente, in pieno stile escalation, ecco “I favoriti” e “I protetti”. I primi sarebbero, addirittura, le partite Iva alla luce della normativa che ha introdotto la flat tax. È certamente vero che per come strutturata, col suo regime a forfait, la “tassa piatta” abbia determinato asimmetrie tra le distinte categorie, ma la ragione per cui è stata introdotta, più che un favore tribale a un elettorato di riferimento, è la considerazione della necessitata semplificazione tributaria, in un autentico labirinto dalle sfumature alla Borges.

I protetti invece sono, non sorprendentemente, le solite categorie che fa sempre chic indicare alla pubblica esecrazione. Balneari, affittuari di case, farmacisti, si scopre anche la potente lobby dei medici di famiglia. Non ho mai capito per quale motivo tra queste categorie non vengano mai fatti figurare i notai, le cui competenze negli ultimi anni si sono espanse in maniera vasta e capillare, soprattutto dopo la riforma Cartabia. In pratica, hanno acquisito anche una non banale parte dei compiti un tempo di competenza degli avvocati, con somma gioia di questi.

La liturgia dell’assoluzione collettiva

Si prosegue, inevitabilmente, con “I fuorilegge”. Gli evasori fiscali in Italia sono un problema reale e storico e come tutti i problemi in un’epoca di scarsa tempra politica anche questi si sono incancreniti, fino a divenire parte del paesaggio istituzionale. Certo, l’italiano evade anche per spicciola avidità e furbizia, ma chiunque si sia confrontato con le arzigogolate complicazioni dei regimi fiscali e con l’incastro morboso di aliquote e costi e preoccupazioni sa perfettamente che l’idea di un fisco amico è la pubblicità più ingannevole che possa esistere.

Il tema è come si presentano i fenomeni. Nessuno giustifica fatti distorsivi, ma la coltre di dati, rapporti e numeri non sempre copre del tutto il voler essere parte, il rivolgersi comunque alla pancia del cittadino che cappuccino e libro in mano scuote vigorosamente la testa. Noi siamo un paese che sembra volersi indignare per Costituzione. La colpa, però, è sempre tragicamente di un altro. Del vicino, del dentista che non rilascia fattura nonostante gli abbiamo detto noi di non farcela, del vigile che invece di inseguire un camorrista ci ha fatto la multa solo perché avevamo parcheggiato in terza fila, del tassista a cui non funziona mai il Pos. Proprio per questo libri del genere rischiano sempre di ingenerare una sorta di liturgia dell’assoluzione collettiva: è tutta colpa dell’evasore, del politico, della partita Iva che beneficia di flat tax, dell’idraulico, del balneare. Mai colpa mia. Che ho votato quel politico e che all’idraulico e al dentista non chiederei fattura nemmeno sotto tortura.


Copertina del libro “La resa dei conti” di Milena Gabanelli e Simona Ravizza

Milena Gabanelli, Simona Ravizza, La resa dei conti. Inchiesta sull’Italia dei potenti e degli imbrogli contro la forza degli onesti, Fuoriscena 2026, 240 pagine, 17,90 euro.


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