Nota del Direttore
I numeri dell’agricoltura raccontano cambiamenti che non si possono liquidare come semplici oscillazioni. Il ricambio generazionale, la terra lasciata incolta e la rappresentanza delle imprese sono questioni che riguardano il futuro dei territori e delle produzioni italiane.
Giuseppe Danielli
Come sta l’agricoltura italiana? Fra opinioni e realtà, agitazioni sindacali e numeri
Non è messa bene, ma neanche male. Occorre però una lettura profonda di alcuni numeri e di certe situazioni politico-istituzionali-sindacali perché i margini di manovra (vedi bozza nuova PAC – proposta della Commissione europea per la PAC dopo il 2027) sono limitati. Ecco i numeri importanti. Abbiamo preso i numeri dell’anno 2000 e li abbiamo raffrontati con quelli del 2023-2025 (non ancora ufficiali secondo Istat e Ismea, ma molto realisti) per capire gli sviluppi, le criticità, i fabbisogni, le innovazioni, le scelte. Non entriamo nel merito di analisi e valutazioni delle “tipologie produttive”, ma i numeri parlano da soli per cercare di capire quale strategia proporre senza fare scelte estemporanee poco produttive. Abbiamo preso alcuni numeri indicativi della “produzione”, ma cerchiamo di leggerne in pratica soprattutto il valore della “produttività”. Credo sia noto a tutti la differenza sostanziale fra produzione e produttività, parimenti come la differenza fra volumi e valori.
Ecco alcuni numeri di Istat e Ismea. Il quadro Istat 2023 sulla struttura e sulla forza lavoro delle aziende agricole è consultabile nel comunicato dedicato all’indagine sulla struttura delle aziende agricole.
- Le aziende agricole sono diminuite del 55% circa, da 2,4 milioni a 1,1 milioni di unità. Dato molto positivo se fosse il risultato di concentrazione di imprese o di aggregazione di terre agricole. Quelle iscritte al Registro Imprese sono in forte calo anche negli ultimi anni: erano 721.614 a fine 2022, ora sono 676.530 a fine 2025 (dato Unioncamere e Infocamere). Nel solo anno 2025 si sono tolte 8.068 imprese, mentre l’intero sistema imprenditoriale italiano (altri settori e comparti) nel 2025 è cresciuto di quasi l’1%. Il dato 2025 è riportato da Movimprese, elaborazione InfoCamere.
- SAU, superficie agraria coltivata: diminuita da 13,18 milioni di ettari a 12,1 milioni di ettari. Nel 2026 registriamo, dopo anni di incremento della dimensione aziendale, un decremento. La dimensione media aziendale di un’impresa agricola in Italia è scesa dal 2023 al 2026 da 11,1 ettari a 10,9 ettari. Quindi è esclusa l’acquisizione di impresa.
- L’occupazione agricola generale totale fra titolari, coadiuvanti, dipendenti, avventizi e braccianti è diminuita del 71% (dal 2010 ridotta del 35,6%). Anche il numero dei componenti familiari delle imprese agricole (escluso il primo titolare) è passato da 1,31 milioni a solo 324.000 persone/addetti.
- L’età dei titolari di impresa è un altro dato importante che deve far riflettere: erano il 19,9% i capi azienda sotto i 44 anni, oggi sono il 13%. Gli over 75 anni sono ancora il 21,3%, oggi come 25 anni fa. Gli under 40 anni titolari di impresa sono quasi raddoppiati rispetto all’anno 2000, ma oggi scendono al 7,9% rispetto all’8,4% del 2010. Dato controtendenza che denota un non ritorno in campagna e un nuovo abbandono della campagna.
- I capi azienda sotto i 40 anni oggi sono 105.000 in totale in tutta Italia e in tutti i settori produttivi, cioè in calo di circa 5.000 unità rispetto a 25 anni fa, con un tasso di “scambio” con gli over 60 anni fermo da anni al 16% circa, cioè 1,6 titolari ogni 10 aziende.
- Prendiamo le stalle come unico esempio, ovvero l’andamento dell’allevamento delle bovine da latte e misto: da oltre 50.000 allevamenti siamo arrivati a poco meno di 34.000, con una riduzione vicino al 20% e tutti i riflessi sulla produzione di latte e bovini da latte. A pensare quanto abbiamo penato con l’Italia per 20 anni sulla questione “quote latte”, con i relativi surplus tassati dalla UE.
In sintesi: il ricambio generazionale è fermo, gran parte del mondo agricolo produttivo nazionale è in mano a ultra sessantenni, pochissimi i capi di impresa intorno a 25-30 anni, un’impresa su 2 è scomparsa senza però la relativa supposta concentrazione, quindi per perdita netta di superficie coltivata; le famiglie agricole sono diminuite e il relativo lavoro familiare; l’agricoltura è in mano a contoterzisti, ad eccezione di alcune grandi aziende.
Ovvio che questi numeri devono fare riflettere molto e diversi soggetti, dal Ministero ai Sindacati agricoli. In Italia ci sono 3 sindacati specifici oltre ad altri 4 espressione dei sindacati dei lavoratori generali come Cgil, Cisl, Uil, ecc. Diventa quindi logico dedurre che esiste un forte scompenso o dicotomia fra il sindacato agricolo datoriale (Confagricoltura) e l’ex sindacato agricolo della piccola proprietà contadina quasi completamente scomparso (Coldiretti e Cia).
La Coldiretti che una volta (nel 1981 ero segretario di zona) rappresentava il 75% del mondo agricolo (famiglie, imprese, prodotti e un po’ meno superficie) ha scelto di essere più un sindacato di consumatori, di prodotti del contadino sulla carta, di trasformarsi in commerciante puro con banchi sul mercato. Questo ha contribuito a un abbandono, alla disgregazione, a un ulteriore abbassamento del valore dell’impresa agricola a vantaggio solo di “strategie direzionali” con scelte lontano dagli agricoltori.
Quindi chi si siede al tavolo della PAC che competenze, conoscenze, interessi, impegni reali ha da mettere sul tavolo? Oggi esistono imprese “di lavoro” senza proprietà della terra che gestiscono 2/3 del patrimonio immobiliare e prodotti nazionale. Sono troppo poche le piccole aziende agricole. Questi numeri devono aiutare a capire “quale PAC” deve volere l’Italia, come le Regioni devono gestire i Piani agricoli regionali, come difendere certe qualità e valori di prodotto, come riappropriarsi della terra di montagna per creare (incentivi) nuove imprese agricole e di giovani.
Cosa dare e offrire ai giovani italiani (e non) per fare gli agricoltori di montagna, a curare boschi, canali, campi? Quanto la società intende investire e spendere in questo?
Domanda ingenua: si può organizzare e gestire il mondo agricolo nazionale e tutti i risvolti e pieghe “agricole” del Piano Mattei del Governo in Paesi terzi avendo ufficio-mente-soldi a Londra? Sembra più una operazione di capitalizzazione finanziaria di una mega scatola cinese dalla City che un vero sostegno alle nostre piccole imprese contadine, alle agricolture africane e all’impegno della FAO nel piano stesso. Mah!
Occorre – è l’ennesima volta che lo scriviamo negli ultimi 4 anni, più in funzione dei cambi di clima e guerre che non dei colori politici – una visione dentro i territori, con soluzioni dentro la terra. Il settore primario (agroalimentare e forestale) è notoriamente l’opposto (e lo sarà sempre per questione di fattori molto chiari e semplici come “produzione” e “produttività”) da quello finanziario; addirittura è un esempio virtuoso – se non ammalorato da un eccesso di prebende europee e da impersonificazioni sindacali – di economia circolare e solidale da sempre. In una stessa tavola contadina, da sempre, c’è da mangiare per 2 come per 8 commensali. Senza lamentele.
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Punto e Virgola – n. 72
La lettura di Giampietro Comolli sui numeri dell’agricoltura italiana, il ricambio generazionale e le prospettive della PAC.
Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre.
Il punto e virgola serve a collegare ciò che altri separano.
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