#Finsubito news – Data center: quanti sono in Italia, dove si trovano e dove saranno i prossimi, chi ci guadagna (e chi non li vuole)


di
Francesco Bertolino

Nel Paese si trovano 262 data center, pronti 25 miliardi di investimenti nei prossimi tre anni: il governo ha approvato già sette nuovi progetti strategici da parte di colossi come Amazon ed Equinix

In Italia, secondo i dati più aggiornati, ci sono 262 data center con una capacità complessiva di 760 megawatt. Negli Stati Uniti ci sono oltre 5.000 data center già in funzione con una potenza totale di oltre 40 gigawatt, 50 volte più dell’Italia, che dovrebbe raddoppiare entro il 2030 (democratici e debiti permettendo). L’Italia è indietro anche rispetto alla Germania (580) e alla Francia (401), ma nei prossimi anni sono in rampa di lancio diversi progetti nel Penisola che gode di una posizione geografica e di connessioni sottomarine interessanti e strategiche per gli sviluppatori di data center. «Ci aspettiamo che il mercato italiano dei data center continui a crescere, sostenuto dall’accelerazione dell’intelligenza artificiale e dal passaggio dalla sperimentazione iniziale a un’adozione su scala», sostiene Piero Montanari, Partner McKinsey. «Tra il 2026 e il 2030 stimiamo investimenti complessivi in Italia pari a 20-25 miliardi di euro, di cui circa il 50-60% destinato allo sviluppo di infrastrutture e capacità GPU», legate cioè all’AI.

Gli investimenti previsti

La previsione della società di consulenza collima con le proiezioni presentate di recente dal Comitato attrazione investimenti esteri (Caie) del ministero delle Imprese. Per il triennio 2026-2028 sono stati annunciati progetti su nuovi data center in Italia per 25,4 miliardi, il triplo rispetto al periodo 2023-2025. Il dato è probabilmente sottostimato perché tiene conto soltanto dei programmi di valore superiore al miliardo e dotati del “bollino” di investimento strategico che accelera le procedure di approvazione e consente la nomina di Commissario straordinario incaricato di coordinare tutte le amministrazioni competenti.





















































I promotori dei progetti

I promotori dei progetti in questione sono colossi del cloud come Amazon ed Equinix; cinque dei sette data center proposti dovrebbero sorgere in Lombardia, in quell’area di Milano dove già si concentra circa il 70% dell’attuale potenza installata per ragioni di prossimità agli utenti finali. Il governo sta però spingendo i colossi del tech a considerare anche altre Regioni, in particolare del Mezzogiorno, dove c’è ampia disponibilità di aree industriali dismesse e di energia rinnovabile. L’azienda svizzera Energy Vault, per esempio, ha annunciato la volontà di realizzare un data center nell’ex miniera di carbone di Monte Sinni, nel Sulcis Iglesiente sardo. L’investimento da 1,5 miliardi ha ottenuto da Palazzo Chigi il sigillo di strategico così come, presto, dovrebbe riceverlo un progetto di data center da oltre un miliardo in Sicilia.

Cos’è un data center

Le cifre in gioco sono insomma rilevanti e, peraltro, non tengono conto del progetto di gigafactory europea per l’intelligenza artificiale da 4-5 miliardi, per cui il governo intende candidare l’Italia coinvolgendo tutte o quasi le aziende partecipate. 

Ma chi beneficerà di questi investimenti? 

Per capirlo, conviene anzitutto spiegare cosa è un data center. Con qualche approssimazione, una data center è un grande edificio pieno di computer che archiviano ed elaborano per conto di smartphone, pc e altri dispositivi di utenti sparsi per il mondo enormi quantità di dati 24 ore su 24 e sette giorni su sette. Quando si guarda un film o una partita, si consulta un conto in banca o si carica una foto su Instagram, ci sta in realtà collegando a una di queste macchine. Questi server hanno bisogno di molta elettricità che li alimenti in maniera continua e di sistemi di raffreddamento che ne eviti la fusione. I computer devono inoltre passarsi le informazioni fra loro, riceverle dall’esterno e trasmetterle agli utenti finali: richiedono perciò router e cavi in fibra ottica che garantiscano connessione alla massima velocità.

Il predominio di Nvidia

Il grosso del valore di un data center si concentra, quindi, nei computer e, soprattutto, nei chip che effettuano i calcoli: su un ipotetico investimento di 2,5-3 miliardi, stima Mckinsey, le cosiddette Gpu assorbono circa 1,6 miliardi. E se si tratta di data center per l’intelligenza artificiale, specie dei più avanzati, il fornitore è quasi obbligato, Nvidia, anche se Amd e Google stanno rapidamente accorciando il divario tecnologico dal colosso di Jensen Huang. Il resto dei costi di una data center è ripartito fra i fornitori di sistemi elettrici, di archiviazione, di rete e di raffreddamento (800 milioni), la costruzione dell’involucro e dell’allestimento interno (200 milioni), l’acquisto del terreno e dal collegamento alla rete elettrica (100 milioni) e, infine, i servizi di integrazione e coordinamento delle precedenti voci (100 milioni).

La filiera italiana

Anche se non è certo una potenza di calcolo, l’Italia vanta diverse aziende attive nella filiera dei data center: aziende di chip come Stm e Technoprobe e produttori di turbine a gas come Ansaldo Energia. In particolare, sul fronte fibra ottica presidiato da Prysmian, l’Istat ha registrato un raddoppio dell’export italiano negli Stati Uniti tra 2022 e 2025 rispetto ai tre anni precedenti, mentre Anie-Confindustria indica gli Usa come secondo mercato di sbocco del settore elettrotecnico-elettronico italiano.

I movimenti di protesta

Ma quale è il beneficio per le comunità? Secondo Ida, l’associazione che rappresenta gli interessi dei grandi sviluppatori di data center in Italia, gli investimenti attesi nel settore dovrebbero sostenere a regime circa 26 mila occupati equivalenti a tempo pieno. In alcuni territori destinati ad accogliere questi mega-progetti infrastrutturali, però, stanno nascendo movimenti di protesta simili a quelli, per ora su tutt’altra scala, affermatisi negli Stati Uniti e, forse, decisivi nella vittoria dei democratici alle midterm. I timori delle comunità coinvolte si appuntano sull’impatto ambientale dei data center, sul loro consumo di energia e di acqua, sulle loro emissioni di calore e rumore.

La legge lombarda

Le contestazioni sono più forti in Lombardia e nell’hinterland di Milano, dove si concentra la gran parte delle strutture attive e pianificate. E dove a giugno è stata varata una legge regionale per porre dei paletti alla creazione di nuovi data center, con l’obiettivo di ridurre il consumo di suolo agricolo e incentivare soluzioni sostenibili. Paletti che, sostengono però i comitati di protesta, non sono abbastanza stringenti e possono esser superati dagli investimenti bollinati come strategici dal governo centrale. La Regione Lombardia sta perciò valutando di aggiornare la normativa per renderla più stringente, ma sul punto la maggioranza non è compatta.

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6 novembre 2026 ( modifica il 6 novembre 2026 | 19:27)


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