#Finsubito news – Terzo Valico, i miliardi promessi non bastano: altri operai in cassa integrazione, cresce l’incubo dei licenziamenti


Un’opera ferroviaria da oltre 13 miliardi di euro, cantieri che rallentano, centinaia di lavoratori in cassa integrazione e il timore che la situazione possa precipitare fino a provocare nuovi licenziamenti. La crisi del Terzo Valico dei Giovi si aggrava e continua a colpire le imprese impegnate nella realizzazione della linea ad alta velocità e alta capacità tra Genova e il Piemonte. Nonostante l’annuncio di ulteriori finanziamenti pubblici, il lavoro fatica a ripartire e le conseguenze si fanno sempre più pesanti sul piano occupazionale. A preoccupare sono soprattutto le aziende in subappalto, esposte al rischio di un progressivo blocco delle attività.

L’ultimo segnale arriva dalla M&D, una delle imprese coinvolte nei lavori, che ha deciso di collocare sei dipendenti in cassa integrazione e ricollocarne altri 50 su cantieri differenti. Una scelta che si inserisce in una situazione già particolarmente delicata: nelle scorse settimane il ricorso agli ammortizzatori sociali aveva interessato centinaia di operai impiegati nei cantieri piemontesi. Il numero complessivo dei cassintegrati viene indicato intorno alle 336 unità, anche se il dato dovrà essere aggiornato tenendo conto delle nuove decisioni aziendali e delle eventuali sovrapposizioni nei conteggi.

Le difficoltà si concentrano soprattutto nell’Alessandrino, dove i lavori del Terzo Valico rappresentano da anni un’importante fonte di occupazione. I cantieri di Arquata Scrivia e Voltaggio, in particolare nelle aree di Radimero e della Val Lemme, sono stati interessati da rallentamenti e sospensioni che hanno coinvolto diverse imprese. Già da metà ottobre circa 300 lavoratori della Seli Overseas erano stati posti in cassa integrazione, seguiti da altri 30 della Collins e sei del Consorzio Val Lemme. Una crisi che si è progressivamente estesa lungo la filiera e che, secondo i sindacati, rischia di compromettere anche la tenuta economica delle aziende più piccole.

Il timore è che la cassa integrazione rappresenti soltanto il primo passo verso provvedimenti più drastici. Alcuni licenziamenti sono già stati annunciati e l’attenzione delle organizzazioni sindacali si concentra adesso sulla possibilità che altre imprese decidano di ridurre definitivamente il personale. A esprimere forte preoccupazione è Paolo Tolu, segretario provinciale della Feneal-Uil di Alessandria, che richiama l’attenzione sulle conseguenze di un eventuale effetto domino.

«C’è un azienda che ha già licenziato 16 lavoratori e questo nuovo segnale ci preoccupa molto perché il passo successivo potrebbe essere quello dei licenziamenti di massa», avverte il sindacalista. Le ricostruzioni sindacali più recenti parlano di un numero di licenziamenti già comunicati compreso tra 16 e 18, a seconda degli aggiornamenti. Il rischio di ulteriori esuberi rimane dunque concreto, soprattutto se i cantieri non torneranno rapidamente a pieno regime.

All’origine dello stallo c’è una controversia economica tra il consorzio Cociv, guidato da Webuild, e Rete Ferroviaria Italiana, committente dell’infrastruttura. Il consorzio sostiene di vantare crediti per lavori già eseguiti e di dover affrontare costi aggiuntivi legati alle difficoltà tecniche e geologiche incontrate durante la realizzazione dell’opera. RFI, dal canto suo, ha contestato questa ricostruzione, sostenendo di aver effettuato i pagamenti dovuti e sollecitando la ripresa delle attività. Una contrapposizione che si trascina da settimane e che sta producendo conseguenze dirette sulle imprese e sui loro dipendenti.

A rendere ancora più complessa la vicenda è la questione dei finanziamenti necessari per completare il collegamento ferroviario. Nella legge di Bilancio 2027 sono previste risorse aggiuntive per circa 2,45 miliardi di euro, distribuite fino al 2030. Secondo le cifre emerse durante il confronto istituzionale, circa 1,6 miliardi sarebbero destinati al biennio 2027-2028 e altri 850 milioni agli anni 2029-2030. Stanziamenti che potrebbero contribuire a sbloccare la situazione, ma che al momento non hanno ancora prodotto una ripartenza generalizzata dei lavori.

La questione assume dimensioni ancora più rilevanti considerando il costo complessivo del progetto. Il Terzo Valico, inizialmente stimato intorno ai 6,2 miliardi di euro nel 2010, è arrivato a un quadro economico superiore ai 13 miliardi. Le ultime valutazioni regionali indicano una cifra complessiva di circa 13,7 miliardi, a fronte di un avanzamento dell’opera che, secondo le percentuali recentemente diffuse dalle istituzioni, sarebbe ormai prossimo al completamento. Il nuovo collegamento ferroviario, lungo 53 chilometri, dovrebbe consentire di migliorare il trasporto di merci e passeggeri tra il porto di Genova, la Pianura Padana e i principali corridoi logistici europei.

Una grande infrastruttura strategica, dunque, che si trova però a fare i conti con un paradosso evidente: mentre si discute di miliardi per terminare i lavori, centinaia di persone restano senza la possibilità di svolgere regolarmente la propria attività. E il problema non riguarda soltanto chi lavora direttamente negli scavi. Le difficoltà si ripercuotono anche sull’indotto, dalle imprese di servizi alle attività commerciali dei territori che negli ultimi anni hanno ospitato i lavoratori impegnati nei cantieri.

Nella sola provincia di Alessandria si stima che circa 50-60 lavoratori coinvolti dalla cassa integrazione provengano dal territorio novese. Una situazione che rischia di aggravare ulteriormente un quadro economico già segnato da altre importanti crisi industriali. Su tutte quella dell’ex Ilva di Novi Ligure, dove centinaia di dipendenti vivono da tempo nell’incertezza sul futuro dello stabilimento e sulle prospettive occupazionali.

Proprio per affrontare le criticità dell’ex Ilva è previsto un nuovo tavolo ministeriale martedì 10 novembre 2026. L’incontro sarà dedicato alla vertenza siderurgica, ma le difficoltà del Terzo Valico potrebbero tornare al centro del confronto politico e sindacale sul futuro del lavoro nell’Alessandrino. Due crisi differenti che interessano lo stesso territorio e che rischiano di sommare i propri effetti su centinaia di famiglie.

Nei giorni scorsi anche il sindaco di Novi Ligure, Rocchino Muliere, ha incontrato le organizzazioni sindacali Fillea-Cgil, Filca-Cisl e Feneal-Uil, manifestando preoccupazione per il rallentamento dei cantieri e per le ricadute occupazionali. L’amministrazione comunale ha sottolineato la necessità di ottenere garanzie sulla prosecuzione dell’opera e sulla tutela dei dipendenti, chiedendo un confronto con i vertici del consorzio incaricato dei lavori.

Intanto, tra gli operai cresce l’incertezza. Per chi è stato trasferito in altri cantieri si apre una nuova fase lavorativa, mentre per chi si trova in cassa integrazione resta difficile sapere quando potrà tornare al proprio posto. Ancora più delicata la posizione di chi ha già ricevuto una comunicazione di licenziamento e rischia di perdere definitivamente l’occupazione.

I prossimi giorni saranno decisivi per capire se i finanziamenti annunciati potranno tradursi in una ripresa effettiva delle attività. I sindacati chiedono tempi certi, garanzie occupazionali e un intervento capace di evitare che la crisi si estenda ulteriormente alle aziende dell’indotto.

Il Terzo Valico resta una delle infrastrutture più importanti del Nord Italia, ma il suo futuro non si misura soltanto nei chilometri di galleria ancora da completare o nei miliardi necessari per concludere il progetto. C’è anche il destino di centinaia di lavoratori che, dopo anni trascorsi nei cantieri, oggi non sanno quando potranno tornare a lavorare. E mentre si attendono risposte sul fronte dei finanziamenti, il rischio è che il prezzo più alto dei ritardi venga pagato proprio da chi quell’opera l’ha costruita.




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