Alla VI Università d’Estate sull’Intelligence, il confronto tra il direttore del Dis Vittorio Rizzi, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini e il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma Giuseppe Amato affronta uno dei nodi decisivi della sicurezza nazionale: come conciliare segretezza, efficacia operativa, controllo e legalità nell’epoca delle minacce ibride, del dominio cognitivo e dell’intelligenza artificiale
04/09/2026
Il futuro non è soltanto ciò che deve essere previsto. È ciò che deve essere compreso, progettato e preparato. Ed è proprio dalla capacità di comprendere un ambiente strategico nel quale l’incertezza non può essere eliminata, ma deve essere governata, che ha preso avvio la VI Università d’Estate sull’Intelligence, promossa dalla Società Italiana di Intelligence a Soveria Mannelli.
La prima giornata ha posto al centro un tema tanto delicato quanto decisivo per una democrazia costituzionale: il rapporto tra intelligence e magistratura. Un confronto ad alto livello, affidato al direttore del Dis Vittorio Rizzi, al presidente del Copasir Lorenzo Guerini e al procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma Giuseppe Amato, coordinati dalla direttrice di Formiche Flavia Giacobbe.
Non un confronto tra poteri, dunque, ma una riflessione sull’architettura istituzionale che consente a funzioni diverse di concorrere alla sicurezza della Repubblica senza confondersi e senza rinunciare all’autonomia. Perché la questione non è scegliere tra sicurezza e diritto, ma comprendere come la sicurezza nazionale possa essere perseguita dentro il diritto e come il diritto possa, a sua volta, garantire l’efficacia dell’Intelligence.
Il primo equivoco da superare, secondo il prefetto Rizzi, riguarda proprio la natura dell’Intelligence. L’immaginario dei “Servizi segreti” tende a identificare l’attività informativa con la segretezza, fino a trasformare quest’ultima da strumento a fine. È una sovrapposizione che, secondo il direttore del Dis, alimenta un pregiudizio culturale: il segreto è una modalità di protezione dell’attività d’intelligence, non il suo scopo e, soprattutto, non coincide con l’assenza di regole.
L’Intelligence opera in una dimensione “sotto soglia”, perché deve proteggere fonti, strumenti, capacità operative e informazioni la cui divulgazione potrebbe compromettere la sicurezza nazionale. Ma proprio per questo la segretezza – come pure la riservatezza – deve essere distinta dall’opacità. In una democrazia matura, ha sottolineato Rizzi, l’Intelligence opera all’interno di una cornice giuridico-ordinamentale, che stabilisce competenze, limiti e forme di controllo. A quello politico-parlamentare si affianca quello esercitato dall’autorità giudiziaria nelle forme previste dalla legge.
Il segreto non sottrae l’Intelligence alla legalità; protegge ciò che, per ragioni di sicurezza, non può essere divulgato intempestivamente. È una distinzione che riguarda anche la reputazione delle istituzioni. Rizzi ha richiamato una recente analisi delle fonti aperte condotta dal Dis: l’Intelligence è stata citata circa 400 volte nell’ultimo trimestre, ma sovente senza pertinenza con l’attività del comparto. Ne emerge un problema di narrazione: chi opera nell’Intelligence può conoscere più di quanto sia autorizzato a dire, mentre chi osserva dall’esterno può raccontare più di quanto davvero conosce.
È una asimmetria informativa e narrativa che diventa ancora più rilevante in un ecosistema nel quale oltre metà degli utenti dei social network apprende le notizie attraverso piattaforme caratterizzate da una circolazione orizzontale e rapidissima dei contenuti. La velocità della narrazione precede, così, quella della verifica, mentre l’Intelligence – proprio perché vincolata dalla necessità di proteggere le informazioni – non dispone sempre della possibilità di una contronarrazione pubblica in tempo reale.
Da qui l’esigenza di una risposta culturale. Formazione e conoscenza diventano strumenti di sicurezza anche nel rapporto tra Intelligence e Magistratura. Rizzi ha ricordato il protocollo con la Scuola della magistratura e, in prospettiva, l’ambizione di aprire maggiormente la formazione dell’intelligence al mondo universitario e professionale esterno. La conoscenza reciproca non elimina le differenze tra le istituzioni. Le rende, piuttosto, più comprensibili e quindi meno opache e più funzionali alla collaborazione
Il secondo passaggio compiuto da Rizzi sposta il ragionamento dal piano ordinamentale a quello strategico. La minaccia ibrida non può essere ridotta alla disinformazione o alla Foreign Information Manipulation and Interference, la cosiddetta FIMI. È un fenomeno più ampio, mutevole, capace di assumere forme non convenzionali e, in alcuni casi, di tradursi anche in azioni cinetiche. Ma il terreno sul quale la competizione strategica sta assumendo una dimensione particolarmente profonda è quello cognitivo. Qui il problema non riguarda soltanto la correttezza di una singola informazione. Riguarda la capacità dell’individuo e della collettività di formare autonomamente un giudizio.
Il dominio cognitivo diventa così un’infrastruttura della democrazia: condizionare la percezione, alterare la fiducia, orientare artificialmente il processo decisionale significa intervenire sulla libertà con cui cittadini e istituzioni elaborano le proprie scelte. Per questo Rizzi ha ricondotto la tutela del dominio cognitivo alla tutela del libero arbitrio. È una prospettiva che modifica anche la tradizionale concezione dell’Intelligence. Se la sua funzione storica è stata quella di ricercare informazioni per ridurre l’incertezza del decisore, nella complessità del momento presente deve anche impedire che l’enorme quantità di dati disponibili produca l’effetto opposto: l’impossibilità di distinguere ciò che conta da ciò che semplicemente circola.
La sfida non è più soltanto trovare l’informazione. È governare l’eccesso di informazione. In questa prospettiva si colloca anche la trasformazione tecnologica. L’intelligenza artificiale sta comprimendo in tempi brevissimi processi di innovazione che in passato si sviluppavano nell’arco di decenni. Nessuna istituzione può considerarsi automaticamente resiliente rispetto a una simile velocità di trasformazione.
Per l’Intelligence questo significa investire simultaneamente in capacità computazionale, competenze specialistiche, formazione e normazione. La disponibilità di enormi masse di dati non produce conoscenza se non esistono strutture -tecnologiche e professionali – in grado di selezionarle, interpretarle e trasformarle in informazione utile al decisore. La tecnologia, dunque, non sostituisce l’Intelligence: ne potenzia la responsabilità conoscitiva.
Una collaborazione necessaria
Se Rizzi ha definito la natura e le trasformazioni della funzione d’intelligence, Giuseppe Amato ha affrontato il problema dal punto di vista del diritto. La conclusione è tranchant: la collaborazione tra Intelligence e Magistratura è indispensabile. E non perché le due istituzioni perseguano lo stesso obiettivo: perché perseguono finalità differenti e devono quindi conoscere e rispettare le reciproche specificità. L’Intelligence ha una funzione prevalentemente preventiva: acquisire informazioni, elaborarle e contribuire alla protezione della sicurezza nazionale. La Magistratura deve invece accertare i fatti e perseguire i reati.
La differenza di funzione non costituisce un ostacolo alla collaborazione. È la sua premessa. Amato ha richiamato, in particolare, la disciplina delle garanzie funzionali, che consente agli operatori dell’intelligence, entro condizioni e limiti rigorosamente definiti, di porre in essere condotte che altrimenti integrerebbero fattispecie di reato quando ciò sia necessario per finalità di interesse nazionale.
Il sistema, ha osservato, prevede una sequenza di autorizzazioni, presupposti e controlli che rende la disciplina delle garanzie funzionali particolarmente rigorosa. Lo stesso vale per le intercettazioni preventive, sottoposte a una procedura che coinvolge l’autorità politica e il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma, secondo una verifica incentrata anche sul requisito dell’indispensabilità. È proprio questo criterio, secondo Amato, a rappresentare una chiave di lettura per una collaborazione fisiologica tra Magistratura e Servizi.
Quando l’autorità giudiziaria richiede informazioni o documenti al comparto, deve interrogarsi non soltanto sulla loro utilità, ma sulla loro effettiva indispensabilità rispetto al risultato perseguito e sulle esigenze di riservatezza che devono essere contestualmente tutelate. La conoscenza della specificità dell’interlocutore diventa quindi una condizione dell’efficienza istituzionale. Non è, dunque, la diffidenza a garantire il controllo. È la competenza. Il terreno cyber rende ancora più evidente questa necessità.
Un’aggressione informatica può richiedere contemporaneamente capacità di prevenzione, raccolta informativa, individuazione delle responsabilità, risposta tecnica, attività investigativa e ripristino delle infrastrutture colpite. Nessun singolo attore istituzionale possiede tutte queste competenze. Per Amato, la Magistratura stessa non può essere considerata solo come soggetto della repressione: nel settore della cybersecurity può concorrere alla prevenzione e, attraverso le sue funzioni, contribuire alla resilienza e al ripristino delle strutture danneggiate. È un’evoluzione significativa della cultura della sicurezza: la protezione dello Stato non coincide più con la semplice capacità di reagire a un attacco, ma con la capacità di costruire prima dell’attacco le condizioni per resistere, comprendere e recuperare.
La stessa logica riguarda le intercettazioni preventive e il rapporto con le Forze di polizia giudiziaria. Le attività dell’Intelligence possono far emergere elementi suscettibili di sviluppo investigativo; disperderli per mancanza di un canale di dialogo significherebbe perdere una risorsa conoscitiva che può risultare decisiva per l’avvio di un procedimento. Collaborare non significa quindi sovrapporre funzioni, bensì costruire passaggi ordinati tra funzioni differenti.
La 124/2007: una architettura da preservare
Il presidente del Copasir Lorenzo Guerini ha riportato il confronto sul terreno dell’architettura istituzionale. La legge 124 del 2007, ha osservato, rappresenta il risultato di una convergenza parlamentare ampia e costituisce – ancora oggi – una struttura solida, con responsabilità individuabili e un sistema articolato di garanzie.
La sua forza risiede proprio nell’equilibrio tra i diversi livelli: la responsabilità politica della Presidenza del Consiglio, il coordinamento del DIS, le funzioni operative delle Agenzie e un sistema di controlli preventivi e successivi. Non è dunque il tempo di immaginare una rifondazione dell’impianto. È piuttosto il momento di verificare se gli strumenti normativi continuino a corrispondere alla realtà tecnologica e strategica nella quale devono operare.
Guerini ha richiamato, in questo senso, una possibile evoluzione della disciplina delle intercettazioni preventive: la distinzione tra strumenti statici e dinamici, costruita in un contesto tecnologico profondamente diverso da quello attuale, potrebbe non essere più adeguata a descrivere tecnologie che oggi tendono a rendere le due categorie sostanzialmente coincidenti.
È un esempio concreto di una questione più generale: le norme possono essere solide e, nello stesso tempo, richiedere aggiornamenti quando la tecnologia modifica la natura degli strumenti ai quali le norme si applicano. È forse il punto politicamente e istituzionalmente più significativo dell’intervento di Guerini. Un sistema di controllo efficace non è un limite imposto all’Intelligence: è una garanzia per l’intelligence stessa.
Il potere informativo è un potere esteso. Significa disporre di informazioni sensibili, capacità tecnologiche avanzate e strumenti che, proprio perché efficaci, richiedono una cornice di responsabilità altrettanto forte. Il Copasir, ha ricordato Guerini, esercita il proprio controllo attraverso comunicazioni obbligatorie, relazioni, richieste di approfondimento, audizioni e, quando necessario, attività ispettive. La composizione paritetica del Comitato e la presidenza affidata a un esponente dell’opposizione costituiscono ulteriori elementi dell’architettura di garanzia.
L’esempio del caso Paragon è stato richiamato proprio per mostrare la concretezza di questo sistema: il Copasir ha esercitato attività ispettive presso le Agenzie e il DIS e ha svolto, parallelamente, un’attività di interlocuzione istituzionale presso la Procura generale di Roma. Il controllo, in questa prospettiva, non presuppone la sfiducia verso l’apparato. Presuppone la consapevolezza che quanto maggiore è il potere esercitato, tanto più importante è che siano chiari i confini entro i quali quel potere può essere esercitato. Ed è proprio questa chiarezza a tutelare anche l’operatore.
Chi agisce all’interno di una cornice normativa definita, conoscibile e sottoposta a controlli effettivi dispone di una garanzia che non è soltanto formale: sa che, rispettando le regole, può svolgere il proprio lavoro anche quando questo implica l’utilizzo di strumenti particolarmente sensibili. La legalità diventa così una componente della capacità operativa.
La riflessione finale di Guerini amplia ulteriormente il campo. Il rapporto tra magistratura e intelligence non può essere letto soltanto in termini di autonomia reciproca tra due istituzioni. Esiste un’altra autonomia decisiva: quella tra politica e intelligence. Un sistema democratico ha bisogno di analisi d’intelligence oggettive, anche quando risultino scomode per il decisore. L’analista deve poter rappresentare ciò che emerge dalle informazioni senza adattarlo alle aspettative del destinatario. E il decisore politico deve essere disposto ad ascoltare quelle analisi e a confrontarsi con esse. È qui che la funzione dell’intelligence assume una dimensione pienamente democratica. L’Intelligence non decide al posto della politica, contribuisce a rendere più informata la decisione politica. Per questo la sua autonomia non è separazione, così come la collaborazione non è subordinazione. Sono due condizioni complementari dello stesso sistema.
La democrazia ha bisogno dell’Intelligence
Il filo che unisce gli interventi della giornata è quindi più profondo del rapporto tra intelligence e magistratura. Riguarda il modo in cui una democrazia affronta l’incertezza. La raccolta e l’analisi delle informazioni servono a ridurre lo spazio dell’ignoto, non a eliminarlo. In un ambiente strategico caratterizzato da conflitti, competizione geopolitica, minacce ibride, cyberattacchi, manipolazione informativa e trasformazioni tecnologiche rapidissime, l’illusione della certezza sarebbe più pericolosa dell’incertezza stessa. L’Intelligence serve a ridurre lo spazio di incertezza senza pretendere di cancellarlo. E la sua funzione non riguarda tanto la sicurezza quanto la possibilità stessa del processo democratico di assumere decisioni sulla base di una conoscenza sufficientemente solida della realtà.
È per questo che la conclusione di Guerini acquista un significato che valica il confronto della giornata: parlare di democrazia senza parlare di Intelligence significa commettere un errore di analisi e di lettura. Conseguenza logica di un sistema nel quale la democrazia deve essere contemporaneamente protetta dalle minacce, informata sui rischi e garantita nei suoi limiti.
Vittorio Rizzi, in chiusura, ha richiamato la visione di Winston Churchill sugli “imperi della mente”. Oggi quella intuizione assume un significato ulteriore: la risorsa strategica da proteggere non è soltanto l’integrità fisica delle infrastrutture, ma la capacità degli individui e delle istituzioni di pensare, valutare e decidere liberamente.
È qui che il tema scelto per la VI Università d’Estate, Abitare il futuro, acquista il suo significato più pieno. Abitare il futuro non significa prevederlo. Significa costruire istituzioni capaci di attraversare l’incertezza senza perdere la capacità di conoscere, decidere e rispondere. E, soprattutto, significa comprendere che la sicurezza della Repubblica non è un territorio separato dalla democrazia. È una delle condizioni che consentono alla democrazia di esistere. Per questo, in ultima analisi, intelligence è democrazia.
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