Taranto, 3 novembre 2026 – Lo spegnimento degli altiforni e il progressivo arresto dell’area a caldo hanno reso ancora più incerto il futuro produttivo dell’ex Ilva. La fermata degli impianti, aggravata dal pronunciamento della Corte di Cassazione, riduce le prospettive di rilancio del più grande polo siderurgico italiano e complica la ricerca di un acquirente disposto a farsi carico dei costi di riconversione. La storia dell’acciaieria è una lunga successione di ristrutturazioni, privatizzazioni, commissariamenti e tentativi di vendita. Solo nel 2016, quando il gruppo fu messo sul mercato, arrivarono 29 manifestazioni d’interesse, per l’intero complesso o per singoli asset.
Una storia travagliata nel corso dei decenni
Le radici dell’attuale Ilva risalgono alla crisi della siderurgia pubblica. Nel 1988 l’assemblea di Finsider, controllata dall’Iri, ne deliberò la liquidazione e il governo avviò la riorganizzazione del settore, con la creazione di una nuova società liberata da parte degli oneri pregressi. Nel 1989 nacque Ilva Spa, che assorbì Finsider e Nuova Italsider. Nel 1995 arrivò la privatizzazione: il polo di Taranto passò al gruppo della famiglia Riva, che ne divenne il proprietario e il principale protagonista industriale per quasi vent’anni. Una stagione segnata anche dall’inchiesta «Ambiente svenduto», dal sequestro degli impianti nel 2012 e dalle successive vicende giudiziarie che hanno coinvolto la famiglia e i vertici aziendali.
Nel giugno 2013 il governo affidò la gestione commissariale a Enrico Bondi, già amministratore delegato di Parmalat dopo il crac dell’era Calisto Tanzi con Edo Ronchi (ex ministro) come subcommissario. Nel maggio 2014 Bondi lasciò il posto a Piero Gnudi; nel gennaio 2015 l’Ilva entrò in amministrazione straordinaria. A quel punto si aprì la strada alla vendita. Nel 2016, oltre ai 29 soggetti interessati a rilevare tutto o parte del gruppo, emersero due principali schieramenti: da un lato ArcelorMittal e Marcegaglia, dall’altro il progetto italiano AcciaiItalia, con Cdp, Delfin di Leonardo Del Vecchio e Arvedi. Alla cordata si aggiunse poi il gruppo indiano Jindal. Nel giugno 2017 i commissari indicarono Am InvestCo, guidata da ArcelorMittal e Marcegaglia, come aggiudicataria.
L’intesa con gli indiani non chiuse la partita. Dopo lo scontro sul piano ambientale e industriale, nel 2021 Invitalia entrò nel capitale di Acciaierie d’Italia con il 38%, mentre ArcelorMittal mantenne il controllo. Il mancato accordo sulla ricapitalizzazione e il deterioramento della situazione finanziaria portarono nel 2024 a un nuovo commissariamento, con Giancarlo Quaranta. Alla gara del 2025 arrivarono dieci offerte, tre per l’intero complesso: Baku Steel con Azerbaijan Investment Company, Bedrock Industries e Jindal Steel International.
Il futuro del polo siderurgico è sempre più oscuro
Ora la scadenza per le offerte vincolanti è l’8 novembre e la cordata italiana guidata da Federacciai è in bilico. «Una decisione definitiva non c’è», ha detto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia e Feralpi, tra i 14 firmatari. Il numero 1 di Federacciai e del big siderurgico Duferco Antonio Gozzi ha espresso «grande preoccupazione» per un business plan sul quale restano «grandi riserve». Dopo la sentenza della Corte di Cassazione, ha aggiunto Pasini, il futuro di Taranto è «molto, molto incerto»: senza area a caldo, il sito «non è condannato, ma compromesso».
La manifestazione d’interesse presentata il 18 agosto riguardava gli impianti di trasformazione e l’area a freddo, non gli altiforni e la colata continua. Le 14 imprese, oltre a Federacciai, sono ABS Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions, AFV Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel. Eusider, gruppo della famiglia Anghileri, si è aggiunta in un secondo momento. Il perimetro comprendeva Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi.
Dal canto l’americana Flacks Group ha confermato ancora oggi di essere sempre in gara e di essere pronto a sostenere gli investimenti previsti dal suo ultimo piano industriale, basato sulla produzione di acciaio a Taranto con forni elettrici. Il gruppo americano attende un confronto con il governo. Resta anche Jindal Steel International, mentre la partita dovrà chiarire chi sia disposto a rilevare l’intero complesso e chi punti a singoli asset.
I rischi per chi compra nel report Assonime
Il nodo è strutturale. Il recente paper firmato da Assonime (l’associazione per le società per azioni italiane) «Fragilità d’acciaio» evidenzia le criticità strutturali che rallentano il processo di salvataggio e di riqualificazione e soprattutto rappresentano un ostacolo reale per i pretendenti: le passività ambientali e le bonifiche, il conflitto tra produzione e tutela della salute, l’incertezza autorizzativa e giudiziaria, gli impianti obsoleti e gli investimenti necessari per la decarbonizzazione. A questi si aggiungono il costo dell’energia, la disponibilità di rottame e preridotto e la necessità di infrastrutture adeguate per alimentare i forni elettrici.
Un conto salato per lo Stato italiano
In tutti questi anni, va detto, lo Stato non ha mai abbandonato a se stessa l’ex Ilva. Assonime ricostruisce i fatti e le cifre messe sul piatto: circa 600 milioni di prestiti pubblici tra il 2012 e il 2015, 400 milioni di finanziamenti bancari garantiti dal Mef, 400 milioni versati da Invitalia per entrare nel capitale nel 2021 e altri 680 milioni di finanziamento soci nel 2023. Si aggiungono 250 milioni attinti nel 2025 dal Patrimonio destinato e 200 milioni previsti dal Dl 92/2025.
Il totale arrivare a superare i 2,5 miliardi tra interventi e garanzie, ma non tutti contributi a fondo perduto. I 400 milioni garantiti sono credito bancario; il prestito da 320 milioni del 2024, a condizioni di mercato, non è considerato da Assonime un costo per lo Stato. Altri 220 milioni sono passati da SACE. I soli interventi di Invitalia valgono 1,08 miliardi.
Saranno gli ultimi capitali garantiti? O, come appare sempre più probabile, nel serviranno altri nell’attesa che arrivi il tanto sognato “cavaliere bianco”? Difficile dirlo. Nel frattempo, venerdì 6 si riunisce il tavolo sindacale al ministero del Lavoro per fare il punto sulla richiesta dell’ennesima misura che colpisce i lavoratori, ossia la cassa integrazione per 8.622 dipendenti dell’intero gruppo siderurgico.
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