VENEZIA – Il rischio di povertà per i lavoratori autonomi nel Nordest è quasi tre volte quello dei dipendenti. È quanto emerge dall’analisi dell’Ufficio studi della Cgia, che mette a confronto i dati riferiti al 2025: nell’area nordorientale la quota di autonomi a rischio povertà raggiunge l’11,4%, mentre tra i lavoratori salariati si ferma al 4%. A livello nazionale il divario è comunque significativo: la percentuale sale al 18,8% tra gli autonomi, contro il 7,9% dei dipendenti.
Una condizione che, secondo la Cgia, evidenzia la fragilità economica di una parte consistente di chi lavora in proprio. Il problema non riguarda soltanto l’entità dei redditi, ma anche la minore disponibilità di strumenti di protezione sociale rispetto a quelli riconosciuti ai lavoratori dipendenti.
In Veneto, secondo i dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze relativi alle dichiarazioni dei redditi 2024, sono 315.562 i titolari di partita Iva che hanno presentato la dichiarazione. Per questi lavoratori la flessibilità e l’indipendenza professionale possono comportare un prezzo elevato sul piano delle garanzie.
Rispetto ai dipendenti, infatti, gli autonomi non possono generalmente contare su strumenti come ferie retribuite, permessi, Tfr e tredicesima o quattordicesima mensilità. Anche la malattia può avere conseguenze dirette sul reddito: quando il lavoratore non è in grado di svolgere la propria attività, gli incassi possono interrompersi insieme alla prestazione.
Il divario emerge soprattutto nei periodi di crisi. In caso di difficoltà temporanea dell’attività non è prevista la Cassa integrazione guadagni, che consente alle aziende di sospendere o ridurre il lavoro senza lasciare i dipendenti privi di retribuzione. Se invece l’attività chiude definitivamente, non scatta la Naspi, l’indennità di disoccupazione riconosciuta a chi perde il posto di lavoro, ma l’Iscro, una misura che, secondo l’analisi della Cgia, ha una copertura limitata.
Da qui la richiesta di un sistema di welfare più inclusivo, capace di riconoscere maggiori diritti e sostegni anche a chi lavora in proprio, senza compromettere l’autonomia professionale. La Cgia evidenzia come proprio l’assenza di protezioni adeguate renda questi lavoratori particolarmente esposti nei momenti di incertezza economica.
Il regime forfettario introdotto nel 2015
Per sostenere la componente economicamente più fragile del lavoro autonomo, nel 2015 il Governo guidato da Matteo Renzi ha introdotto il regime forfettario, destinato alle piccole partite Iva con ricavi contenuti e senza una struttura aziendale organizzata. Il sistema è stato pensato soprattutto per chi opera senza dipendenti e dispone di risorse limitate.
La misura ha introdotto un’imposta sostitutiva del 15% su un reddito determinato in maniera forfettaria, applicando un coefficiente di redditività differenziato in base al tipo di attività svolta. Il nuovo regime ha riordinato e sostituito le precedenti agevolazioni, tra cui il regime dei minimi, quello delle nuove iniziative produttive e il regime degli ex minimi. Dal 2016 il forfettario è rimasto l’unico regime agevolato per questa categoria di contribuenti.
L’aliquota scende al 5% per i primi cinque anni di attività, in presenza dei requisiti previsti. Si tratta di uno strumento fiscale che, secondo la Cgia, interessa una platea composta in larga parte da lavoratori con redditi contenuti e poche protezioni sociali.
Nel panorama regionale, accanto ad artigiani, commercianti, agricoltori e liberi professionisti, il numero dei contribuenti che hanno scelto il regime forfettario è arrivato a 149.254. Si tratta di titolari di partita Iva che, in assenza di una struttura aziendale e di dipendenti, operano entro il limite di ricavi previsto dalla normativa, fissato a 85mila euro nel 2026.
Secondo i dati richiamati dalla Cgia, questa platea è concentrata in particolare nei servizi della sanità privata, che rappresentano il 10,3% del totale delle libere professioni considerate. Si tratta di psicologi, medici, fisioterapisti e paramedici. Seguono i professionisti del settore tecnico-edilizio, tra cui ingegneri, architetti, geometri e muratori, gli studi legali e i consulenti aziendali e manageriali. Una componente descritta come prevalentemente giovane e caratterizzata da compensi relativamente contenuti.
A livello nazionale la Lombardia è la regione con il maggior numero di contribuenti forfettari: circa 356.500. Seguono il Lazio, con poco più di 231mila, e la Campania, con oltre 177mila.
La graduatoria cambia se si considera il reddito medio dichiarato. In questo caso al primo posto si trova la Provincia autonoma di Bolzano, dove nel 2024 i contribuenti forfettari hanno dichiarato in media 20.450 euro. Al secondo posto c’è la Provincia autonoma di Trento, con 19.280 euro, seguita dalla Lombardia con 19.260 euro. In fondo alla classifica si colloca la Calabria, con 14.070 euro. La media nazionale è pari a 17.190 euro.
L’Ufficio studi della Cgia dedica una parte dell’analisi anche alla modifica prevista dal disegno di legge di Bilancio 2027, che innalza da 85mila a 100mila euro la soglia di ricavi o compensi per accedere al regime forfettario. Oltre i 115mila euro è prevista l’uscita immediata dal regime agevolato. Sul versante dell’Iva, invece, rimangono i limiti attuali: 85mila euro, con uscita in corso d’anno al superamento dei 100mila.
La proposta ha provocato forti reazioni da parte dei sindacati e di alcuni partiti di opposizione, che la considerano ingiusta e discriminatoria nei confronti dei lavoratori dipendenti che percepiscono redditi analoghi. La Cgia osserva tuttavia che, al di là delle valutazioni sulla misura, la sua portata economica sarebbe molto più contenuta di quanto il dibattito possa far pensare.
Secondo la relazione tecnica, il provvedimento comporterebbe una spesa annua di 260 milioni di euro, una cifra che corrisponde a circa l’1% del valore complessivo della legge di Bilancio. I contribuenti che potrebbero beneficiare dell’innalzamento della soglia sarebbero circa 41mila in tutta Italia, di cui 4-5mila in Veneto.
Rispetto all’attuale platea nazionale dei forfettari, pari a 1.996.469 contribuenti, si tratterebbe di un incremento di appena il 2%. Un altro dato contribuisce a ridimensionare la portata della modifica: attualmente, su cento contribuenti forfettari, 82 dichiarano ricavi inferiori a 50mila euro.
Da qui la definizione scelta dalla Cgia per descrivere l’intervento: una «bolla di sapone». Secondo l’Ufficio studi, il confronto politico si è concentrato su una misura che, nei numeri, riguarderà una quota molto limitata del popolo delle partite Iva e avrà effetti complessivamente contenuti.
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