Sulla carta sembra quasi una di quelle frasi da incorniciare sopra il contatore: le rinnovabili in Italia sono arrivate a coprire quasi metà della produzione elettrica. Una mezza rivoluzione, se si pensa da dove siamo partiti. Nel 1924 l’elettricità prodotta nel Paese valeva appena 0,6 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Nel 2024 siamo arrivati a 23,3 Mtep. In mezzo c’è passato praticamente tutto: l’idroelettrico del primo Novecento, il carbone, il petrolio, il gas, il nucleare entrato e poi uscito di scena, il fotovoltaico sui tetti, le pale eoliche, le biomasse, gli impianti che hanno cambiato la geografia energetica senza fare troppo rumore.
Il dato più forte sta lì: nel 2024 le fonti rinnovabili coprono quasi la metà della produzione elettrica nazionale e puntano ai due terzi entro il 2030. È un passaggio enorme, soprattutto se confrontato con il 1973, quando il petrolio garantiva da solo due terzi dell’elettricità prodotta in Italia. Poi è arrivato il gas naturale, salito fino al 55% del totale nel 2007. Oggi quella presa si è allentata, ma non si è staccata. Il fabbisogno rimasto fuori dalle rinnovabili viene ancora garantito dal gas e dalle importazioni, pari a 4,8 Mtep. Tradotto senza entusiasmo da brochure: la svolta c’è, però l’addio alle fonti fossili non ha ancora firmato il trasloco.
La curva è cambiata
Per capire quanto pesi questa trasformazione bisogna allargare l’inquadratura. Nel 2025 il consumo di energia in Italia risulta oltre nove volte superiore rispetto al 1930: da 15 a 140 Mtep. La popolazione è cresciuta di una volta e mezzo rispetto al 1931, il Pil di circa dieci volte, e i consumi hanno seguito, con tutte le storture e le accelerazioni del caso. Negli anni Trenta dominavano carbone e legna. Nel secondo dopoguerra si è aperta l’era del petrolio. Durante il miracolo economico, tra 1953 e 1973, i consumi si sono moltiplicati di circa sette volte. Poi le crisi petrolifere degli anni Settanta e l’uscita dal nucleare nel 1987 hanno spinto lo sviluppo delle centrali e delle reti del gas naturale.
Dentro questo secolo lungo e molto poco lineare, le rinnovabili hanno smesso di essere una nota a margine. Tra il 2005 e il 2024 la loro quota nel consumo interno lordo di energia è salita dal 7 al 21%. Anche qui conviene tenere i piedi per terra: il consumo interno lordo riguarda tutta l’energia, non solo l’elettricità. E infatti il quadro elettrico corre più veloce del resto. Produrre corrente da rinnovabili è più avanzato rispetto a sostituire gas e petrolio in tutti gli usi energetici del Paese, dal riscaldamento ai trasporti, dai processi industriali ai consumi quotidiani.
Il 2005 resta uno spartiacque anche per un altro motivo: è l’anno del picco storico dei consumi energetici, arrivati a 192 Mtep. Da allora il consumo complessivo è sceso progressivamente. Dentro questa discesa ci sono la riduzione dell’attività industriale, più efficienza energetica, un mix di fonti diverso, la transizione demografica e anche inverni più miti. Una combinazione di fattori, alcuni virtuosi, altri molto meno allegri. L’Italia consuma meno energia per abitante rispetto alle altre grandi economie europee, anche grazie a minori esigenze di riscaldamento, come accade in parte alla Spagna. Però mantiene un uso relativamente elevato di gas e una quota di rinnovabili in linea con la media dell’Unione europea.
Il nodo che resta
La parte scomoda arriva subito dopo. L’Italia è ancora tra i Paesi europei con la dipendenza dall’estero più alta per l’approvvigionamento energetico: circa tre quarti del totale, contro una media dell’Unione europea inferiore al 60%. È il genere di numero che raffredda parecchio il brindisi. Puoi produrre quasi metà dell’elettricità da fonti rinnovabili e restare comunque esposto alle importazioni, alle reti, al prezzo del gas, alla sicurezza degli approvvigionamenti. La transizione energetica, quando la guardi da vicino, ha questa faccia poco fotogenica: pannelli e turbine da una parte, vecchi vincoli strutturali dall’altra.
Qualcosa però si vede anche sulle emissioni. In Italia il picco delle emissioni di gas serra è stato raggiunto nel 2005 e nel 2024 il livello risulta quasi il 30% più basso rispetto al 1990. Le cadute più vistose sono arrivate nei momenti di crisi economica, nel 2009, nel 2012-2013 e poi durante il blocco delle attività nel 2020. Dopo il rimbalzo del 2021 è ripartita una nuova diminuzione, legata anche alla crescita rapida delle energie rinnovabili. Qui la parola “anche” conta: l’aumento delle rinnovabili pesa, ma la riduzione delle emissioni non nasce da un solo interruttore girato dalla parte giusta.
Il confronto europeo aiuta a non trasformare l’Italia in un caso da favola energetica. La produzione elettrica ha un peso particolarmente contenuto nelle emissioni della Francia, dove domina il nucleare, e ridotto in Spagna, grazie alle rinnovabili e a una quota non trascurabile di nucleare. In termini pro capite, Spagna e Francia restano sotto l’Italia e molto sotto la Germania. Inoltre, in tutti e quattro i Paesi considerati, le emissioni legate al consumo risultano superiori a quelle della produzione domestica, per effetto dei beni e servizi importati. In pratica, una parte della nostra impronta climatica viaggia nascosta dentro quello che compriamo dall’estero.
Quasi metà, non tutto
La fotografia del 2024 resta potente: quasi metà dell’elettricità italiana viene dalle rinnovabili. Idroelettrico, fotovoltaico, eolico, geotermoelettrico, biomasse e rifiuti rinnovabili hanno occupato uno spazio che per decenni è stato dominato da petrolio e gas. Il cambiamento si legge bene proprio nella storia della produzione elettrica: prima l’idroelettrico affiancato dal termoelettrico, poi il petrolio del dopoguerra e del boom, poi il gas, ora una presenza rinnovabile molto più robusta.
La domanda “addio fonti fossili?” suona bene, però corre più veloce dei dati. Il petrolio non domina più la produzione elettrica come nel 1973, il gas non ha più il peso raggiunto nel 2007, le rinnovabili sono diventate il blocco centrale della nuova elettricità italiana. Eppure il sistema resta appeso a importazioni e gas per coprire il resto del fabbisogno. Il prossimo salto, quello verso i due terzi nel 2030, sarà la parte meno ornamentale della storia: serviranno impianti, reti, accumuli, autorizzazioni, continuità. Meno annunci e più bulloni.
Per ora il contatore dice questo: la corrente italiana è molto più pulita di ieri, il filo che la tiene accesa passa ancora anche dal gas. E non basta cambiare lampadina per rifare l’impianto.
Fonte: Istat
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Ilaria Rosella Pagliaro
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