Beverly Hills 90210 non racconta semplicemente un gruppo di adolescenti benestanti. Costruisce un luogo mentale. Il codice postale più celebre della televisione americana diventa la coordinata geografica di un universo nel quale privilegio e inquietudine, desiderio di appartenenza e solitudine, conformismo e pulsione alla trasgressione convivono dietro una superficie deliberatamente seducente. Le ville, le automobili, le piscine, i corridoi della West Beverly High e le spiagge della California non costituiscono soltanto l’apparato iconografico della serie: sono gli elementi di una precisa drammaturgia dello spazio.
È proprio qui che risiede uno degli aspetti più interessanti di Beverly Hills 90210: avere utilizzato uno dei luoghi simbolicamente più esclusivi dell’immaginario statunitense per raccontare sentimenti e paure sorprendentemente universali. La ricchezza non elimina il conflitto, semmai ne modifica la scenografia. Dietro l’immagine solare della California emergono famiglie disfunzionali, dipendenze, sessualità, lutti, discriminazioni, violenza, disturbi alimentari, tradimenti, fallimenti e quella costante necessità di essere riconosciuti dagli altri che costituisce una delle esperienze fondamentali dell’adolescenza.
Creata da Darren Star e prodotta da Aaron Spelling, la serie prende inizialmente come punto d’osservazione Brandon e Brenda Walsh, gemelli provenienti dal Minnesota che si trasferiscono con i genitori Jim e Cindy a Beverly Hills. Il loro ingresso alla West Beverly High permette allo spettatore di attraversare quell’ambiente con lo sguardo di chi ne è contemporaneamente affascinato ed estraneo. Intorno a loro si forma progressivamente il gruppo destinato a diventare il vero organismo narrativo della serie: Dylan McKay, Kelly Taylor, Steve Sanders, Donna Martin, David Silver, Andrea Zuckerman e, nelle diverse stagioni, numerosi altri personaggi.
Senza anticipare gli sviluppi fondamentali, Beverly Hills 90210 segue il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di questa comunità, accompagnandola dalla scuola superiore all’università e successivamente nella vita professionale e sentimentale. Ciò che comincia come un teen drama relativamente episodico assume progressivamente le caratteristiche di una lunga narrazione generazionale, nella quale le relazioni amorose rappresentano soltanto uno dei molteplici dispositivi attraverso cui vengono esplorati identità, responsabilità, classe sociale, famiglia e maturazione.
La sceneggiatura: dal teen drama alla saga generazionale
Giudicare la scrittura di Beverly Hills 90210 richiede innanzitutto di sottrarla a un equivoco retrospettivo. Guardata attraverso i parametri della serialità contemporanea, la struttura può apparire ridondante, melodrammatica e talvolta ingenuamente didascalica. Ma è precisamente nella relazione tra queste caratteristiche e il sistema televisivo dell’epoca che va individuata la sua importanza.
La serie nasce all’interno di una televisione generalista che richiedeva stagioni lunghissime, un numero elevato di episodi e una costruzione narrativa capace di conciliare continuità e autosufficienza. Le prime stagioni presentano quindi una marcata struttura episodica: un problema viene introdotto, affrontato e frequentemente risolto all’interno della stessa puntata. Gradualmente, tuttavia, la scrittura si emancipa da questo modello e intensifica le linee orizzontali.
È un passaggio fondamentale.
Il gruppo di protagonisti cessa di essere semplicemente il contenitore di differenti “problemi adolescenziali” e diventa una struttura sentimentale permanente. Le conseguenze delle decisioni cominciano a propagarsi nel tempo. Un amore modifica un’amicizia; un tradimento ridisegna gli equilibri collettivi; un trauma altera la percezione di un personaggio per episodi o stagioni successive.
Da questo punto di vista, Beverly Hills 90210 appartiene a quella fase della televisione americana in cui il confine fra serial e serie episodica comincia a diventare più permeabile. La sua scrittura conserva la chiarezza comunicativa del prodotto generalista, ma acquisisce progressivamente la memoria narrativa propria del melodramma seriale.
Naturalmente esistono discontinuità qualitative. Dieci stagioni e quasi trecento episodi comportano inevitabilmente ripetizioni, improvvise accelerazioni psicologiche, personaggi introdotti per necessità produttive e conflitti costruiti attraverso coincidenze non sempre plausibili. Alcune storyline affrontano questioni sociali con una pedagogia esplicita che oggi può sembrare schematica.
Eppure sarebbe riduttivo liquidare tutto questo come semplice ingenuità. Beverly Hills 90210 possiede una straordinaria capacità di trasformare l’archetipo in rituale televisivo. Lo spettatore comprende perfettamente la funzione narrativa di determinate situazioni, ma continua a seguirle perché ciò che conta non è esclusivamente “cosa succederà”, bensì quali equilibri affettivi verranno modificati.
Regia e grammatica televisiva
Sul piano registico la serie non persegue l’autorialità visibile. La macchina da presa raramente reclama attenzione su se stessa. La regia è prevalentemente funzionale alla leggibilità narrativa e alla performance degli interpreti, secondo i codici della televisione network statunitense del periodo.
Campi e controcampi, primi piani, establishing shot e composizioni relativamente convenzionali costituiscono il lessico dominante. Ma proprio questa apparente semplicità possiede una funzione precisa: il volto diventa il principale territorio drammatico della serie.
Beverly Hills 90210 vive di reazioni. Uno sguardo trattenuto, un silenzio dopo una confessione, un personaggio che osserva da lontano qualcuno che ama assumono spesso un’importanza superiore all’azione stessa. La regia comprende progressivamente il capitale emotivo accumulato dai personaggi e impara a utilizzarlo.
Il découpage privilegia quindi l’intelligibilità sentimentale. Non interessa destabilizzare lo spettatore attraverso la forma; interessa collocarlo nella posizione emotivamente più efficace rispetto al conflitto.
Questa impostazione potrebbe sembrare conservatrice, e formalmente lo è. Ma possiede una coerenza industriale ed estetica difficilmente contestabile. La serie deve permettere a un pubblico enorme di orientarsi immediatamente all’interno di una rete di rapporti estremamente complessa. La regia diventa pertanto una sorta di sintassi invisibile del sentimento.
Fotografia: la California come promessa
Uno degli elementi più riconoscibili della serie è il rapporto con la luce. La fotografia di Beverly Hills 90210 contribuisce in maniera determinante alla costruzione mitologica della California televisiva degli anni Novanta. La luminosità degli esterni, le spiagge, il cielo, le piscine e gli spazi aperti producono un’immagine apparentemente rassicurante, quasi pubblicitaria. Ma questa superficie non è necessariamente in contraddizione con la componente drammatica. Al contrario, il contrasto diventa progressivamente produttivo. La tragedia personale può consumarsi sotto un cielo perfettamente azzurro. L’angoscia non necessita della pioggia. La solitudine può abitare una villa meravigliosa. È una delle intuizioni visive più semplici e al tempo stesso più efficaci dell’intero progetto: la bellezza dell’ambiente non protegge i personaggi dalla sofferenza. Anzi, talvolta la rende più evidente.
La fotografia degli interni segue invece una grammatica maggiormente televisiva, con illuminazione uniforme e funzionale, ma alcuni ambienti finiscono per acquisire una fortissima identità iconografica. La casa dei Walsh, il Peach Pit, la West Beverly High e successivamente gli spazi universitari non sono meri set: diventano luoghi della memoria dello spettatore.
Il Peach Pit, soprattutto, assume quasi la funzione di una piazza teatrale. È uno spazio neutrale nel quale le differenti linee narrative possono incontrarsi e dove le gerarchie sociali della scuola vengono temporaneamente attenuate. Nat non è soltanto il proprietario del locale: rappresenta una forma discreta di continuità adulta all’interno di un universo dominato dall’instabilità sentimentale.
I personaggi principali
Brandon Walsh: il problema della rettitudine
Jason Priestley costruisce Brandon come il principale dispositivo morale delle prime stagioni. È il ragazzo relativamente ordinario catapultato nell’eccezionalità economica e sociale di Beverly Hills. Il rischio di un personaggio del genere è evidente: diventare insopportabilmente virtuoso. Priestley riesce invece, soprattutto nei momenti migliori, a introdurre nella sicurezza di Brandon una quota di vanità, rigidità e inconsapevole presunzione. Il personaggio vuole fare la cosa giusta, ma proprio questa convinzione può trasformarsi nella sua debolezza. Brandon è interessante quando sbaglia pur credendo di essere nel giusto. Il suo percorso permette inoltre alla serie di affrontare il rapporto fra ambizione e integrità, giornalismo, politica studentesca, responsabilità e privilegio. È forse il personaggio più chiaramente legato all’idea americana della mobilità attraverso il merito, e proprio per questo le sue contraddizioni risultano particolarmente significative.
Brenda Walsh: il personaggio che rompe l’equilibrio
Se Brandon osserva Beverly Hills cercando di comprenderne le regole, Brenda tende a sfidarle emotivamente. L’interpretazione di Shannen Doherty costituisce uno degli elementi decisivi dell’identità originaria della serie. Brenda è impulsiva, orgogliosa, vulnerabile, possessiva, passionale e talvolta profondamente contraddittoria. Proprio per questo conserva una vitalità che molti personaggi televisivi più accuratamente “piacevoli” non possiedono. Doherty interpreta Brenda senza cercare costantemente la simpatia dello spettatore. È una scelta fondamentale. Nei momenti di conflitto, la sua recitazione può diventare aspra, persino sgradevole, ma raramente anonima. Brenda porta nella serie il conflitto fra desiderio individuale e appartenenza al gruppo. Vuole essere amata, ma contemporaneamente rivendica una propria autonomia. Vuole appartenere a Beverly Hills senza esserne assorbita. La sua relazione con Dylan costituisce uno dei nuclei attraverso i quali la serie definisce il proprio vocabolario romantico, ma ridurre Brenda alla dimensione sentimentale sarebbe profondamente ingiusto. Nel personaggio esiste infatti un tema costante di autodeterminazione, destinato a diventare sempre più evidente.

Dylan McKay: l’invenzione dell’eroe romantico televisivo
Con Dylan, Luke Perry realizza probabilmente l’icona più immediatamente riconoscibile della serie. La costruzione iniziale sembra quasi programmatica: automobile, denaro, famiglia problematica, solitudine, fascino, cultura superiore a quella che il suo atteggiamento lascerebbe supporre. Tutto potrebbe ridursi allo stereotipo del “bello e dannato”. Perry, però, gli conferisce una malinconia autentica. Il suo Dylan non è semplicemente ribelle: è precocemente stanco. In molti momenti sembra un adulto imprigionato nel corpo di un adolescente, non perché possieda una maturità superiore, ma perché ha già sperimentato forme di disillusione che gli altri personaggi devono ancora conoscere. La voce, le pause, il modo di abbassare lo sguardo e una certa economia gestuale contribuiscono alla costruzione di un personaggio che lavora molto sulla sottrazione. Nel contesto di una serie spesso verbalmente esplicita, Dylan è frequentemente più interessante quando tace.
Kelly Taylor: la decostruzione dell’apparenza
Il lavoro compiuto su Kelly è uno degli esempi più significativi dell’evoluzione della serie. Presentata inizialmente attraverso coordinate facilmente riconoscibili — bellezza, popolarità, ricchezza, desiderabilità — Kelly diventa progressivamente uno dei personaggi più tormentati della narrazione. Jennie Garth accompagna questa trasformazione con una performance che cresce insieme alla complessità della scrittura. La Kelly delle prime puntate potrebbe facilmente rimanere una figura periferica, funzionale alla rappresentazione della gerarchia sociale scolastica. Diventa invece uno dei centri emotivi dell’intera serie. Attraverso di lei Beverly Hills 90210 interroga continuamente la distanza fra immagine pubblica e identità privata. Essere desiderati non significa necessariamente sentirsi amati. Essere belli non significa sentirsi adeguati. Essere popolari non elimina la solitudine. È forse il personaggio nel quale la serie porta più radicalmente alle conseguenze la propria intuizione fondamentale: dietro il privilegio può esistere una fragilità devastante.
Steve Sanders e la maschera della sicurezza
Ian Ziering affronta uno dei ruoli più delicati perché Steve nasce come personaggio facilmente caricaturale: ricco, rumoroso, competitivo, egocentrico. La sua evoluzione dimostra invece quanto la lunga serialità possa trasformare un carattere. Steve commette errori, cerca scorciatoie, manifesta immaturità e frequentemente produce da solo i problemi nei quali finisce. Eppure proprio questa fallibilità lo rende progressivamente umano. Dietro la sicurezza ostentata emerge il bisogno quasi infantile di essere apprezzato. Ziering possiede inoltre un efficace istinto comico e alleggerisce una serie che, soprattutto nelle fasi più melodrammatiche, necessita di personaggi capaci di modificare il registro.
Donna Martin: l’ingenuità che diventa identità
Donna è uno dei personaggi più complessi da valutare criticamente perché porta con sé alcune delle contraddizioni ideologiche della serie. Tori Spelling costruisce inizialmente una figura ingenua, dolce e spesso utilizzata in funzione comica. Con il passare delle stagioni, tuttavia, Donna acquisisce autonomia narrativa e diventa uno dei personaggi attraverso cui la serie affronta più direttamente sessualità, morale, autodeterminazione e vulnerabilità. La sua caratterizzazione conserva elementi fortemente legati al clima culturale della televisione americana dell’epoca, ma proprio per questo è interessante osservarla oggi: Donna è anche un documento delle tensioni tra liberazione sessuale e conservatorismo morale presenti nella cultura popolare statunitense degli anni Novanta.
David Silver: crescere davanti agli altri
David entra nell’universo della serie in una posizione differente: vuole disperatamente appartenere al gruppo. Questa caratteristica consente a Brian Austin Green di rappresentare in maniera particolarmente evidente il passaggio adolescenziale. David cambia fisicamente, socialmente e psicologicamente davanti allo spettatore. La musica, il desiderio di riconoscimento e la necessità di costruire un’identità maschile diventano elementi centrali del suo percorso. La sua evoluzione è irregolare, talvolta problematica, ma proprio questa discontinuità possiede qualcosa di autenticamente adolescenziale.

Andrea Zuckerman: classe sociale e outsider
Andrea costituisce un’anomalia preziosa all’interno del gruppo. Gabrielle Carteris interpreta una giovane donna intellettualmente brillante, ambiziosa e meno economicamente privilegiata rispetto a molti compagni. Attraverso Andrea, Beverly Hills diventa anche un oggetto osservabile dall’esterno. Il personaggio introduce questioni di classe che la serie non sempre approfondisce quanto potrebbe, ma la sua presenza impedisce almeno inizialmente che il mondo di 90210 venga rappresentato come completamente autosufficiente. Andrea vuole entrare in quel sistema senza rinunciare alla propria identità. La sua relazione intellettuale con Brandon produce inoltre una tensione differente rispetto alle dinamiche prevalentemente romantiche del gruppo.
Jim e Cindy Walsh: gli adulti come struttura morale
James Eckhouse e Carol Potter svolgono una funzione fondamentale soprattutto nella prima fase della serie. Jim e Cindy sono il termine di paragone attraverso il quale viene misurata l’eccezionalità di Beverly Hills. La famiglia Walsh rappresenta un’America borghese, relativamente tradizionale, trasferita dentro un ambiente dominato dal denaro e dall’apparenza. Sarebbe facile considerarli semplicemente figure normative. In realtà la loro funzione è più interessante: costituiscono una base stabile che permette ai figli — e spesso ai loro amici — di sperimentare l’instabilità. La casa Walsh diventa così uno dei luoghi moralmente più importanti della serie.
Il secondo volto di 90210: Valerie, Clare, Noah, Gina, Matt e gli altri
La longevità di Beverly Hills 90210 impose inevitabilmente una progressiva riconfigurazione del proprio universo umano. Con l’uscita di alcuni protagonisti originari, la serie evita di limitarsi alla semplice sostituzione e introduce personaggi chiamati a modificare gli equilibri del gruppo, spesso portando con sé una maggiore ambiguità morale rispetto alla geometria relativamente più netta delle prime stagioni.
La figura più importante è certamente Valerie Malone, interpretata da Tiffani Thiessen. Arrivata a Beverly Hills con l’apparenza della ragazza rassicurante legata al passato dei Walsh, Valerie si rivela rapidamente uno dei personaggi più complessi e destabilizzanti della serie. Seduttiva, manipolatrice, vulnerabile e spesso autodistruttiva, rappresenta quasi il negativo fotografico di Brenda: non osserva le regole del gruppo per adattarvisi, ma impara a utilizzarle. Thiessen evita intelligentemente di trasformarla in una semplice antagonista, lasciando emergere dietro cinismo e aggressività un retroterra doloroso che rende Valerie una delle figure psicologicamente più interessanti dell’intero 90210.
Di natura molto diversa è Clare Arnold, interpretata da Kathleen Robertson: brillante, ironica, sessualmente più disinvolta e dotata di un sarcasmo che introduce nel gruppo una tonalità meno sentimentale. La sua intelligenza e il rapporto soprattutto con Steve consentono alla serie di esplorare una dinamica di coppia nella quale attrazione e conflitto intellettuale procedono spesso insieme.
Nelle stagioni successive Noah Hunter, interpretato da Vincent Young, assume in parte alcune coordinate archetipiche precedentemente associate a Dylan: fascino tormentato, disponibilità economica, rapporto problematico con il proprio passato. Pur senza possedere la medesima forza iconica, Noah diventa una presenza centrale nell’ultima fase della serie, soprattutto attraverso i rapporti sentimentali e le vicende legate all’After Dark.
Particolarmente interessante è Gina Kincaid, interpretata da Vanessa Marcil, personaggio costruito sulla frustrazione, sulla competizione e sul bisogno quasi patologico di riconoscimento. Gina introduce una componente più oscura nelle ultime stagioni: la sua aggressività nasce frequentemente da un sentimento di esclusione e inferiorità, e Marcil riesce a suggerire una vulnerabilità che impedisce al personaggio di ridursi alla funzione di antagonista.
Matt Durning, interpretato da Daniel Cosgrove, porta invece nel gruppo una dimensione maggiormente adulta e professionale. Avvocato, più misurato rispetto ad altri protagonisti maschili della serie, Matt diventa soprattutto uno strumento attraverso il quale 90210 tenta definitivamente di emanciparsi dal proprio passato liceale, collocando i conflitti sentimentali all’interno di esistenze ormai adulte.
Accanto a loro meritano almeno una menzione Ray Pruit di Jamie Walters, figura controversa attraverso cui la serie esplora differenze sociali e dinamiche sentimentali distruttive; Jesse Vasquez di Mark D. Espinoza, determinante nel percorso adulto di Andrea; Carly Reynolds, interpretata da Hilary Swank, che introduce nella vita di Steve responsabilità e prospettive inedite; e Janet Sosna, interpretata da Lindsay Price, la cui presenza assume progressivamente un’importanza decisiva proprio nell’evoluzione dello stesso Steve.
Non tutti questi ingressi possiedono la forza archetipica del gruppo originario, né riescono sempre a compensare pienamente le partenze che scandiscono la seconda metà della serie. Sarebbe tuttavia sbagliato considerarli semplici comprimari. Valerie, Clare, Noah, Gina, Matt, Ray, Jesse, Carly e Janet testimoniano la capacità di Beverly Hills 90210 di sopravvivere alla propria configurazione iniziale, trasformando progressivamente un racconto costruito intorno a un gruppo di adolescenti in una vera saga corale, nella quale l’arrivo e la partenza dei personaggi diventano essi stessi una rappresentazione del trascorrere del tempo.
La musica: non accompagnamento, ma documento culturale
La componente musicale merita un discorso specifico. La celeberrima sigla composta da John E. Davis, con quell’attacco immediatamente riconoscibile, non introduce semplicemente un programma televisivo: annuncia un universo. Il tema possiede l’energia sintetica e assertiva necessaria a trasformare pochi secondi di immagini in un rito settimanale. Ma il rapporto della serie con la musica va molto oltre la sigla. Beverly Hills 90210 è profondamente immersa nella cultura musicale degli anni Novanta. Locali, feste, concerti, radio e performance diventano elementi diegetici attraverso cui la serie mantiene un contatto continuo con il presente della propria trasmissione. La musica funziona quindi contemporaneamente come commento emotivo e certificato temporale. Rivedere oggi la serie significa anche ascoltare il modo in cui la televisione generalista americana costruiva una relazione fra racconto adolescenziale e industria discografica. Le canzoni collocano i personaggi dentro un preciso orizzonte culturale e contribuiscono in maniera decisiva alla sensazione di contemporaneità che accompagnò la trasmissione originale.
Il melodramma come linguaggio
Uno degli errori più frequenti nell’analizzare Beverly Hills 90210 consiste nel considerare il melodramma un difetto da perdonare. Il melodramma è invece il suo linguaggio. Amori impossibili, triangoli, gelosie, ritorni, separazioni, incidenti, dipendenze e rivelazioni costituiscono gli strumenti attraverso cui la serie porta all’esterno emozioni che nell’adolescenza vengono percepite come assolute. Quando si ha diciassette anni, una storia d’amore può realmente sembrare definitiva. Un’amicizia tradita può assumere le dimensioni di una catastrofe. Essere esclusi da un gruppo può sembrare una forma di espulsione dal mondo. La serie comprende questa sproporzione percettiva e la traduce in forma narrativa. La sua enfasi non è necessariamente realistica in senso stretto, ma può esserlo dal punto di vista emotivo.
Beverly Hills come personaggio
Esiste infine un protagonista che non compare nei titoli del cast: Beverly Hills stessa. Il luogo viene costruito come un territorio semi-immaginario nel quale l’America proietta contemporaneamente desiderio e diffidenza nei confronti del privilegio. È il paradiso nel quale tutti sembrerebbero voler vivere e nel quale nessuno sembra essere completamente felice. Questa contraddizione costituisce il motore simbolico della serie. Il codice postale 90210 diventa così un marchio prima ancora che il concetto di branding televisivo assumesse la centralità contemporanea. Non identifica più soltanto una zona geografica: significa ricchezza, adolescenza, California, desiderio, bellezza e conflitto. Pochissime serie sono riuscite a trasformare cinque cifre in un immaginario.
I limiti: ripetizione, moralismo e usura della lunga durata
Una valutazione critica seria non può ignorare i difetti. La durata eccezionale produce inevitabilmente un progressivo consumo delle dinamiche originarie. L’uscita di alcuni interpreti modifica equilibri difficilmente replicabili; l’ingresso di nuovi personaggi non sempre riesce a ricostruire la stessa densità affettiva; alcune relazioni vengono riaperte perché narrativamente convenienti più che psicologicamente necessarie. La serie manifesta inoltre un moralismo intermittente. Alcune questioni sociali vengono affrontate secondo una logica da “tema della settimana”, con dialoghi esplicativi e conclusioni talvolta eccessivamente ordinate. Anche il rapporto con la diversità appare inevitabilmente limitato se osservato attraverso la sensibilità contemporanea. Il mondo rappresentato rimane prevalentemente bianco, benestante ed eterosessuale, e quando la serie guarda fuori da questo perimetro non sempre riesce a liberarsi da una prospettiva paternalistica. Tuttavia giudicare un’opera esclusivamente attraverso categorie elaborate trent’anni dopo la sua produzione significherebbe rinunciare alla critica storica. È molto più interessante osservare contemporaneamente ciò che Beverly Hills 90210 riuscì a portare nella televisione mainstream e ciò che rimase incapace di vedere.
Il tempo come autentico protagonista
La qualità più difficile da replicare oggi non riguarda però né la sceneggiatura né la regia. Riguarda il tempo. Dieci stagioni permettono allo spettatore di assistere a qualcosa che la serialità breve contemporanea realizza più raramente: vedere le persone cambiare lentamente. Cambiano i volti, i corpi, le acconciature, gli abiti, le aspirazioni. Cambia persino il modo degli attori di abitare i personaggi. Alcuni interpreti diventano tecnicamente più sicuri mentre i loro personaggi diventano adulti. La crescita reale e quella finzionale finiscono così per sovrapporsi. È una forma particolare di realismo prodotta dalla durata. Quando si arriva alle stagioni avanzate, il ricordo delle prime puntate non appartiene soltanto ai personaggi: appartiene allo spettatore. Una casa, una canzone, un nome pronunciato dopo molto tempo possiedono un peso perché esiste una memoria condivisa. Ed è probabilmente questa la vera ragione per cui Beverly Hills 90210 continua a esercitare un potere nostalgico superiore alla sua perfezione formale.
Una serie non perfetta ma influente
Beverly Hills 90210 non è una serie perfetta e non ha bisogno di esserlo per essere una serie fondamentale. La regia rimane prevalentemente funzionale; la fotografia alterna efficacia iconografica e convenzioni produttive; la sceneggiatura conosce picchi notevoli e considerevoli cadute; alcune svolte appartengono senza possibilità di equivoco alla più pura meccanica melodrammatica. Eppure la somma di questi elementi produce qualcosa di storicamente più importante della loro singola qualità. Produce un mondo. Prima ancora che la serialità adolescenziale contemporanea trasformasse sistematicamente sesso, trauma, identità e disagio in materia da prestige television, Beverly Hills 90210 aveva intuito che l’adolescente televisivo poteva essere trattato come un personaggio drammatico continuativo, dotato di memoria, contraddizioni e conseguenze.
La sua influenza attraversa gran parte del teen drama successivo. Ma ciò che rimane più affascinante non è stabilire quante serie abbiano ereditato qualcosa da 90210. È osservare quanto profondamente quella serie abbia modificato l’immagine televisiva dell’adolescenza. Dietro le Porsche, le ville, il Peach Pit, le feste, gli abiti e l’abbagliante sole californiano esiste infatti un racconto molto meno superficiale di quanto la sua iconografia abbia spesso suggerito: la storia di persone che possiedono quasi tutto ciò che la società indica come desiderabile e devono comunque imparare, dolorosamente, chi sono. Ed è forse questa la più intelligente contraddizione custodita dentro quelle cinque cifre. 90210 è l’indirizzo del privilegio. Ma la serie che ne porta il nome racconta soprattutto l’impossibilità di trovare un indirizzo stabile per la propria identità.
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Cristina Lucarelli
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