Un titolo di studio, preso da solo, resta un pezzo di carta: una pergamena nel cassetto, una riga nel curriculum, una cornice un po’ impolverata in salotto. Eppure, quando i numeri smettono di parlare soltanto di lavoro, reddito e opportunità, quel pezzo di carta si allarga. Diventa esperienza, linguaggio, attrito con persone diverse, abitudine a leggere il mondo con qualche strumento in più. Nel Rapporto annuale 2026, l’Istat mette in fila una cosa che in Italia si vede spesso a occhio nudo e che nei dati diventa ancora più chiara: più cresce il livello di istruzione, più aumenta l’importanza attribuita ai valori di uguaglianza.
Uno sguardo meno chiuso, più attento alle differenze, più disposto a riconoscere diritti anche quando quei diritti riguardano vite, corpi, provenienze e scelte lontane dalla propria esperienza personale. La scuola, l’università, i percorsi formativi lunghi fanno questo lavoro lento e poco spettacolare. Allargano la stanza. Ti costringono a stare accanto a chi arriva da un altro quartiere, da un’altra famiglia, da un’altra storia. Ti insegnano che la società funziona meglio quando le regole valgono per tutti e quando la diversità smette di essere trattata come un fastidio da gestire.
La scuola allarga la stanza
Secondo il Rapporto, i percorsi formativi più lunghi e strutturati tendono a favorire competenze che espongono le persone a contesti relazionali più diversi, dove si imparano cooperazione, reciprocità e rispetto delle regole. Detta senza il camice bianco addosso: studiare più a lungo mette più spesso davanti a mondi che non coincidono con il proprio pianerottolo. E questo, col tempo, può ridurre stereotipi e pregiudizi.
Il dato più forte riguarda l’uguaglianza tra uomini e donne. Tra le persone di 25 anni e più, il valore viene considerato molto importante dal 79,7% della popolazione. Guardando al titolo di studio, però, la differenza diventa netta: si passa dal 73,7% tra chi ha al massimo la licenza media, all’81,8% tra i diplomati, fino all’87,7% tra laureati e persone con titoli superiori. La scala sale quasi senza inciampare. Più istruzione, più riconoscimento della parità di genere.
Lo stesso andamento compare quando si guarda agli altri ambiti. I diritti a prescindere dall’orientamento sessuale sono considerati molto importanti dal 62,2% di chi ha al massimo la licenza media, dal 72,1% dei diplomati e dall’81,0% dei laureati. Per i diritti a prescindere da Paese di provenienza, colore della pelle ed etnia, le quote sono 61,2%, 70,2% e 79,9%. Per la libertà religiosa si passa dal 60,7% al 66,4%, fino al 76,3% tra chi ha una laurea o un titolo più alto. Il totale nazionale, in questi tre ambiti, resta più basso rispetto alla parità di genere: 69,9% per l’orientamento sessuale, 68,5% per provenienza ed etnia, 66,1% per la libertà di professare la propria religione.
Le donne attribuiscono più spesso degli uomini molta importanza a tutti e quattro gli ambiti considerati. Questo vale per la parità di genere e anche per i diritti delle minoranze. È un dato che dice parecchio, perché chi vive più direttamente certe asimmetrie tende a riconoscerle prima. La distanza, però, cambia quando entra in gioco l’istruzione: il titolo di studio diventa una lente, una di quelle che forse non rendono automaticamente migliori, però aiutano a mettere a fuoco.
I diritti imparati per attrito
Il Rapporto usa anche un modello statistico per isolare il ruolo dell’istruzione. Il risultato è molto chiaro: avere conseguito una laurea raddoppia, rispetto a chi ha al massimo la licenza media, la probabilità di considerare molto importanti tutti gli ambiti di uguaglianza presi in esame. Insieme al titolo di studio pesano anche altri fattori: essere donna, avere più di 44 anni, vivere nel Mezzogiorno, interessarsi di politica, sentirsi molto soddisfatti della propria vita, guardare con fiducia al futuro e avere fiducia nella gran parte delle persone.
Il quadro che ne viene fuori è meno astratto di quanto sembri. L’uguaglianza, nei dati, assomiglia molto a un muscolo sociale: cresce dove ci sono più strumenti, più relazioni, più esposizione alla complessità. La conoscenza rende più difficile restare aggrappati alle risposte semplici. Chi studia più a lungo incontra più spesso testi, contesti, storie, conflitti, parole nuove. Impara a discutere, a verificare, a distinguere. Anche a cambiare idea, che in certi ambienti viene ancora trattato come una debolezza e invece è una forma basilare di igiene mentale.
Qui l’istruzione diventa molto più di un ascensore economico. Certo, il Rapporto ricorda che titoli di studio più elevati si associano a migliori opportunità di inserimento nel mercato del lavoro, minore esposizione alla disoccupazione e percezione di maggiore qualità dell’occupazione. Però il capitale educativo produce anche altro: più fiducia interpersonale e istituzionale, più partecipazione alle attività associative, al dibattito politico e alle reti di aiuto informale. In pratica, studiare incide sul modo in cui una persona si muove nella società, su quanto partecipa, su quanto si fida, su quanto riesce a vedere gli altri come parte dello stesso spazio comune.
E qui la parola uguaglianza smette di sembrare una bella intenzione da discorso pubblico. Diventa un comportamento quotidiano. Il modo in cui si distribuisce il tempo in casa. Il modo in cui si parla di una persona straniera. Il modo in cui si riconosce una coppia, una fede, un’identità, una scelta di vita. I pregiudizi resistono spesso perché sono comodi: spiegano tutto in fretta, danno un colpevole, tengono fermo il mondo. L’istruzione, quando funziona, fa l’opposto. Complica. Apre. Chiede prove. Toglie sicurezza alle frasi già pronte.
La famiglia pesa ancora
Il nodo più scomodo arriva quando il Rapporto passa alla trasmissione dell’istruzione tra generazioni. Perché la scuola può allargare la stanza, certo. Prima bisogna riuscire a entrarci con pari possibilità. E in Italia il contesto familiare continua a pesare moltissimo.
Nel 2024, tra i giovani di 25-34 anni cresciuti in famiglie dove nessun genitore ha conseguito un titolo secondario superiore, il 35,1% resta senza diploma e solo il 12,8% raggiunge un titolo terziario. Se almeno un genitore è diplomato, la quota di figli senza diploma scende al 6,8% e quella dei laureati sale al 43,4%. Con almeno un genitore laureato, appena il 2,6% dei figli resta senza diploma e quasi due terzi, il 64,7%, arrivano a loro volta alla laurea.
La scelta della scuola superiore racconta lo stesso meccanismo. Chi ha genitori con al massimo la licenza media si orienta molto più spesso verso istituti tecnici o professionali. Quando almeno un genitore ha un diploma, il liceo diventa molto più frequente. Con genitori laureati, il liceo diventa la scelta dominante. A parità di condizioni socio-demografiche, la propensione a scegliere il liceo per chi ha almeno un genitore laureato è quasi otto volte superiore rispetto a chi ha un genitore con al massimo un titolo secondario inferiore. La probabilità di laurearsi, per i figli, è oltre dodici volte più alta quando almeno un genitore è laureato rispetto a chi ha genitori con al massimo la licenza media.
Le donne mostrano una mobilità intergenerazionale più alta: la quota di laureate provenienti da famiglie con genitori senza laurea arriva al 34,0%, mentre tra gli uomini laureati si ferma al 19,8%. Anche questo dato merita attenzione, perché dice che l’istruzione può spezzare alcune catene, soprattutto quando le ragazze riescono a superare il livello educativo della famiglia di origine. Però la strada resta più ripida per chi parte da case con meno libri, meno reti, meno familiarità con l’università, meno tempo e meno soldi da investire in un percorso lungo.
Il Paese, del resto, parte ancora con un ritardo evidente. Nel 2024 la quota di laureati tra i 25 e i 34 anni è pari al 31,6%, contro una media europea del 44,1%. L’abbandono scolastico è sceso all’8,2%, raggiungendo in anticipo l’obiettivo europeo per il 2030, ed è un segnale importante. Però il capitale umano resta distribuito in modo diseguale tra territori, gruppi sociali e famiglie. Ed è proprio lì che la questione smette di essere individuale e diventa collettiva.
Perché l’istruzione e uguaglianza camminano insieme solo quando la scuola riesce a compensare almeno una parte delle differenze di partenza. Altrimenti il titolo di studio continua a essere anche una questione ereditaria, una specie di patrimonio invisibile che passa da genitori a figli insieme al linguaggio, alle aspettative, alle conoscenze, alla sicurezza di poter scegliere.
Chiamare l’istruzione “antidoto” ai pregiudizi ha senso solo tenendo insieme entrambe le facce della questione. Da una parte, chi studia più a lungo tende ad attribuire più valore a diritti, parità e diversità. Dall’altra, l’accesso a quei percorsi resta segnato dalla famiglia in cui si nasce. Ogni volta che l’istruzione viene trattata come una spesa qualunque, il taglio ha l’aspetto neutro di una riga di bilancio. Poi lo ritroviamo nel modo in cui un Paese guarda una donna, una persona straniera, una minoranza, una classe.
Fonte: Istat
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Ilaria Rosella Pagliaro
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