#Finsubito news – Studenti in piazza per difendere il diritto allo studio


Lorena Cona e Giuliana Moscuzza Maina (ha collaborato per le foto Giuseppe Tringali)

Il costo degli affitti, le spese per i trasporti, il caro-vita e la difficoltà di conciliare studio e lavoro. Sono alcune delle questioni che pesano sempre più sulla vita degli universitari e che hanno portato anche tanti studenti a partecipare allo sciopero generale del 30 ottobre, promosso dall’USB contro il carovita e il riarmo. 

A Catania la mobilitazione ha attraversato le strade del centro cittadino, dal porto, dove era previsto il concentramento alle 9.30 in corrispondenza del varco Dusmet fino a piazza Stesicoro passando per corso Sicilia. Una protesta pacifica, durante la quale il diritto allo studio e le condizioni materiali necessarie per garantirlo sono emersi tra i temi centrali come evidenziato dallo slogan: “Noi siamo la Luna che muove le maree, cambieremo il mondo con le nostre idee”.

Tra i partecipanti, numerosi giovani hanno portato all’attenzione le difficoltà economiche che accompagnano il percorso universitario. Perché studiare non significa soltanto frequentare le lezioni e sostenere gli esami: per molti studenti vuol dire anche trovare un alloggio, affrontare quotidianamente gli spostamenti, sostenere le spese per il materiale didattico e, in diversi casi, lavorare per mantenersi.

Manifestanti lungo via Dusmet adiacente all’area portuale

Studiare costa: affitti, trasporti e lavoro precario

Le spese per l’affitto e gli spostamenti rappresentano, secondo gli studenti, alcune delle voci più difficili da sostenere, con prezzi che «sono aumentati in maniera insostenibile», racconta Paolo. A queste si aggiungono i costi per il cibo, le tasse universitarie e il materiale didattico, che possono raggiungere «una cifra abbastanza importante e, per far quadrare i conti, si finisce per tagliare le uscite e il tempo libero», come riferiscono altri universitari.

Per far fronte alle spese, molti scelgono di lavorare durante gli studi, cercando di raggiungere «una certa indipendenza economica» e di non dover rinunciare al percorso universitario. Ma conciliare le due attività non è sempre semplice.

Sono solo alcune voci, quelle degli studenti, in particolar modo degli universitari, che cercano di farsi sentire sempre di più evidenziando gli importanti sacrifici per formarsi e crearsi una carriera lavorativa.

«Dipende da persona a persona e dal lavoro che fai», spiega Sandro, che racconta «di aver concordato con i propri responsabili un’organizzazione contrattuale compatibile con gli impegni universitari». «Uno stipendio poco sopra la media e sotto lo standard europeo non è normale, però. Ma perché non esiste ancora una legge sul salario minimo?», si chiede.

Manifestanti in corso Sicilia

Manifestanti in corso Sicilia

Ancora più complessa è la situazione descritta da Serena, che sottolinea le difficoltà incontrate da chi deve affrontare turni di lavoro lunghi e faticosi: «Conosco tante persone che hanno abbandonato il corso di studi, persone che faticano a dare gli esami, persone che devono fare una scelta tra il lavoro e lo studio, perché i turni sono troppo lunghi, troppo pesanti. Si torna a casa stanchi e non si riesce a studiare».

Il rischio è che il lavoro finisca per compromettere il percorso universitario e viceversa, con ripercussioni sul riposo, sulla vita sociale e sul benessere personale. Una gestione del tempo sempre più difficile, “quasi millimetrica”, che può tradursi in ritardi nella carriera accademica e, nei casi più critici, nell’abbandono degli studi.

A pesare ulteriormente sono le condizioni di precarietà e il lavoro irregolare. «Lavorano sfruttati e sottopagati pur di permettersi l’affitto», osserva Chiara Caruso, consigliera di amministrazione dell’Università di Catania, che richiama l’attenzione sulla necessità di rafforzare le misure di sostegno. «Quello che vogliamo per l’università è l’aumento delle borse di studio e dei benefici per gli studenti lavoratori, proprio perché sono una fascia da proteggere e aiutare».

In foto da sinistra Federico Scavo e Chiara Caruso

In foto da sinistra Federico Scavo e Chiara Caruso

Un’altra soluzione per contenere le spese abitative è quella di vivere fuori Catania e spostarsi quotidianamente per raggiungere le sedi universitarie. Una scelta che, tuttavia, non è praticabile per tutti. «Io sono uno studente pendolare, quindi in qualche modo riesco a gestirmi. Arrivo all’università con i mezzi pubblici ogni giorno. La vita da pendolare è una vita che si può anche accettare, ma se bisogna partire da fuori provincia di Catania o da paesi mal collegati, tutti i giorni non è fattibile», racconta Salvatore Petralia, rappresentante degli studenti.

Le difficoltà economiche possono condizionare anche le scelte formative, spingendo alcuni giovani a rinunciare al corso di laurea desiderato o a trasferirsi nella città più vicina, privilegiando una soluzione economicamente più sostenibile. Federico Scavo, rappresentante degli studenti, denuncia, inoltre, le condizioni spesso difficili degli alloggi destinati agli universitari e le responsabilità di chi specula sulle esigenze di chi arriva a Catania per studiare.

«Il problema non sono gli studenti, né tantomeno chi si sposta dalle proprie città per andare a studiare o a trovare opportunità migliori, ma va ricondotto a un governo che non dà sovvenzioni, che non dà aiuti e, anzi, continua a imbavagliare sempre di più quello che è il mondo universitario e studentesco», afferma.

In foto Salvatore Petralia

In foto Salvatore Petralia

Laurearsi conviene, ma non tutti partono dalle stesse condizioni

Le difficoltà raccontate dagli studenti non sono soltanto esperienze individuali, ma riflettono dinamiche economiche e sociali più ampie, che rischiano di incidere sull’effettiva possibilità di accedere all’istruzione universitaria e completare il proprio percorso formativo.

«Sarò chiaro, come lo sono tutti i giorni a lezione con i miei studenti: dal punto di vista delle prospettive occupazionali, non esiste miglior investimento da fare che quello in istruzione, oggi come ieri». È la riflessione di Maurizio Avola, docente di Sociologia del lavoro al Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania, che sottolinea il valore della formazione anche alla luce dei dati sull’occupazione del 2025: tra i laureati italiani il tasso è stato dell’82,8%, contro il 67,3% dei diplomati e il 45,5% di chi ha conseguito al massimo la licenza media.

Il vantaggio della formazione non riguarda soltanto le possibilità di trovare un impiego. «Al crescere del livello di istruzione crescono le competenze e il prestigio associati all’occupazione svolta, così come la retribuzione, la stabilità dell’impiego e il numero di ore lavorate», osserva il docente Avola. 

Un momento della manifestazione

Un momento della manifestazione

L’istruzione contribuisce, inoltre, a ridurre le disuguaglianze sociali, di genere e territoriali, offrendo maggiori opportunità soprattutto a chi parte da condizioni di svantaggio. «Investire in formazione conviene sempre e conviene a tutti, ancora di più alle donne e a chi vive in una regione come la nostra», aggiunge il docente dell’ateneo catanese.

A rendere più difficile l’accesso all’università è però il quadro economico generale, caratterizzato «da un’inflazione che cresce più rapidamente dei salari e riduce progressivamente il potere d’acquisto delle famiglie», sottolinea il prof. Avola. A incidere maggiormente sono soprattutto i costi dei beni e dei servizi che compongono il paniere delle spese universitarie: alloggi, utenze domestiche, trasporti e beni alimentari.

Un dato interessante riguarda proprio la contribuzione universitaria, che a Catania, così come sottolinea il prof. Maurizio Avola, è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi anni. «Nel nostro ateneo l’ammontare della contribuzione studentesca per fasce di Isee è ormai stabile da anni – spiega il prof. Avola -. Quindi, in termini reali, possiamo dire addirittura che impatta sui salari delle famiglie meno rispetto al passato. Purtroppo, però, questo non basta a controbilanciare tutti gli altri aumenti, che rendono l’università oggi meno accessibile di ieri».

Un momento della manifestazione

Un momento della manifestazione

Trasporti e collegamenti, l’impegno dell’Ateneo

Tra le criticità segnalate dagli studenti, la mobilità occupa un posto di primo piano. Raggiungere quotidianamente le sedi universitarie può diventare un ostacolo significativo, soprattutto per chi vive nei comuni limitrofi o deve spostarsi verso le sedi decentrate.

Su questo fronte l’Università di Catania ha avviato diverse iniziative per agevolare gli spostamenti di studenti e personale. La professoressa Michela La Pira, Mobility Manager dell’ateneo e docente del Dipartimento di Ingegneria industriale Civile e Architettura, ha seguito il confronto in Consiglio di amministrazione e in Senato accademico per promuovere un accordo con Amts e Comune di Catania, finalizzato a garantire il collegamento tra la stazione Milo e la Cittadella universitaria di via Santa Sofia, con capolinea al Parcheggio Zenone.

«È innegabile che a livello territoriale abbiamo delle lacune, soprattutto per quanto riguarda il trasporto ferroviario. Nonostante ciò, c’è chi lo utilizza, e non solo tra gli studenti. L’università cerca di venire incontro alle esigenze degli studenti garantendo l’abbonamento ai mezzi Amts e Fce e ai parcheggi scambiatori al costo di venti euro l’anno», spiega la prof.ssa La Pira.

Tra le ulteriori iniziative, è stata recentemente protocollata la richiesta per l’attivazione di una navetta shuttle che colleghi i poli didattici del centro storico, con l’obiettivo di rendere più agevoli gli spostamenti tra le diverse sedi.

Un momento della manifestazione

Un momento della manifestazione

Le esigenze, tuttavia, cambiano a seconda del territorio di provenienza. Accanto agli studenti che vivono a Catania, ci sono quelli che arrivano dai comuni limitrofi, come Mascalucia e San Pietro Clarenza, e quelli che frequentano le sedi decentrate di Siracusa, Ragusa e Troina.

Anche per queste realtà sono state individuate alcune misure di sostegno: per la sede di Ragusa è stato proposto un abbonamento annuale al costo di quindici euro per tutti gli studenti, mentre per quelli di Siracusa è stato previsto un rimborso delle spese per il trasporto pubblico.

«L’obiettivo è garantire lo stesso accesso a tutti gli studenti e indipendenti, indipendentemente da dove studiano e lavorano, limitare gli spostamenti, ridurre l’utilizzo dell’auto privata e favorire forme di mobilità sostenibile, attraverso il trasporto pubbblico, ma anche le biciclette, monopattini e i mezzi in condivisione», conclude la Mobility Manager.

Il tema emerso dalla mobilitazione del 30 ottobre va dunque oltre la protesta contro il carovita: garantire il diritto allo studio significa creare le condizioni affinché ogni giovane possa scegliere il proprio percorso universitario e portarlo a termine, senza che il reddito familiare, la distanza geografica o la necessità di lavorare diventino fattori di esclusione.


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