#Finsubito news – Legge di Bilancio 2027, Pisauro: “Manovra elettorale, flat tax spinge i giovani a emigrare”


L’ultima legge di Bilancio della legislatura cucita su misura per accontentare tante piccole lobby in vista del voto. Con il risultato di acuire i problemi invece di risolverli. È il giudizio dell’economista Giuseppe Pisauro, ex presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, l’organismo indipendente che valuta le previsioni del governo e gli effetti delle norme sui conti. Le misure per i giovani? “Rischiano di incentivare quelli qualificati a emigrare, invece di trattenerli in Italia”. Il regime forfettario, leggi flat tax, fino a 100mila euro? “Oltre a violare l’equità è un incentivo a mascherare il lavoro dipendente da partita Iva: alle imprese costa molto meno”. Gli anticipi pensionistici finanziati impoverendo chi è già in pensione? “Curioso che non ci sia una rivolta generale”.

D. Nella manovra 2027 ci sono oltre 6 miliardi di misure finanziate solo per un anno, a partire dal taglio Irpef, e molte entrate una tantum, dalla sospensione delle deduzioni fiscali delle banche all’aumento Irap per i gruppi energetici. Visto che i bonus temporanei sono difficili da cancellare, il conto lo pagherà chi vince le prossime elezioni…
R. È una manovra elettorale, non ci si poteva aspettare altro. Ci sono poche risorse e, in mancanza di una strategia, la priorità sembra quella di piantare una serie di bandierine, con misure che accontentano singole categorie e lobby. Dai proprietari di immobili agli autonomi con redditi alti. Lo testimonia la notevole frammentazione degli impieghi, cioè delle uscite, mentre le misure di finanziamento si concentrano su poche grandi voci.

Solo per rendere strutturale il bollo auto servono 2,4 miliardi l’anno dal 2028. Era una priorità di politica economica?
Assolutamente no, tenuto conto delle risorse disponibili e dei problemi di settori come la sanità. Tra l’altro quell’imposta ha una sua chiara giustificazione economica.

Le imposte sostitutive sugli aumenti da rinnovi contrattuali e sul lavoro notturno, festivo e a turni vengono prorogate anche per il 2027. È giusto usare il fisco per lasciare più soldi in busta paga, destinando allo scopo 2 miliardi?
Queste misure non hanno senso. Innanzitutto violano il principio di equità orizzontale per cui a parità di introito si dovrebbe pagare la stessa imposta. Qui, invece, lo stesso reddito da lavoro viene tassato in modo diverso a seconda che comprenda aumenti contrattuali o determinate voci legate ai turni. Non solo: sono un incentivo a “travestire” redditi che non dovrebbero essere agevolati da voci che beneficiano di un trattamento fiscale di favore. Infine, ogni intervento di questo tipo introduce nuove distorsioni e crea confusione nel sistema. E la confusione è dannosa, crea inefficienza.

Un esempio?
In manovra c’è una flat tax all’1% sugli aumenti per i giovani con stipendi sotto i 28mila euro. A quanto si capisce, gli aumenti derivanti dai rinnovi dei contratti nazionali rientrano nella flat tax al 5% che vale per tutti i dipendenti, mentre l’1% riguarda solo aumenti ottenuti a livello individuale. In apparenza il meccanismo è semplice. Ma per un lavoratore che guadagna tra 20mila e 28mila euro ogni aumento comporta anche una riduzione della detrazione da lavoro dipendente. Applicando l’aliquota sostitutiva dell’1%, il prelievo effettivo sul ogni euro di aumento arriva così al 10,15% contro il 32% con l’Irpef ordinaria (la somma dell’aliquota legale del 23% e della riduzione della detrazione, ndr). Il sistema ormai è talmente complicato che sfugge persino a chi scrive le norme.

Meloni ha presentato quella norma come un freno alla fuga all’estero dei giovani. Funzionerà?
Il nostro problema è riuscire a trattenere i giovani qualificati, che emigrano perché all’estero vengono riconosciute le loro competenze. Non stiamo parlando di persone che se ne vanno perché sperano di arrivare a guadagnare 28mila euro: sono ben altre le fasce di reddito. Semmai quella norma è un incentivo per i datori di lavoro a utilizzare lavoratori a basso salario.

Quindi un effetto boomerang. E l’altra misura presentata come risposta ai giovani, la cedolare secca all’1% sugli affitti a canone concordato per gli under 36?
Un altro incentivo a comportamenti opportunistici. In questo caso intestare il contratto a un trentenne per ottenere l’agevolazione. Ma il problema è molto più ampio. Il sistema fiscale ormai favorisce alcune categorie e penalizza altre, con effetti distorsivi.

Tra i “favoriti” ci sono i proprietari immobiliari che incassano l’invocata estensione della cedolare secca agli affitti commerciali. Può servire a contrastare la chiusura dei negozi nelle città per effetto dell’e-commerce?
Se i negozi chiudono perché non c’è più domanda non sarà certo questo a cambiare il quadro. L’effetto è solo diminuire le imposte pagate da chi affitta. La giustificazione tradizionale della cedolare secca sugli immobili residenziali era favorire l’emersione degli affitti in nero, mentre il saldo per lo Stato è negativo perché si perde il gettito di chi già dichiarava e si recupera solo una parte di quello prima evaso. Ma nel caso dei negozi non c’è neppure il trade off: il commerciante ha interesse a registrare il contratto per poter dedurre il costo dell’affitto. È già tutto emerso. Quindi non si recupera nulla.

Altre grandi vincitrici sono le partite Iva con redditi alti. I 41mila autonomi che potranno optare per la flat tax al 15% grazie all’innalzamento a 100mila euro del tetto massimo di ricavi risparmieranno in media oltre 6mila euro fino a un massimo di 10mila, considerato che si potrà arrivare fino a 115mila mantenendo il regime agevolato per l’intero anno. Cosa resta dell’articolo 53 della Costituzione secondo cui “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”?
È davvero troppo. Il regime forfettario può avere senso, come avviene in altri Paesi, per redditi molto più bassi, intorno a 30-40mila euro, non oltre. Oltre alla violazione dell’equità orizzontale tra contribuenti, che è palese, ha molti altri effetti negativi. Induce a restare sotto la soglia per non uscire dal regime agevolato, quindi da un lato a nascondere ricavi e dall’altro a non crescere, a non associarsi con altri. E incentiva la creazione di false partite Iva, perché il costo per un’impresa che voglia garantire lo stesso reddito netto è molto più basso. Intorno alla soglia degli 85mila euro, il differenziale può arrivare a 20-25mila euro l’anno. Ma il lavoratore perde le tutele e i contributi associati al lavoro subordinato, compreso il Tfr. Altrove lo stesso reddito può essere ottenuto con le garanzie del lavoro dipendente: quindi è anche una spinta a emigrare.

Che dire del mini taglio Irpef? Intanto i dipendenti del “ceto medio” devono accontentarsi di un mini taglio Irpef. Con l’ampliamento del secondo scaglione risparmieranno al massimo 500 euro di tasse.
Le misure degli ultimi anni hanno sgravato soprattutto i redditi bassi, che ormai versano molto poco. Ma in questo modo si sono creati gli squilibri di cui parlavo prima. In alcune fasce, intorno ai 33-34mila euro, l’aliquota marginale può arrivare al 60%. Il che scoraggia gli aumenti o incoraggia a pagarli in nero. L’aliquota al 33% fino a 55mila euro? Non compensa neppure il fiscal drag.

Capitolo pensioni. Il fondo da 850 milioni per favorire l’uscita anticipata dal lavoro, che Matteo Salvini vorrebbe utilizzare per una nuova Quota 100, viene finanziato riducendo la rivalutazione delle pensioni a partire da circa 2.400 euro al mese. Per rincorrere il “superamento della Fornero” si impoverisce insomma chi in pensione ci è già andato. Ne vale la pena?
È davvero curioso che non ci sia una rivolta generale. Si consente a qualcuno di andare in pensione prima a costo di penalizzare molti altri per sempre, perché quello che si perde con il taglio dell’indicizzazione non viene recuperato quando si torna al meccanismo precedente: la base di partenza è più bassa. E parliamo appunto anche di pensioni da 5-6mila euro lordi, che corrispondono a circa 3mila euro netti: non stiamo parlando di super ricchi… Oltre al potenziale problema di costituzionalità (la Corte ha sancito che questi interventi devono essere temporanei) faccio notare che in questo modo si mette in discussione il vantaggio strutturale del sistema previdenziale pubblico a ripartizione, che a differenza dei fondi privati dovrebbe garantire l’indicizzazione all’inflazione.

Alternative?
Si potrebbe intervenire sui parametri di adeguamento dei requisiti per la pensione alla speranza di vita, che non è uguale per tutti: è più bassa per le persone più povere e meno istruite. E in un Paese in cui la speranza di vita aumenta bisognerebbe studiare modi per tenere le persone al lavoro più a lungo cambiando loro mansioni e riducendo l’impegno richiesto. Ma questo richiede una visione che manca. Chiedendo ai giovani, che avranno pensioni molto più basse, di contribuire a finanziare le uscite anticipate.

La sanità è una delle principali preoccupazioni dei cittadini. Ma il prossimo anno il fondo sanitario scenderà sotto il 6,2% in rapporto al pil e 1,6 arriveranno sotto forma di voucher per comprare prestazioni sanitarie riservati gli over 75 con redditi bassi, che è facile prevedere verranno spesi nella sanità privata.
Non sembra una priorità. Questo governo nelle sue scelte di politica economica ha su alcuni fronti un’intonazione da tradizionale che punta a ridurre il perimetro dell’intervento pubblico e favorire la sanità e la previdenza private. Ma contemporaneamente fa cose che a una destra tradizionale non verrebbero mai in mente: regalare soldi a tutti con bonus a pioggia. Davvero lo Stato deve pagare il bonus elettrodomestici e mobili a chi ristruttura casa?

Se il centrodestra vince le elezioni si pentirà delle scelte fatte per l’anno prossimo?
Nel 2029, venuta meno la clausola di salvaguardia, lo spazio fiscale sarà molto inferiore, anche a prescindere dalle scelte della legge di bilancio. C’è poi un altro aspetto: con ogni probabilità l’Italia uscirà dalla procedura per deficit eccessivo, ma questo non significa avere più spazio. Anzi, può essere anche peggio: fuori dalla procedura bisogna ridurre il rapporto debito/Pil di un punto all’anno. Il nuovo governo, però, dovrà presentare un nuovo piano di bilancio a medio termine e potrà rinegoziarlo con la Commissione europea. I margini futuri dipenderanno da quella trattativa.


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