Mentre il Servizio Sanitario Nazionale affronta una delle sue crisi più profonde (oltre 5.500 medici di base mancanti, 74 ospedali chiusi in cinque anni, 37 miliardi di finanziamenti persi nell’ultimo quinquennio) si è tenuto a Roma un convegno promosso da AiSDeT dedicato alla governance strategica femminile nelle aziende sanitarie che ha riportato al centro del dibattito una contraddizione difficile da ignorare: le donne compongono fino al 70-75% del personale sanitario, nondimeno occupano appena il 23% delle direzioni generali, con una quota in calo nell’ultimo anno. Un paradosso che non è solo statistico, è strutturale e, secondo le voci che si sono alternate durante l’incontro, è anche una delle chiavi mancanti per uscire dalla crisi. Valorizzare il pensiero femminile nel management sanitario significherebbe, nell’analisi dei relatori, portare al centro della gestione la cultura della cura relazionale, la medicina di genere e un modello organizzativo più attento al benessere del personale e dei pazienti.
Valorizzare la leadership femminile in sanità significa promuovere cura relazionale, medicina di genere e benessere organizzativo
L’evento si è svolto nel ricordo di Tina Anselmi, prima donna ministro della Repubblica italiana e artefice della legge che, il 23 dicembre 1978, istituì il SSN, una conquista che, quarantotto anni dopo, appare più fragile che mai.
Donne e governance sanitaria
Il convegno ha visto alternarsi testimonianze, analisi e proposte concrete sul ruolo del pensiero femminile nel rilancio del Servizio Sanitario Nazionale.
Ad aprire i lavori sula leadership femminile, con la moderazione dell’Onorevole Annamaria Parente, già Presidente Commissione Sanità del Senato, è stata Monica Calamai, DG AOM Liguria che ha inquadrato il problema nella sua dimensione strutturale. «Ci siamo mossi sul gender gap in sanità, ma non abbastanza. Bisogna tenere alta l’attenzione sul problema in tutta la sua complessità, non solo in ambito sanitario, ma anche negli studi, nella politica, nella violenza di genere, perché il problema è globale, in tutti i campi». La sua community ha già elaborato una Carta dei valori e lavora per costruire reti di leadership femminile a livello provinciale e territoriale. «Facciamo emergere il problema annualmente, in tutta la sua complessità, non abbassiamo l’attenzione».

Isabella Mastrobuono, già DG Policlinico Tor Vergata, ha portato dati concreti a sostegno della tesi centrale del convegno, citando una ricerca di Harvard. «Le aziende non sanitarie dirette da CEO donne hanno registrato un aumento del 20% del valore azionario. Le donne, se vogliono portare valore, possono farlo». Ha però sollevato anche un problema strutturale irrisolto: «la figura del direttore generale va rivisitata. In sanità non si parla più di aziendalizzazione né del ruolo del direttore generale, mentre si registra una forte compenetrazione della politica nella gestione aziendale. Il direttore generale così com’è non funziona. Occorre superare la figura bicefala di un DG mezzo politico e mezzo gestionale». Aggiunge Calamai «occorre anche puntare sulle competenze per produrre qualità in sanità, questo fa la differenza».
Una leadership diversa: empatia, prossimità, cura
Nadia Storti, già DG Azienda Sanitaria Unica Regione Marche, ha offerto una visione organica del cambiamento necessario, a partire da un dato culturale. «La nostra sanità sta cambiando, cambiano i bisogni di salute dei cittadini e fare salute non finisce con l’atto medico. Le donne hanno un approccio diverso nelle relazioni, sono più empatiche, creano collaborazione e meno antagonismo». Il modello che propone è quello della leadership distributiva, «dove ognuno è importante per ciò che fa», con al centro la costruzione di fiducia e reti di prossimità. Ha anche richiamato le condizioni concrete perché le professioniste non abbandonino il sistema: «per non perdere personale qualificato e contrastare la fuga delle professioniste, servono welfare aziendale, percorsi di carriera preservati, banca del tempo, welfare di prossimità. Le donne hanno una visione olistica, empatica e flessibile ma ciò che conta è la professionalità e la competenza».
Per cambiare il mondo, bisogna esserci
Grazia Cattina, Direttrice Generale della ASL 5 di Oristano, ha fotografato una realtà ancora sbilanciata. Le donne rappresentano circa il 25% delle direttrici generali a livello mondiale e nazionale, ma in Sardegna la percentuale crolla al 9%. «Le donne hanno maggiore attenzione per la persona, captano il disagio e sanno spegnere il conflitto andando alla radice del problema». Tra gli ostacoli principali, il peso del lavoro di cura familiare e gli stereotipi di genere. Tra le leve possibili, il PNRR, le politiche per la parità e la professionalizzazione del management. Il richiamo è all’Agenda ONU 2030 per superare il soffitto di cristallo che richiede criteri meritocratici, politiche di conciliazione e strumenti normativi efficaci.
Il nodo della governance: chi decide e come
Giovanna Baraldi, già DG Aziende Sanitarie nazionali, ribadisce che «c’è poca chiarezza sulle competenze del direttore generale. Se non si analizza la struttura della classe dirigente non si va avanti e i master non bastano di fronte alla complessità delle aziende sanitarie da gestire». La soluzione proposta passa per una netta distinzione tra indirizzo politico e gestione tecnica: «Gli obiettivi aziendali vanno condivisi con la politica, ma la gestione deve essere tecnica».
È necessario puntare sugli strumenti già disponibili, ma le amministrazioni pubbliche devono rivedere la propria organizzazione tenendo conto del genere. Paola Malvasio, Direttrice Generale della ASL CN2, ha illustrato nella sua presentazione il modello della “cura invisibile” e della sanità di prossimità: portare la salute nei luoghi di vita delle persone, attraverso telemedicina, consultori territoriali, gruppi di cammino per neomamme, spazi di ascolto per adolescenti e “sentinelle della salute” per intercettare precocemente le fragilità sociali. Durante la tavola rotonda ha aggiunto «la donna vive il ruolo in modo etico, non come puro esercizio di potere: usa il ruolo per cambiare le cose, per provarci. La cura non è una questione di genere, ma di fare le cose con cura, sia donna che uomo».
Simona Carbone, DG AOU “Renato Dulbecco” di Catanzaro, parla invece di formazione insufficiente. «Due linee su cui ragionare: la medicina di genere e la leadership nel management sanitario. Un manager è bravo quando ha una visione. I governi devono dare la linea e creare gli strumenti, non bastano la buona volontà e la capacità individuale, servono normative aggiornate per la programmazione sanitaria. Occorre monitorare le valutazioni anche a livello nazionale e fare un passo avanti sulle norme nazionali».
Quote, competenze e sorellanza
Un punto ripreso da Grazia Cattina: «Non è vero che le donne sono nemiche delle donne. Credo nella sorellanza. La formazione c’è, ma anche la politica deve fare in modo che ne valga la pena. Le appartenenze non devono contare più delle competenze». Beatrice Delfrate, Responsabile area IA Agenas, ha espresso invece riserve sulle quote rosa. «Non mi piacciono, possono aiutare, ma per me conta la professionalità». Ha però riconosciuto un nodo culturale che frena il cambiamento: «Le donne spesso non si sostengono a vicenda, mentre gli uomini si supportano. Serve trovare sinergia anche ai livelli alti e superare il disagio di avere una famiglia e riuscire a gestire tutto, ma su questo serve anche un aiuto legislativo».
Più collaborazione tra donne e un adeguato sostegno normativo sono essenziali per superare gli ostacoli alla carriera
Anna Gualandi, della AUSL Romagna, ha spostato, invece, il focus sulla classe dirigente nel suo insieme: «Servono carriere più brevi e giovani con spirito ed entusiasmo per portare avanti idee di sviluppo. La classe dirigente è trascurata dal punto di vista formativo, serve più dignità per il dirigente pubblico» e sulle donne ha aggiunto, «lavorano il doppio, hanno competenze, visione etica, empatia e gentilezza, sono orientate al risultato e rigorose nell’uso delle risorse».
Il digitale come alleato
Un contributo di prospettiva è arrivato dalla presentazione di Agenas sulla piattaforma nazionale di intelligenza artificiale per le cure primarie, finanziata con 50 milioni di euro dal PNRR. L’obiettivo è supportare medici e professionisti sanitari nell’assistenza territoriale, dalla diagnosi di base alla gestione delle cronicità, attraverso architetture di IA validate scientificamente e senza utilizzo di dati personali identificativi.
Accanto alle opportunità (personalizzazione delle cure, riduzione dei tempi diagnostici) si evidenziano i rischi da presidiare: bias algoritmici, cybersicurezza, disuguaglianze digitali e necessità di una governance etica. La nuova legge italiana sull’intelligenza artificiale riconosce l’IA come leva strategica per il SSN e attribuisce ad Agenas un ruolo centrale nello sviluppo della piattaforma.
La voce della politica: merito, riforme e un patto trasversale
La sessione conclusiva ha dato spazio al confronto politico, con interventi che hanno collegato le analisi della giornata a proposte legislative concrete.
Avvia il dibattito Donatella Albini, Responsabile Salute Sinistra Italiana. «Le donne devono essere protagoniste perché portano competenze concrete, di qualità e con una professionalità etica. La salute è il filo che tiene insieme il paese. Creative, resilienti e resistenti, le donne possono insegnare una buona sanità».
Le donne hanno la capacità di gestire il potere in modo più circolare, creando connessioni
Maria Gabriella Di Pentima, Responsabile Sanità Fratelli d’Italia, ha invece insistito sulla necessità di riformare la figura del direttore generale restando sul piano pratico: «La sanità è cambiata, è cambiata la domanda, quindi serve un’offerta adeguata. Bisogna creare un ponte tra la norma e la sua concretizzazione proiettandoci verso il futuro, altrimenti il sistema implode». La soluzione passa, secondo Di Pentima, per una maggiore sinergia tra direttore generale, direttore sanitario e direttore amministrativo, in un modello che valorizzi le competenze senza sacrificarle alla logica politica.
L’onorevole Marina Sereni, Responsabile Salute e Sanità PD, ha indicato nell’incontro stesso un possibile punto di partenza. «Il senso di questo incontro è proviamo a vedere se ci sono le condizioni per un’alleanza tra donne e per la salute». Ha poi elencato i nodi irrisolti su cui concentrare l’attenzione come la disuguaglianza sociale perché «le donne vivono più a lungo, ma in condizioni peggiori», la medicina territoriale depauperata negli anni, i consultori sottofinanziati, gli screening disomogenei, il divario nord-sud, la salute mentale e l’attenzione ai caregiver, che sono soprattutto donne. Sul tema della governance ha aggiunto che «la politica finanzia il sistema sanitario, ma non deve scegliere le persone in base alla fiducia politica, bensì alle competenze e alle qualità professionali.
150 anni per la parità: non possiamo permettercelo
L’intervento più direttamente politico è arrivato dalla senatrice Maria Domenica Castellone, Vicepresidente del Senato che ha raccontato in prima persona le difficoltà di fare carriera in sanità. «Mi sono sentita dire che veniva preferito un collega uomo perché aveva più tempo». Da questa esperienza è nata la scelta di impegnarsi nelle istituzioni: «Volevo portare la voce di un mondo che, a mio avviso, era inascoltato e credo che a un certo punto lo proviamo tutte sulla nostra pelle. O ce ne occupiamo noi, o non se ne occuperà nessuno».
Sul piano legislativo, ha illustrato una proposta di riforma della nomina dei direttori generali, con una commissione nazionale, sorteggiata con componente maggioritaria proveniente da fuori regione, che valuti i candidati e consegni al presidente di regione una graduatoria motivata.
I dati dimostrano che quest’anno c’è stata addirittura una riduzione del numero di donne nei ruoli apicali della sanità
Sulla parità di genere, il tono si è fatto urgente. «I dati dimostrano che quest’anno c’è stata addirittura una riduzione del numero di donne nei ruoli apicali della sanità. In un settore composto per il 70% da donne, le figure di vertice femminili non raggiungono il 30%. Non possiamo permettercelo. Se andiamo avanti di questo passo, la stima è che per raggiungere una reale parità di genere nel nostro paese ci vorranno 150 anni, non li vedranno nemmeno le nostre figlie».
La chiusura è stata un appello alla trasversalità: «Credo che per valorizzare davvero le donne in sanità serva un patto trasversale tra tutte le forze politiche. Questi temi sono già all’interno del programma elettorale che stiamo scrivendo per le prossime elezioni, partendo proprio dal confronto con chi, come voi, se ne occupa sul territorio».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Ivana Barberini
Source link





