Saronno (Varese), 2 novembre 2026 – Settantuno famiglie con il fiato sospeso, una fabbrica che rischia di perdere gran parte della propria produzione e un territorio che teme di vedere un’altra realtà industriale ridimensionata.
Il presidio e lo sciopero
La vertenza Barco entra in una fase decisiva. Lunedì 2 novembre, davanti ai cancelli dello stabilimento di via Banfi, circa un centinaio di lavoratori hanno partecipato a un presidio e a un’assemblea sindacale, accompagnati da otto ore di sciopero. Al centro della mobilitazione, il futuro dei 154 dipendenti e soprattutto la procedura di licenziamento collettivo che coinvolge 46 lavoratori, mentre per altri 25 interinali non è previsto il rinnovo dei contratti.
La vicenda ha radici nelle scelte di riorganizzazione annunciate dall’azienda negli ultimi mesi. Barco, multinazionale belga che ha assorbito la storica Fimi di Saronno, è specializzata nella produzione di monitor ad altissima precisione destinati anche al settore medicale, in particolare alle sale operatorie. Un’attività tecnologicamente qualificata, che rappresenta da anni una presenza importante nel tessuto produttivo del Saronnese.
Il possibile trasferimento
Le prime preoccupazioni sono emerse a settembre, quando l’azienda ha prospettato una riorganizzazione dello stabilimento, spingendo i sindacati a proclamare lo stato di agitazione. Il 16 ottobre è arrivata la comunicazione destinata a far esplodere la vertenza: oltre la metà della produzione attualmente realizzata a Saronno dovrebbe essere trasferita, a partire dal prossimo anno, nello stabilimento cinese di Suzhou. Una prospettiva che ha immediatamente provocato la reazione dei lavoratori, con il primo sciopero e il presidio davanti alla fabbrica.
La procedura di licenziamento collettivo
Il 22 ottobre è arrivato un ulteriore passaggio: l’apertura della procedura di licenziamento collettivo per 46 dipendenti a tempo indeterminato. Nel dettaglio, si tratta di 30 operai, 13 impiegati e tre quadri. A questi si aggiungono 25 lavoratori interinali, i cui contratti non saranno rinnovati. Il conto complessivo è pesante: 71 persone coinvolte, in uno stabilimento che oggi occupa 154 dipendenti. È proprio questa prospettiva ad aver portato nuovamente i lavoratori in strada.
Lo stabilimento e la sede
Durante l’assemblea di lunedì, alla presenza dei rappresentanti di Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil, è emersa una preoccupazione che va ben oltre il numero degli esuberi. Il timore è che il trasferimento della produzione rappresenti l’inizio di un progressivo svuotamento dello stabilimento saronnese, senza certezze sulle attività che resteranno in Italia.
Stefano Gallinaro, della Cgil, ha puntato il dito sull‘assenza di un progetto industriale concreto. Secondo il sindacalista, l’azienda avrebbe fornito indicazioni generiche sulla possibilità di individuare un nuovo capannone, senza però presentare un piano capace di spiegare quale sarà il futuro produttivo della sede di Saronno. «Oggi non c’è un piano industriale sul tavolo. Questa potrebbe essere soltanto la prima puntata», è il suo avvertimento.
Il rischio delle conseguenze sul territorio
Gallinaro ha inoltre ricordato come il territorio stia già pagando un prezzo elevato per la progressiva perdita di attività produttive, anche di piccole dimensioni. La Barco rappresenta una realtà di eccellenza che ha saputo ottenere risultati importanti anche durante gli anni difficili della pandemia. Per questo la sua eventuale contrazione rischia di avere conseguenze non soltanto sui dipendenti diretti, ma anche sull’indotto e sull’economia locale. La richiesta della Cgil è chiara: utilizzare gli ammortizzatori sociali, anziché procedere con i licenziamenti, per affrontare l’eventuale calo di lavoro. Ancora più netta la posizione di Otello Amabile, della Uilm, che contesta la spiegazione aziendale legata alla diminuzione delle commesse. Per il sindacalista non si tratterebbe di una semplice flessione strutturale del mercato, ma di una scelta di trasferimento produttivo verso la Cina. «Non siamo di fronte a un calo strutturale, ma a una delocalizzazione mascherata», ha dichiarato, contestando così le motivazioni alla base della riorganizzazione.
La grande fabbrica a Gerenzano?
Amabile ha sollevato anche un altro interrogativo: che fine ha fatto il progetto di realizzazione di una grande fabbrica a Gerenzano, di cui secondo il sindacalista non si avrebbero più notizie? A rendere ancora più incerto il quadro c’è poi la situazione dell’attuale sede di via Banfi: il contratto di affitto del capannone è destinato a scadere tra due anni. Un elemento che alimenta i dubbi sulla permanenza a lungo termine della produzione a Saronno.
La vertenza, secondo la Uilm, si inserisce in un quadro industriale più ampio, segnato da altre crisi che interessano il territorio e il Paese. Da qui la critica alle istituzioni e agli strumenti di gestione delle emergenze occupazionali. «La solidarietà è ben accetta, ma con la solidarietà non si riempie la pancia dei lavoratori», ha osservato Amabile, chiedendo risposte concrete e non soltanto manifestazioni di vicinanza.
Le tre richieste
Loredana Silvani, della Fim Cisl, ha invece ricostruito i passaggi della procedura e le richieste avanzate al tavolo di confronto. La normativa prevede una prima fase sindacale di 45 giorni, seguita, in caso di mancato accordo, da un‘ulteriore fase amministrativa. Il primo incontro si è già svolto nella sede di Confindustria Varese, dove le organizzazioni sindacali hanno chiesto formalmente il ritiro dei licenziamenti.
La posizione unitaria dei sindacati si articola attorno a tre richieste: stop alla procedura di licenziamento collettivo, ricorso agli ammortizzatori sociali e presentazione di un vero piano industriale. I rappresentanti dei lavoratori contestano inoltre la sostenibilità della riorganizzazione prospettata, considerando la quantità di produzione destinata a lasciare Saronno e quella che dovrebbe invece rimanere nello stabilimento. Secondo quanto riferito durante l’assemblea, l’azienda intenderebbe mantenere in Italia le lavorazioni caratterizzate da maggiore marginalità, ma senza fornire finora garanzie dettagliate sul futuro occupazionale.
L’incontro del 5 novembre
I sindacati chiedono anche che al confronto partecipi direttamente un rappresentante della proprietà belga, per ottenere risposte dai vertici del gruppo e non soltanto dai referenti locali. Il prossimo appuntamento è fissato per giovedì 5 novembre a Varese. Sarà una data importante perché l’azienda dovrà rispondere alla richiesta di ritiro della procedura di licenziamento. Da quell’incontro si capirà se esistono margini per una soluzione alternativa agli esuberi oppure se la strada imboccata dalla multinazionale resterà quella dei tagli.
La questione, però, riguarda molto più di 71 contratti. In gioco c’è il futuro di uno stabilimento storico, la permanenza di competenze industriali specializzate e il ruolo di Saronno nel panorama produttivo del territorio. La paura dei lavoratori è che il trasferimento di oltre metà della produzione in Cina possa trasformarsi nel primo passo verso un progressivo ridimensionamento della fabbrica. Per ora, davanti ai cancelli di via Banfi, resta una richiesta semplice e urgente: sapere quale futuro attende chi ogni giorno contribuisce a far funzionare l’azienda.
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