Utopia è una parola frequente nella nostra vita quotidiana. Si usa per argomentare o controbattere ipotesi che descrivono società idilliache o ipotetiche. Il termine utopia, tuttavia, presenta una profondità maggiore di quanto pensiamo o utilizziamo. Anzitutto, possiamo ricorrere all’etimologia e all’origine di questo concetto. La parola utopia è composta da parole di origine greca e significa letteralmente “nessun-luogo”, un luogo che non esiste. Da molto tempo (Opere e giorni di Esiodo, per non citare l’Odissea di Omero con l’isola di Calipso), l’uomo sogna un mondo ideale e il modo per poter gestire una società perfetta. Di conseguenza nasce l’uso della parola utopia.
Il modello della società ideale
È una teorizzazione su come si potrebbe organizzare in modo ideale una società, uno stato, una comunità o parte di essa. Un aspetto importante di questa dimensione ipotetica è che non ricerca un’immediata utilità, un sistema politico applicabile nel contesto attuale. Si cerca il modello del miglior sistema possibile. L’idea, tuttavia, prende forma solo in termini teorici, senza tenere conto del grado di difficoltà che può comportare il tradurre in pratica l’idea stessa o lo schema. Ebbene, l’idea di perfezione applicata alla società è ambigua e soggetta a interpretazione. Il dato di fatto è che, nel corso della storia, l’uomo è cambiato in maniera quasi costante.
Le utopie nella storia
Possiamo trovare molti esempi di utopia nella storia. Una delle più note e antiche è l’utopia di Platone. In essa la società è divisa in tre classi assegnate secondo abilità e competenze: la classe politica, la classe militare e la classe produttiva. Una corretta gestione di tali classi assicurerebbe la nascita di una società pacifica e perfetta. Esistono, poi, utopie più moderne, come il socialismo utopico ed altre ideologie. Le più significative sono le tre del Rinascimento (XVI secolo): Tommaso Moro, Francesco Bacone e Tommaso Campanella.
Tommaso Moro – Utopia (1516) – Moro immagina un’isola organizzata secondo principi di giustizia, lavoro condiviso, abolizione della proprietà privata e tolleranza religiosa. La sua utopia è ordinata, razionale, fondata sull’equilibrio tra doveri civici e benessere comune. Si può considerare un’utopia “morale-civica”, centrata sulla riforma delle istituzioni e dei costumi.
Tommaso Campanella – La Città del Sole (1602) – Campanella descrive una città governata da sapienti, dove tutto è condiviso, l’educazione è collettiva e la vita è regolata da un sapere universale che unisce scienza, religione e politica. Si tratta di un’utopia “teologico-scientifica”, fondata sulla conoscenza come principio di governo.
Francesco Bacone – La Nuova Atlantide (1627) – Francesco Bacone, da non confondere con il filosofo francescano dell’Università di Oxford Ruggero Bacone, immagina una società guidata da una comunità di scienziati, la Casa di Salomone, che ricerca la verità attraverso esperimenti, osservazioni e tecniche avanzate. Il progresso scientifico è la via per il bene comune. Qui l’utopia assume la “tecnico-scientifica”, dove la scienza è il motore dell’organizzazione e della perfezione sociale.
L’utopia nel Rinascimento
Mentre gli artisti del Rinascimento dipingevano la città ideale e gli architetti cercavano di realizzarla, alcuni filosofi, dunque, abbandonarono la strada dell’argomentazione e si rifugiarono nell’immaginare Stati e città felici, retti da ordinamenti profondamente diversi da quelli delle città europee. Nacque così un genere fortunato della filosofia politica: l’utopia. mentre i filosofi
L’utopia nell’arte rinascimentale
E mentre i filosofi costruivano mondi perfetti con le parole, la cultura artistica esplicava quelle stesse aspirazioni in forme visibili: nelle tavole prospettiche che ordinavano lo spazio secondo una razionalità matematica; nelle vedute urbane che proponevano piazze armoniche e palazzi simmetrici; nelle sculture che restituivano un’umanità rinnovata, misurata, capace di incarnare virtù civiche; nei progetti architettonici che immaginavano città fondate sull’equilibrio tra proporzione, bellezza e vita comunitaria. L’arte rinascimentale, insomma, offriva una versione tangibile dell’utopia: non un “nessun-luogo”, ma un luogo possibile, affidato alla forza delle immagini e alla concretezza della pietra.
L’utopia francescana
È utile l’utopia? Certamente: perché ha una funzione critica per misurare la validità di un sistema economico e sociale; perché ha una funzione generativa di speranza; perché offre una meta, un orizzonte verso cui orientare gli obiettivi da raggiungere.
I frati minori e i Monti di Pietà
Ma dove sta l’utopia francescana? Nel semplice – ma decisivo – fatto storico che i frati minori, dopo essere usciti dal mondo vendendo tutto e rinunciando a tutto, vi fecero ritorno con strumenti nuovi di lettura e discernimento. Intercettarono la matrice dello sviluppo socio-economico, ne denunciarono le derive legate all’usura e proposero un’alternativa concreta: i Monti di Pietà, istituzioni capaci di erogare prestiti a modico interesse, fondati non sull’elemosina ma su un sostegno economico responsabile. Questo impegno socio-economico non fu un episodio isolato, ma parte di una più vasta visione: la fraternità universale, anima utopica della prospettiva francescana.
Laudato si e il nuovo umanesimo
Riflettere oggi sui temi della profezia e dell’utopia francescana, partendo dalla “riflessione insieme drammatica e gioiosa” dell’enciclica Laudato si, significa riconoscere che tutti ormai avvertiamo la necessità di un cambiamento e di un nuovo umanesimo. Papa Francesco si è fatto portatore di un messaggio universale: saper guardare il mondo con la stessa capacità di stupore e gratitudine che animava Francesco d’Assisi, per avviare una svolta radicale nel modo di vivere degli esseri umani e per un impegno rivoluzionario nel ricostruire su basi nuove il rapporto tra economia e società, ristabilendo un equilibrio armonico con la natura. C’è una frase attribuita a san Francesco che sembra descrivere perfettamente il compito che ci attende se vogliamo uscire dalla crisi pensando al futuro: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.
L’utopia di Francesco d’Assisi
Così l’utopia di Francesco d’Assisi, iniziata con la magnificenza del Laudato si’, mi Signore, cum tucte le tue creature, potrà dirsi compiuta ogni volta che l’umanità saprà trasformare la cura del creato, la fraternità e la pace in scelte concrete. Dunque: le utopie sono impossibili? Non del tutto. Perché ci permettono di individuare l’obiettivo da raggiungere, agiscono da bussola e alimentano una delle più potenti motivazioni dell’essere umano: aspirare al meglio.
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Oreste Bazzichi
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