#Finsubito news – l’edilizia rallenta, la manifattura recupera • BCC La Voce


Il sondaggio congiunturale della Banca d’Italia fotografa un sistema produttivo a due velocità: migliorano le vendite e le esportazioni, oltre otto imprese su dieci prevedono di chiudere l’anno in utile, ma il caro energia comprime i margini e l’occupazione perde slancio. Segnali di rallentamento nelle costruzioni, mentre si riduce la spinta del PNRR.

Le imprese italiane continuano a crescere, ma la ripresa procede tra segnali incoraggianti e difficoltà che rischiano di condizionarne la solidità. Il fatturato migliora, la manifattura torna in territorio positivo e le esportazioni recuperano terreno. Allo stesso tempo, però, aumentano i costi di produzione, si restringono i margini di profitto e l’occupazione mostra un andamento meno dinamico rispetto al passato. Anche il settore delle costruzioni, protagonista negli ultimi anni di una fase espansiva, comincia a perdere velocità.

È un quadro fatto di luci e ombre quello che emerge dal Sondaggio congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi, pubblicato il 6 novembre 2026 dalla Banca d’Italia, sulla base della rilevazione condotta tra il 14 settembre e l’8 ottobre presso le imprese con almeno 20 addetti.

Il segnale più favorevole riguarda l’andamento delle vendite. Nei primi nove mesi del 2026, il 46% delle imprese industriali e dei servizi non finanziari ha registrato un aumento del fatturato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, contro il 42,6% del 2025. Parallelamente, la quota di aziende che segnala una diminuzione delle vendite è scesa dal 24,1 al 19,8%.

Il saldo tra giudizi positivi e negativi raggiunge così 26 punti percentuali, rispetto ai 18 della precedente rilevazione, toccando il livello più elevato dal 2022. Un risultato che indica un miglioramento diffuso della congiuntura, ma che va interpretato con cautela. La stessa Banca d’Italia sottolinea infatti che l’accelerazione riguarda il fatturato a prezzi correnti ed è riconducibile anche alla maggiore dinamica dei listini. In sostanza, una parte dell’aumento delle vendite dipende dai prezzi più elevati e non necessariamente da una crescita equivalente delle quantità vendute.

A livello settoriale, i servizi confermano una maggiore vivacità, con un saldo positivo di 34 punti percentuali. La manifattura, invece, mostra un recupero significativo: il saldo tra imprese che segnalano un aumento del fatturato e quelle che ne registrano una contrazione passa da meno 4 a più 11 punti. A sostenere il miglioramento sono soprattutto la chimica e la metalmeccanica, mentre il tessile rimane l’unico comparto con un saldo negativo, pari a meno 8 punti, nonostante alcuni segnali di recupero.

Il rafforzamento delle vendite interessa tutte le classi dimensionali e le diverse aree del Paese. Particolarmente marcato è il miglioramento nel Nord-Ovest, dove il saldo dei giudizi sul fatturato aumenta di 19 punti rispetto alla precedente indagine, allineandosi ai livelli registrati nelle altre aree italiane.

Anche le esportazioni offrono indicazioni positive. Il saldo tra le imprese che segnalano un aumento del fatturato estero e quelle che ne indicano una riduzione sale da 2 a 12 punti percentuali. Nell’industria in senso stretto il recupero è ancora più evidente, con un passaggio da meno 5 a più 11 punti. Restano tuttavia negative le valutazioni delle imprese dei comparti energetico e tessile, sebbene meno sfavorevoli rispetto alla precedente rilevazione.

Le prospettive per i prossimi sei mesi rimangono complessivamente favorevoli: il 38% delle imprese prevede un aumento del fatturato, contro il 13% che si attende una diminuzione. Anche le aspettative sulle vendite all’estero restano positive. Fa eccezione il settore energetico, dove le previsioni hanno subito un deciso peggioramento, soprattutto sul mercato internazionale: il saldo delle attese sulle esportazioni è sceso a meno 22 punti, da meno 1.

Se il fatturato rappresenta una delle principali luci del sondaggio, i costi di produzione costituiscono invece una delle ombre più rilevanti. L’84% delle imprese dichiara di aver registrato un aumento dei costi per l’acquisto di beni e servizi nel corso del 2026, soprattutto a causa dei rincari energetici. Le pressioni risultano particolarmente intense nel settore dell’energia e nei comparti della chimica, della gomma e della plastica.

L’impatto sulla redditività è evidente. Il 67% delle aziende segnala una riduzione dei margini di profitto e, tra queste, il 71% giudica la contrazione significativa. Il fenomeno interessa in misura particolarmente diffusa le imprese con almeno 500 addetti.

La dipendenza dalle fonti energetiche tradizionali continua dunque a rappresentare un fattore di vulnerabilità per il sistema produttivo. Oltre due terzi delle aziende considerano indispensabile per la propria attività almeno un prodotto appartenente alle categorie dei derivati petroliferi e del gas naturale. Le imprese maggiormente dipendenti da queste fonti hanno subito pressioni più forti sui costi, con conseguenze dirette sulla marginalità.

Eppure, nonostante l’aumento delle spese e la compressione dei profitti, la maggioranza delle aziende mantiene aspettative economiche positive. L’81,4% delle imprese industriali e dei servizi prevede di chiudere il 2026 in utile, una percentuale superiore al 79,9% della precedente rilevazione. Scende invece dal 10,7 all’8,7% la quota di imprese che si attende una perdita.

Il dato evidenzia una capacità di tenuta significativa, ma mette anche in luce una contraddizione: molte imprese riescono a preservare un risultato economico positivo pur dovendo affrontare margini più contenuti. Una condizione che, se prolungata, potrebbe ridurre le risorse disponibili per nuovi investimenti e per il rafforzamento della competitività.

Un altro fattore di pressione arriva dalla concorrenza internazionale, in particolare da quella cinese. Secondo la rilevazione, un quarto delle imprese italiane ha acquistato prodotti intermedi realizzati in Cina tra l’inizio del 2025 e il momento dell’indagine. La convenienza economica rappresenta la principale motivazione degli acquisti, indicata dall’81% delle aziende interessate, seguita dalle caratteristiche dei prodotti e dalle condizioni distributive.

Le imprese segnalano però anche una crescente pressione competitiva dei prodotti cinesi sul mercato italiano e su quelli esteri, soprattutto extraeuropei. Per fronteggiarla, le aziende puntano principalmente sulla qualità, sull’innovazione, sulla riconoscibilità dei marchi e sul contenimento dei costi. Una strategia che può valorizzare i punti di forza del Made in Italy, ma che richiede investimenti e capacità di adattamento.

Il mercato del lavoro presenta a sua volta un andamento contrastante. Nei primi nove mesi del 2026, il saldo tra le imprese che hanno aumentato le ore lavorate e quelle che le hanno ridotte rimane positivo a 12 punti percentuali, invariato rispetto al 2025. Nei servizi raggiunge 15 punti, mentre nell’industria raddoppia, arrivando a 8 punti.

Le aziende prevedono inoltre un aumento complessivo degli occupati nel 2026. Tuttavia, rispetto all’anno precedente, la quota di imprese che anticipa una crescita degli addetti scende dal 34,8 al 31,6%, mentre quella che ne prevede una diminuzione sale dal 15,8 al 18,5%.

L’occupazione, quindi, continua a mostrare segnali di crescita, ma con una diffusione meno ampia rispetto al passato. Per i prossimi sei mesi, inoltre, circa due terzi delle imprese prevedono una stabilità delle ore lavorate.

Rimane aperta la questione della disponibilità di personale qualificato. Quasi la metà delle aziende non segnala difficoltà nel reperimento di lavoratori, ma tra quelle che incontrano ostacoli prevale nettamente la carenza di figure altamente specializzate. Un problema che rischia di incidere sulla capacità di innovazione e sull’espansione delle attività produttive.

Sul fronte del credito, il quadro appare relativamente stabile. Per circa due terzi delle imprese la domanda di prestiti bancari è rimasta invariata nel primo semestre del 2026 rispetto ai sei mesi precedenti. Anche le condizioni di accesso al finanziamento sono rimaste sostanzialmente stabili per il 77% delle aziende.

Si è però attenuato il miglioramento percepito delle condizioni creditizie, soprattutto a causa dell’andamento dei tassi di interesse. Un elemento che merita attenzione in una fase nella quale le imprese devono sostenere costi operativi elevati e programmare investimenti per mantenere la propria competitività.

La situazione della liquidità rappresenta invece un fattore rassicurante. Tre imprese su quattro la giudicano più che sufficiente rispetto alle necessità operative, in linea con quanto rilevato nel biennio precedente. Le difficoltà risultano più frequenti tra le aziende di minore dimensione, ma nel complesso il sistema produttivo continua a mostrare una discreta solidità finanziaria.

Anche gli investimenti presentano un bilancio prevalentemente positivo, pur senza segnali di forte accelerazione. Oltre due terzi delle imprese hanno confermato i programmi per il 2026 formulati alla fine del 2025. Nei servizi, tra le aziende che hanno modificato i piani, prevalgono le revisioni al rialzo, mentre nell’industria quelle al ribasso risultano leggermente più frequenti.

Le modifiche ai programmi sono legate soprattutto a fattori organizzativi interni, indicati come motivazione principale dal 41% delle imprese. Tra quelle che hanno ridimensionato gli investimenti incidono anche le mutate aspettative sulla domanda, mentre gli aumenti della spesa sono spesso collegati alla riorganizzazione dei processi produttivi e alla diversificazione dell’offerta.

Per il 2027 le prospettive rimangono favorevoli, anche se meno brillanti rispetto alla precedente indagine. Il 62% delle imprese prevede investimenti stabili, mentre il saldo tra chi programma un aumento e chi una riduzione si attesta a 9 punti percentuali, contro gli 11 precedenti.

Emergono però differenze importanti. Nella manifattura il saldo raddoppia, raggiungendo 10 punti, soprattutto grazie alla metalmeccanica e al tessile. Nei servizi, invece, scende da 15 a 7 punti. Le aspettative sono positive in tutte le classi dimensionali, ma risultano meno favorevoli tra le aziende con almeno 500 addetti.

Il settore che mostra i segnali di rallentamento più evidenti è quello delle costruzioni. Dopo una fase di forte espansione, nel 2026 l’attività edilizia continua a crescere, ma a un ritmo sensibilmente inferiore rispetto all’anno precedente.

Il saldo tra le imprese che hanno aumentato la produzione e quelle che l’hanno ridotta si attesta a 12 punti percentuali, dimezzandosi rispetto al 2025. La quota di aziende che segnala una crescita dell’attività scende dal 40,2 al 33%, mentre quella che registra una contrazione sale dal 16,1 al 21%.

Particolarmente significativo è il ridimensionamento del contributo percepito del Piano nazionale di ripresa e resilienza. La quota di imprese che attribuisce un effetto positivo al PNRR sulle commesse pubbliche scende dal 46 al 34%, mentre il saldo dei giudizi sull’attività nelle opere pubbliche passa da 24 a 13 punti.

Non significa necessariamente che gli investimenti pubblici si siano ridotti nella stessa proporzione, ma indica che il loro effetto positivo viene segnalato da una quota più contenuta di imprese.

Anche sul piano territoriale emergono criticità. Nel Nord-Est il saldo delle valutazioni sulla produzione edilizia complessiva diventa negativo, attestandosi a meno 5 punti percentuali, mentre quello relativo all’edilizia residenziale scende a meno 8 punti.

Il rallentamento coinvolge inoltre l’occupazione nelle costruzioni. Il saldo tra le imprese che prevedono un aumento degli addetti e quelle che ne anticipano una riduzione passa da 24 a 16 punti percentuali. Due terzi delle aziende segnalano difficoltà nel reperimento della forza lavoro, soprattutto per le figure altamente qualificate.

Nonostante queste difficoltà, il comparto conserva alcuni elementi di solidità. Circa il 90% delle imprese edili prevede di chiudere il 2026 in utile, una quota leggermente superiore a quella osservata negli ultimi anni. La domanda di prestiti bancari è tornata a crescere e le condizioni di indebitamento rimangono complessivamente favorevoli, pur con un ridimensionamento dei giudizi di miglioramento.

Le aspettative sulla produzione per il 2027 restano positive, ma indicano un ulteriore rallentamento. Il miglioramento previsto nell’edilizia residenziale dovrebbe compensare soltanto in parte l’indebolimento delle prospettive per le opere pubbliche.

Nel complesso, il sondaggio della Banca d’Italia restituisce l’immagine di un sistema produttivo che resiste alle difficoltà, ma che non ha ancora superato tutte le fragilità che ne condizionano la crescita.

Da un lato, il miglioramento delle vendite e delle esportazioni, il recupero della manifattura, l’elevata quota di imprese che prevedono utili e la tenuta degli investimenti rappresentano segnali incoraggianti. Dall’altro, la pressione dei costi energetici, la riduzione dei margini, il rallentamento della crescita occupazionale e l’indebolimento dell’edilizia evidenziano problemi che non possono essere sottovalutati.

La vera sfida per il 2027 sarà trasformare il miglioramento del fatturato in una crescita più solida, sostenuta dall’aumento della produttività, dalla capacità di innovazione e da investimenti in grado di rafforzare la competitività delle aziende.

Perché il dato centrale che emerge dall’indagine è proprio questo: le imprese italiane continuano a crescere e a generare utili, ma devono farlo in un contesto nel quale produrre costa di più e difendere la redditività diventa sempre più impegnativo.

Non è dunque una fotografia di crisi, ma neppure quella di una ripresa senza ostacoli. È il ritratto di un’economia che mantiene una significativa capacità di tenuta, mentre cerca un equilibrio tra nuove opportunità di crescita e pressioni che rischiano di limitarne lo sviluppo.


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