Con una settimana di ritardo è stata presentata in Consiglio dei Ministri la Legge di Bilancio 2027 che ora passerà in Parlamento per la discussione e che sarà approvata entro fine anno per essere pienamente operativa dal 1° gennaio 2027. In ambito previdenziale pochissime novità nonostante sia l’ultima del Governo Meloni prima delle elezioni politiche anche per una certa confusione da parte dell’Esecutivo. Innanzitutto, nella bozza delle Legge non compare alcun annullamento, come era stato ipotizzato dalla Lega nel corso dell’estate, dell’aumento di un mese dei requisiti per accedere al pensionamento che quindi dal 1° gennaio 2027 aumenteranno a 67 anni e un mese per la pensione di vecchiaia. Analogamente a ciò l’aumento è previsto sia per la pensione anticipata portata a 42 anni e 11 mesi per gli uomini (un anno in meno le donne) oltre ai tre mesi di finestra, sia per il così detto contributivo puro cioè coloro i quali hanno cominciato a versare contributi dopo il 1996 e che potranno accedervi a 64 anni e un mese. L’istituto dell’Ape Sociale che era in scadenza a fine anno è stato invece inserito nella legge di Bilancio ma anche in questo caso l’età è stata aumentata di un mese portandola a 63 anni e 6 mesi mantenendo tutte le altre caratteristiche e limitazioni che l’Ape Sociale comporta.
Riforma Pensioni 2026: che ne sarà di Opzione Donna?
C’è poi l’istituzione di un fondo di 850 milioni l’anno per i prossimi tre anni (2027-2028-2029) “per il supporto in uscita dal mercato del lavoro” che dovrebbe servire a parere di Salvini per consentire il pensionamento a 64 anni ed un mese anche alle persone che si trovano nel così detto sistema misto (vale da dire che anno versato contributi sia prima che dopo il 1996) a condizione che accettino di farsi calcolare l’assegno previdenziale completamente col sistema contributivo più penalizzante di circa il 15-18%. Già questo aspect è poco edificante e denota una certa confusione nella maggioranza di governo in quanto l’Esecutivo aveva tutto il tempo durante l’anno per decidere cosa fare e arrivare alla fine di ottobre alla Legge di Bilancio con le idee chiare per promuovere qualche forma di pensionamento anticipato, ma evidentemente all’interno del Governo ci sono ancora molti dubbi soprattutto tra Salvini e Meloni cosa che farà slittare di qualche mese ogni provvedimento perché proprio da F.lli d’Italia si alza qualche dubbio sulla destinazione “tout court” dei 64 anni proposta da Salvini. Inoltre, quest’estate il costo di tale misura era stato ipotizzato in circa 1 miliardo e mezzo annuo (4,5 miliardi per i tre anni), molto superiore allo stanziamento triennale (2,55 miliardi) che fanno pensare o a un accesso con paletti esageratamente stringenti o ad una diminuzione temporale del provvedimento.
A questo punto essendoci questi 850 milioni destinati alle uscite anticipate dal mercato del lavoro perché non destinarne una parte al ripristino di Opzione Donna ante Legge di Bilancio 2023 che questo Governo ha prima stravolto con una serie di paletti esagerati e poi definitivamente cancellato. Sarebbe un importante segnale da parte della prima donna Presidente del Consiglio di fare qualcosa di concreto per le donne che notoriamente svolgono oltre al lavoro esterno anche il lavoro a casa e molto spesso anche il lavoro di caregiver che dovrebbe essere a carico dello Stato.
Il nodo dell’Articolo 55: così la rivalutazione penalizza il ceto medio
Ma lo sconcerto maggiore c’è stato quando si è letto art. 55 della bozza della Legge di Bilancio e qui la sorpresa negativa si è evidenziata in tutta la sua interezza. Perché si va a colpire quel ceto medio che di fatto paga con l’IRPEF la gran parte delle risorse che entra annualmente nelle casse dello Stato. Quel ceto medio che si è impoverito in questi ultimi decenni e che tutti a parole dicono di voler proteggere. Questo famigerato art. 55 salvaguarda dall’aumento dell’inflazione solamente quelle fino a 4 volte il trattamento mimino e penalizza pesantemente tutte quelle superiori, non solamente sulla parte eccedente come era stato fatto negli anni scorsi ma sull’importo complessivo.
Quindi chi percepisce fino a 2.447 euro avrà l’integrazione completa, da 2.447 a 3.059 euro la rivalutazione sarà dell’85%, da 3.059 a 3.671 euro sarà del 53%, tra 3.671 e 4.894 euro sarà del 47%, fino a 6.118 sarà del 37% e sopra i 6.118 euro sarà del 32%. Ma bisogna considerare sempre, e quasi nessuno lo fa, che questi sono importi lordi. Per esempio, il netto fino a 4 volte il trattamento minimo è sui 1.830 euro, da 4 a cinque volte si sta parlando di 2.150 euro, sei volte il T.M. sono circa 2.400 euro; non stiamo quindi parlando di pensioni d’oro ma di assegni previdenziali risultato di versamenti contributivi totalmente effettuati. Già l’indice con cui si calcola la perequazione delle pensioni è particolare (viene preso come parametro l’indice FOI famiglie operai e impiegati) che normalmente tende a registrare variazioni più contenute rispetto all’inflazione, se poi tale perequazione prevista dalla legge viene così saccheggiata fa sentire i pensionati presi letteralmente in giro da una classe politica totalmente distante dalla vita reale delle persone. Ci si augura che nel corso dell’iter parlamentare si possa modificare questa situazione e ritornare alle Leggi di Bilancio degli ultimi tre anni che pur penalizzanti erano accettabili da parte dei pensionati anche per evitare inevitabili ricorsi che avranno ottime possibilità di successo.
Bonus bebè previdenziale e sblocco TFR: le altre misure della Manovra
Vi è poi l’art 58 della bozza che fa sorridere in quanto il Governo stanzia l’incredibile cifra di 100 euro annue per ogni nuovo nato fino alla maggiore età aprendo una posizione previdenziale che dovrà essere implementata dai versamenti di genitori, nonni, zii, in modo che la persona al raggiungimento della maggiore età abbia già un buon gruzzolo che poi aggiunto alla previdenza complementare permetta un domani di avere quel pezzo di pensione che lo Stato non può più garantire. In pratica sarà la famiglia a pagare “un pezzo” di pensione al proprio caro per consentirgli un futuro sereno.
Bene, infine, l’art. 50 in tema di TFR dei pubblici dipendenti (ma è servita una sentenza della Corte Costituzionale) che progressivamente riduce i tempi di erogazione (ora di alcuni anni) fino ad arrivare ai tre mesi di attesa (oltre a tre mesi di lavorazione) dall’anno 2029.
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