Roma – Secondo le stime Deloitte, l’applicazione dell’IA alla gestione dei danni diretti alle infrastrutture potrebbe generare risparmi globali compresi tra 70 e 110 miliardi di dollari l’anno entro il 2050
“Nel corso di questa estate, stiamo assistendo a più riprese a ondate di calore che stanno superando i record storici. In particolare, come riporta un’analisi di World Weather Attribution[1], Francia, Germania, Italia, Spagna e Inghilterra meridionale hanno dovuto fare i conti con valori termici di 5-12 °C al di sopra delle medie stagionali e livelli così elevati sono diventati ricorrenti durante questi mesi estivi”. A scriverlo sono Elio Santoro, General Manager di Deloitte Climate & Sustainability e Giuseppe Mazzotta, GenAI Market Activation Leader & Enterprise Technology Transformation Leader, approfondendo le evidenze scientifiche del report “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”, elaborato da Deloitte con il Politecnico di Milano, l’Università Ca’ Foscari, lo European University Institute e Ipsos-Doxa.
“Questi eventi si inseriscono in una traiettoria climatica ormai evidente. Gli ultimi undici anni sono stati classificati dalla World Meteorological Organization come i più caldi della storia, con il 2024 e il 2025 che hanno registrato una temperatura media globale prossima a 1,5 °C in più rispetto ai livelli preindustriali[2]: l’Europa si trova in una posizione geografica particolarmente esposta al cambiamento climatico e presenta un tasso di riscaldamento delle temperature che è il doppio rispetto alla media globale. In particolare, il nostro Paese è tra quelli con l’accelerazione più alta, anche per la sua posizione nel Mediterraneo: le proiezioni multi-modello convergono su un aumento superiore a 2 °C rispetto ai livelli preindustriali già entro dieci anni”, osservano gli esperti nell’articolo che sarà pubblicato su Voices, la piattaforma che ospita commenti a firma della leadership Deloitte su temi di attualità.
La prima e più evidente conseguenza, secondo il report, è quella delle ondate di calore, che stanno diventando sempre più intense, con proiezioni di crescita di quattro-cinque volte già al 2030 rispetto al livello storico e incrementi assoluti tra 30 e 58 giorni all’anno al 2050. Ma non solo. Al caldo anomalo si aggiunge l’aridificazione, che può avere una durata media prossima ai due mesi consecutivi nel Mezzogiorno, con conseguenze dirette su rese agricole, costi di approvvigionamento idrico industriale e stabilità delle concessioni irrigue. La siccità, inoltre, coesiste con l’intensificarsi degli eventi estremi, determinando un doppio rischio idrologico senza precedenti nella storia climatica italiana.
“Questi fenomeni estremi hanno, e avranno sempre di più, un forte impatto sull’intero sistema economico-finanziario del Paese. In Italia, infatti, i nuovi modelli elaborati prevedono una progressiva riduzione del Pil fra l’1,6% e il 6% al 2050, a seconda dell’intensità dello scenario considerato e rispetto a un contesto non interessato da danni climatici”, spiegano Santoro e Mazzotta.
Vista la crescita anemica dell’economia del nostro Paese, il rischio è di una diminuzione del 15% della crescita annuale del Pil nei prossimi due decenni. Il rallentamento dell’economia reale si riflette direttamente anche sulla sostenibilità della finanza pubblica, facendo emergere il debito pubblico come uno dei principali canali di propagazione dei rischi climatici. Infatti, la probabilità che in Italia questo superi il 200% del Pil, raggiungendo una zona di forte criticità fiscale, si attesta al 21-24% in assenza di danni climatici, e al 39-44% quando si verificano.
Secondo lo studio, i danni diretti annui alle infrastrutture italiane causati dal cambiamento climatico potrebbero aumentare da circa 0,4 miliardi di euro all’anno a circa 2 miliardi entro il 2030 e circa 5 miliardi al 2050. Considerando gli effetti indiretti, il costo totale stimato si colloca tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050.
“Tali impatti non riguardano solo edifici, trasporti e telecomunicazioni, ma si estendono anche alle infrastrutture energetiche, indispensabili per far fronte all’aumento della domanda di elettricità dovuto alle temperature in crescita, eppure sempre più esposte agli effetti delle ondate di calore”, osservano gli esperti.
Tra gli esempi più recenti c’è la decisione del gruppo francese EDF di fermare temporaneamente alcuni reattori nucleari come misura ambientale di precauzione. Con l’arrivo della terza ondata di calore che ha colpito il Paese da maggio, infatti, la temperatura dei fiumi è aumentata sensibilmente. In queste condizioni, se utilizzata anche per raffreddare i reattori, l’acqua si riscalderebbe troppo, e una volta reimmessa nei bacini fluviali potrebbe danneggiare gli ecosistemi.
In Italia, invece, è la produzione idroelettrica a subire in particolar modo gli effetti del caldo: nel mese di giugno sono stati prodotti solo 3.827 GWh, il 23,7% in meno rispetto a quanto generato a giugno 2025[4]. Immediato è quindi il rischio che, per soddisfare la domanda di elettricità, il mercato debba ricorrere maggiormente alla generazione da gas e carbone, fonti però ancora esposte all’instabilità delle continue tensioni geopolitiche.
Quello delle infrastrutture è solo uno dei comparti dell’economia italiana impattati dal rischio climatico. Un altro settore che sta riscontrando delle criticità è certamente il turismo, per cui si prevede una contrazione della domanda fino all’8,9% nel caso di un forte aumento della temperatura media (+4 °C) e perdite dirette per circa 52 miliardi di euro. In uno scenario di aumento di 2 °C, tali perdite ammontano a circa 17 miliardi di euro.
“Nonostante il quadro sia tutt’altro che positivo, le piccole e medie imprese italiane risultano ancora poco consapevoli del rischio climatico e poco mature per affrontarlo in maniera sistemica e strategica. Il report di Deloitte evidenzia infatti che solo il 34%[5] attribuisce a questo tema un ruolo significativo o centrale nei propri framework di gestione del rischio”, evidenziano Santoro e Mazzotta.
Secondo il report, appena il 14% delle PMI ha implementato misure a supporto della continuità operativa e della resilienza del business e solo il 10% ha introdotto azioni di adattamento rivolte a infrastrutture e asset fisici. Inoltre, rimane ancora prevalente il ricorso a soluzioni tradizionali, in quanto non più del 18% utilizza strumenti digitaliper la gestione del rischio climatico fisico.
Sul fronte degli investimenti, le imprese sono orientate un orizzonte temporale massimo di cinque anni (83% del campione) e optano per un importo complessivo inferiore a 100.000 euro entro tre anni (77%). Tra le voci di investimento dominano le coperture assicurative, a conferma che vi è ancora una limitata diffusione di approcci strutturati che integrino il rischio climatico nei modelli di business.
A differenza di quanto osservato tra le PMI, alcune grandi imprese mostrano invece un livello di maturità più avanzato, incorporando la resilienza climatica nei processi decisionali e adottando un approccio più strategico alla gestione del rischio.
“In generale, per costruire un sistema imprenditoriale strutturalmente resiliente e dotato di una strategia solida e orientata nel lungo termine, è necessario prevedere un’azione coordinata con le istituzioni, il sistema finanziario e gli attori del territorio per raccogliere risorse e sviluppare competenze, oltre che promuovere una maggiore chiarezza normativa e regolatoria, e una visione condivisa sugli obiettivi”, scrivono gli esperti Deloitte.
In questo scenario, l’intelligenza artificiale si sta affermando come un abilitatore strategico per la gestione del rischio climatico, sia a supporto delle strategie aziendali sia delle politiche pubbliche. Le sue applicazioni coprono l’intero ciclo di gestione del rischio: dalla valutazione della vulnerabilità degli asset e dalla pianificazione degli interventi di adattamento, ai sistemi di monitoraggio e allerta precoce, fino al supporto alla risposta durante gli eventi estremi e alle attività di recupero post-disastro.
“Per le imprese, l’IA rappresenta uno strumento in grado di accelerare e rendere più efficaci i processi di adattamento climatico, trasformando grandi quantità di dati in informazioni utili per anticipare i rischi, orientare gli investimenti e rafforzare la resilienza di asset, infrastrutture e supply chain”, scrivono Santoro e Mazzotta.
“In un contesto in cui gli eventi estremi stanno diventando sempre più frequenti e intensi, la capacità di anticipare il rischio climatico rappresenta ormai un elemento essenziale della competitività delle imprese e della resilienza del sistema economico. L’integrazione di dati scientifici, strumenti digitali e strategie di adattamento consente infatti di trasformare un rischio sempre più concreto in una leva per orientare gli investimenti, rafforzare la continuità operativa e accompagnare la transizione verso un modello di sviluppo più resiliente”, concludono Santoro e Mazzotta.
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Edoardo Spera
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