Zes unica: cinque Regioni chiedono di estendere il modello. Riva: «Puntare anche su competenze e terziario avanzato»


La ZES unica è nata per sostenere lo sviluppo del Mezzogiorno, ma i risultati ottenuti sul fronte della semplificazione amministrativa e dell’attrazione degli investimenti hanno acceso l’interesse anche delle Regioni settentrionali. Domani a Torino i rappresentanti di Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria ed Emilia-Romagna, insieme alle rispettive associazioni territoriali di Confindustria, si confronteranno per elaborare una piattaforma comune da presentare al governo in vista della prossima manovra.

Al centro dell’iniziativa c’è la richiesta di estendere al Nord almeno una parte del modello ZES: non necessariamente il medesimo sistema di agevolazioni fiscali previsto per le aree ammesse agli aiuti europei, ma soprattutto quelle procedure semplificate che consentono alle imprese di ottenere autorizzazioni in tempi più brevi e certi. Un’esigenza particolarmente sentita dai territori industrializzati, chiamati a competere con sistemi economici europei nei quali il peso della burocrazia è spesso inferiore.

La richiesta delle cinque Regioni costituisce, indirettamente, un riconoscimento dell’efficacia della scelta compiuta dal governo Meloni con la nascita della ZES unica per il Mezzogiorno. Dal primo gennaio 2024 il nuovo modello ha sostituito le precedenti otto Zone economiche speciali regionali, riunendo sotto una sola governance Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna. Successivamente il perimetro è stato ampliato anche ai territori ammessi di Marche e Umbria.

Il cuore della misura è rappresentato dall’Autorizzazione unica, rilasciata attraverso lo Sportello unico digitale, che concentra in un solo procedimento diversi passaggi amministrativi e titoli abilitativi. A questo si aggiunge il credito d’imposta per gli investimenti in beni strumentali, prorogato fino al 2028, che offre alle imprese una cornice temporale più stabile per programmare nuovi impianti, ampliamenti e acquisti di macchinari.

I dati aiutano a spiegare perché il modello venga ora osservato con attenzione anche dal Nord. Secondo quanto riferito nel maggio scorso da Giosy Romano, oggi capo del Dipartimento per le Politiche di coesione e per il Sud della Presidenza del Consiglio e coordinatore della Struttura di missione ZES unica, le autorizzazioni rilasciate avevano già superato quota 1.300. Oltre 300 erano arrivate nei primi mesi del 2026, a testimonianza di un utilizzo crescente dello strumento da parte del sistema produttivo.

Romano ha definito la ZES unica una «leva strategica per l’attrazione degli investimenti», fondata su un modello di «straordinaria semplificazione accompagnata dagli incentivi fiscali». L’eliminazione delle differenze tra comuni appartenenti alle medesime Regioni e la presenza di un interlocutore unitario hanno contribuito a rendere più leggibile il quadro per gli investitori italiani ed esteri.

L’obiettivo indicato dal Dipartimento per le Politiche di coesione e per il Sud è infatti trasformare la ZES da semplice incentivo fiscale a infrastruttura amministrativa capace di accompagnare gli investimenti e di rafforzare la competitività complessiva dei territori. Lo Sportello unico digitale può concludere l’iter ordinario entro 60 giorni e l’Autorizzazione unica sostituisce diversi provvedimenti precedentemente richiesti alle imprese.

La discussione aperta dalle Regioni settentrionali riguarda ora la possibilità di trasferire questo metodo al resto del Paese, mantenendo naturalmente una distinzione tra le agevolazioni fiscali riservate alle aree economicamente più fragili e la semplificazione amministrativa, che potrebbe invece diventare un modello nazionale.

A chiedere che il confronto non si limiti alla manifattura è Luigi Riva, presidente di Confindustria Professioni e Management, federazione che rappresenta 1,1 milioni di professionisti del terziario avanzato, con oltre 100 miliardi di euro di fatturato e 54 miliardi di valore aggiunto.

«Il vertice che domani a Torino riunisce le cinque Regioni del Nord e le rispettive territoriali di Confindustria per elaborare una piattaforma comune in vista della manovra, a partire dall’estensione della ZES unica al Nord, anche solo per la parte che semplifica le procedure, è un passo importante per le imprese di quei territori», osserva Riva. Ma, avverte, «senza un’attenzione al terziario avanzato e al capitale intellettuale difficilmente potrà impattare sul rilancio dell’economia e sul sostegno alla competitività del Paese».

Il presidente di Confindustria Professioni e Management richiama gli ultimi conti economici nazionali, che indicano nei servizi e nella domanda interna le principali componenti a sostegno della crescita, mentre l’industria in senso stretto continua a mostrare maggiori difficoltà. «In un’economia sempre più terziarizzata, digitale e tecnologica, sostenere solo la manifattura senza investimenti in conoscenza e competenze è una politica di dieci anni fa», afferma Riva.

La manifattura del futuro, del resto, non vive separata dai servizi avanzati. Digitalizzazione, intelligenza artificiale, progettazione, consulenza gestionale, ricerca, cybersicurezza e formazione sono ormai parti della stessa catena produttiva. Secondo i dati richiamati da Riva, ogni euro investito nei servizi ad alta intensità di conoscenza genera 1,77 euro di indotto.

Da qui la richiesta che il decreto Imprese atteso per ottobre non si fermi «al perimetro dei capannoni», ma introduca misure specifiche per la formazione continua, l’attrazione dei talenti e l’acquisto di servizi professionali ad alto contenuto intellettuale. «Il Nord che produce e il Nord che progetta sono la stessa filiera», conclude Riva.

Il confronto di Torino parte dunque dalla richiesta di estendere il modello ZES al Nord, ma apre una discussione più ampia sulla politica industriale italiana. Il successo della misura nel Mezzogiorno dimostra che ridurre i tempi amministrativi, assicurare una governance unitaria e accompagnare gli investimenti può produrre risultati concreti. La sfida ora è capire quali elementi possano essere applicati su scala nazionale, senza indebolire la funzione di riequilibrio territoriale della ZES e includendo, accanto alla manifattura, quel capitale di conoscenze e competenze da cui dipende una parte sempre più rilevante della competitività italiana.


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