#Finsubito news – servono servizi per imprese e braccianti


Contrastare il caporalato non significa soltanto intensificare i controlli, ma costruire un sistema di servizi capace di rispondere concretamente alle esigenze delle imprese agricole e dei lavoratori stagionali. È stato questo il filo conduttore degli interventi alla tavola rotonda “Coltiviamo rispetto. Raccogliamo dignità“, tenutasi il 25 ottobre a Corigliano-Rossano, in occasione del Clementina Festival. Hanno partecipato Yvan Sagnet (No Cap), Pietro Caroleo (Progetto Supreme), Gianfranco Ricci (Progetto Spartacus), Maurizio Alfano (ricercatore) e Paolo Cretella (segretario organizzativo regionale della UIL) e hanno affrontato il problema da prospettive associative, operative, istituzionali e sindacali.

“Dalla protesta alla proposta”
“Per contrastare il caporalato non basta la repressione, occorre costruire un’alternativa concreta, capace di rispondere alle esigenze delle imprese agricole e dei lavoratori”. È questo il messaggio al centro dell’intervento di Yvan Sagnet (nella foto sotto), attivista di origine camerunense, fondatore dell’associazione No Cap e nominato Cavaliere della Repubblica nel 2016 per il suo ruolo nell’introduzione del reato di caporalato nel codice penale italiano.

La sua proposta parte da un principio preciso: passare “dalla protesta alla proposta”, affrontando le cause strutturali che alimentano lo sfruttamento della manodopera agricola.

© Maria Luigia Brusco | FreshPlaza.it

Secondo Sagnet, il caporalato prospera perché colma un vuoto istituzionale. “Il caporalato esiste perché offre un servizio”. Le difficoltà dei Centri per l’Impiego nel favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro hanno lasciato spazio a intermediari illegali, capaci di organizzare rapidamente il reclutamento e la gestione dei braccianti.

“Il problema non è soltanto la mancanza di manodopera. I lavoratori sono già presenti sul territorio, ma spesso le aziende non riescono a entrare in contatto con loro attraverso canali legali”. Per questo, secondo il fondatore di No Cap, è necessario costruire un sistema di intermediazione efficiente, che offra gli stessi servizi organizzativi oggi controllati dai caporali, ma nel rispetto della legalità.

Due sono le priorità individuate da Sagnet: accoglienza e mobilità. La disponibilità di abitazioni e foresterie per i lavoratori stagionali rappresenta una condizione indispensabile per evitare che i braccianti finiscano negli insediamenti informali e nelle baraccopoli. Altrettanto importante è l’organizzazione dei trasporti tra gli alloggi e i campi agricoli. Il controllo degli spostamenti, infatti, costituisce uno degli strumenti attraverso cui il caporalato esercita il proprio potere. Servono quindi servizi di trasporto pubblico o navette dedicate, organizzati in funzione delle esigenze produttive delle aziende.

Sagnet ha richiamato inoltre l’attenzione sull’evoluzione dello sfruttamento agricolo. Accanto al caporalato tradizionale si sta diffondendo il cosiddetto “lavoro grigio”: rapporti apparentemente regolari, nei quali le buste paga riportano meno ore o giornate rispetto a quelle effettivamente lavorate. Una trasformazione che rende più difficile individuare le irregolarità e richiede interventi capaci di andare oltre la sola repressione.

L’ultimo elemento riguarda la sostenibilità economica della filiera agricola e il ruolo della Grande distribuzione organizzata. Secondo Sagnet, la pressione sui prezzi riconosciuti ai produttori, anche nel comparto delle clementine, rischia di ripercuotersi sui costi del lavoro.

“Non serve una guerra tra poveri. Gli agricoltori hanno bisogno dei lavoratori e i lavoratori delle imprese. Agricoltori e lavoratori devono essere alleati. La soluzione passa da una doppia sostenibilità: sociale, attraverso diritti, alloggi e trasporti dignitosi; economica, garantendo ai produttori agricoli un’equa remunerazione delle loro produzioni”, ha concluso Sagnet.

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“Riconoscere i migranti come persone e nuovi cittadini integrati nei servizi territoriali”
Per Pietro Caroleo, referente del progetto Su.Pr.Eme., il sistema di accoglienza deve andare oltre la disponibilità di un posto letto e di un mezzo di trasporto. I lavoratori stranieri necessitano anche di accesso alla sanità, ai servizi territoriali e alla mediazione linguistico-culturale. L’obiettivo è evitare che rimangano esclusivamente forza lavoro, senza possibilità di partecipazione alla vita sociale.

Caroleo ha richiamato la frase “Cercavamo braccia, sono arrivate persone“, citando lo scrittore e intellettuale svizzero Max Frisch, che la scrisse in riferimento all’emigrazione dei lavoratori italiani in Svizzera, e sottolineando l’importanza di favorire associazioni autogestite dai migranti, comprese quelle femminili. Caroleo ha utilizzato questa riflessione storica per evidenziare come lo stesso principio valga oggi per i lavoratori agricoli stranieri in Italia: non si tratta di mere “braccia” da impiegare stagionalmente nelle campagne, ma di persone e nuovi cittadini che arricchiscono la comunità e verso i quali occorre garantire pieni diritti e servizi.

Sul piano produttivo, ha evidenziato che la stabilizzazione della manodopera rappresenta anche una convenienza economica per l’imprenditore agricolo: fidelizzare i lavoratori significa poter contare su personale formato e specializzato.

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“Cooperative e destagionalizzazione per sostenere i piccoli agricoltori”
Gianfranco Ricci (nella foto sopra), responsabile del progetto Spartacus, ha illustrato il ruolo delle cooperative sociali nell’intermediazione del lavoro. Il modello prevede che la cooperativa assuma regolarmente i braccianti e metta le loro prestazioni a disposizione delle piccole aziende agricole per i periodi necessari, alleggerendo gli imprenditori dagli adempimenti burocratici legati alle assunzioni di breve durata.

Un secondo obiettivo è quello di garantire maggiore continuità occupazionale attraverso la formazione dei lavoratori in attività agricole diverse dalla raccolta, come la potatura e il diradamento dei frutti. Ricci ha proposto inoltre di collegare l’occupazione agricola stagionale a quella turistica estiva, ad esempio nei villaggi di Tropea, per favorire contratti regolari e redditi distribuiti durante l’intero anno. Fondamentale anche l’accompagnamento burocratico dei lavoratori presso Comuni e Questure, attraverso un’assistenza diretta e continuativa.

“Il caporale funziona perché semplifica i problemi”
Maurizio Alfano (nella foto sotto), ricercatore sociale, ha sottolineato l’importanza di programmare gli interventi sulla base dei dati effettivi dell’occupazione agricola. Secondo i dati INPS richiamati dal ricercatore, il solo comune di Corigliano-Rossano registra il doppio delle giornate lavorative dell’intera Piana di Gioia Tauro. Un elemento che, a suo avviso, dovrebbe orientare la distribuzione dei finanziamenti regionali, evitando assegnazioni indistinte.

© Maria Luigia Brusco | FreshPlaza.it

In un settore agricolo frammentato e spesso privo di servizi pubblici adeguati, il caporale finisce per svolgere il ruolo di intermediario tra le aziende e i lavoratori. Alfano ha definito il caporale un “semplificatore sociale”, capace di risolvere rapidamente problemi quotidiani e colmando vuoti che le istituzioni e il mercato del lavoro regolare non riescono a riempire. Quando un raccolto deve essere completato in tempi strettissimi, per esempio a causa delle condizioni meteorologiche, gli imprenditori agricoli hanno bisogno di trovare decine di braccianti nel giro di 24-48 ore. I Centri per l’impiego spesso non riescono a rispondere con la stessa rapidità, mentre il caporale è in grado di organizzare immediatamente le squadre.

A questo si aggiunge il problema dei trasporti: nelle campagne, dove alle prime ore del mattino i mezzi pubblici sono quasi inesistenti, è spesso il caporale a mettere a disposizione pulmini per accompagnare i lavoratori nei campi. In molti casi controlla anche l’accesso agli alloggi informali e la distribuzione di beni essenziali, dal cibo alle ricariche telefoniche. Si tratta di servizi che rispondono a bisogni concreti, ma che diventano strumenti di ricatto, sfruttamento e dipendenza. È proprio questa la contraddizione che rende il caporalato così difficile da sradicare: un sistema illegale e oppressivo che continua a prosperare perché offre soluzioni immediate a problemi rimasti irrisolti.

Per contrastarlo occorre quindi offrire servizi legali altrettanto tempestivi e flessibili. In questa direzione si inserisce lo Sportello AgriEthic, iniziativa sperimentale del Comune di Corigliano-Rossano, sviluppata con i Centri per l’Impiego per incrociare preventivamente le liste dei lavoratori disponibili con i fabbisogni delle organizzazioni di produttori.

Il ricercatore ha infine evidenziato alcune criticità normative: attese fino a due anni per i richiedenti asilo e una soglia di reddito annuo di 5.900 euro legata all’accoglienza, condizioni che, secondo la sua analisi, possono favorire il ricorso al lavoro irregolare.

© Maria Luigia Brusco | FreshPlaza.it

“Incrociare i dati aziendali e previdenziali”
Paolo Cretella (nella foto sopra), segretario organizzativo regionale UIL, ha proposto di valorizzare gli enti bilaterali agricoli come sede dell’incontro legale tra domanda e offerta di lavoro, sfruttando la presenza congiunta delle organizzazioni datoriali e sindacali.

Per individuare il cosiddetto “lavoro grigio”, ha suggerito inoltre di incrociare i dati dei fascicoli aziendali, relativi alle colture e al fabbisogno teorico di manodopera, con le dichiarazioni previdenziali INPS. Un sistema che consentirebbe di rilevare anomalie significative tra le giornate di lavoro necessarie alle produzioni e quelle effettivamente dichiarate.

Per maggiori informazioni:
www.associazionenocap.it
www.supremeitalia.org
www.giusteterre.it/progetti


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