La missione papale in Francia come sfida alla secolarizzazione. Nella nazione che un tempo era definita la “figlia prediletta del papato” la partecipazione religiosa è molto bassa a causa di una forte secolarizzazione. Il 51% della popolazione adulta non ha alcuna religione e metà dei cittadini non entra mai in una chiesa. Tra i cattolici solo una piccola minoranza partecipa con regolarità alle funzioni e si registra un calo generale della pratica e della trasmissione della fede. In Francia oltre il 50% delle persone tra 18 e 59 anni dichiara di non avere un credo. Il 46% si dichiara cattolico, ma circa due terzi dei battezzati non frequentano mai la messa. L’Islam rappresenta il 10% della popolazione con tassi di trasmissione e fervore tradizionalmente più alti rispetto al mondo cristiano. Si registra, però, in Francia una controtendenza circoscritta tra i giovani adulti (18-25 anni), con un forte aumento dei battesimi di adulti e adolescenti negli ultimi anni. I nuovi ingressi nella Chiesa cattolica riguardano soprattutto giovani in cerca di senso, pur non invertendo la tendenza generale di fondo del Paese verso la laicità e il distacco dalle istituzioni religiose tradizionali. Intanto la diocesi di Saint-Denis si prepara ad accogliere Leone XIV durante il suo viaggio in Francia (25-28 settembre). La veglia di preghiera è particolarmente rivolta ai giovani e ai catecumeni allo Stade de France. L’entusiasmo è tale che la piattaforma online per registrarsi e partecipare alla veglia è andata in tilt per le troppe richieste fin dall’apertura delle iscrizioni.
Francia in attesa
Forte di una storia plurisecolare, la Chiesa di Saint-Denis è anche un luogo di rinnovamento ecclesiale, in un contesto popolare segnato dalla povertà, multietnico e multireligioso. All’agenzia missionaria vaticana Fides il vescovo Étienne Guillet, traccia il ritratto della sua piccola Chiesa “così radiosa” che potrebbe rappresentare un vero e proprio laboratorio per la Chiesa universale. Le iscrizioni alla veglia con Leone XIV allo Stade de France si sono esaurite in un’ora e mezza. Commenta il presule: “C’è un’attesa fortissima ed è un bel segnale per la Chiesa di Francia. Lo State de France si trova a Saint-Denis. Siamo felici che il Papa venga in questa diocesi che ha qualcosa da dire e che non è una semplice “appendice parigina”. Sarà accolto in un territorio con una sua storia, una sua popolazione. E una sua vita ecclesiale, caratterizzata da un rinnovamento e da una creatività del tutto singolari. Dallo stadio si vedono chiaramente la basilica di Saint-Denis e il tetto della sua navata”. In Seine-Saint-Denis, racconta il il vescovo Étienne Guillet, “i musulmani hanno contribuito a far superare le inibizioni nel parlare di Dio e nell’assumere apertamente la propria fede”. E aggiunge: “I giovani cristiani, pur essendo una minoranza, possono dire di essere cristiani ed esserne felici. Vengono interpellati, a volte messi alla prova, ma questo non genera un clima di guerra religiosa, anche se da fuori si ha spesso l’impressione opposta. In quartieri popolari molto misti, credere in Dio è qualcosa di riconosciuto e stimato. Bisogna, come dice la Prima Lettera di Pietro, rendere ragione della speranza che è in noi”.

Nuovi cammini
Un orgoglio che, spiega il presule, “si inserisce in un cattolicesimo cosiddetto minoritario, ma vivo e privo di aggressività. La Marcia per Gesù, promossa inizialmente dagli evangelici, ci ha fatto scoprire questa realtà. Ancora prima che l’istituzione decidesse se partecipare o meno, i giovani si erano già uniti tutti. I cori delle nostre parrocchie vi hanno cantato con gioia. Testimoniare la propria fede non significa ingaggiare un braccio di ferro. Vuol dire portare con serenità ciò che si è”. Monsignor Étienne Guillet parla dell’arrivo di nuovi catecumeni, di sogni, della gioia di stare in comunità: “Gli Atti degli Apostoli si stanno attualizzando in Seine-Saint-Denis”. Prosegue il vescovo: “Nei momenti in cui la Chiesa riparte, ritornano i sogni, le chiamate, le comunità che si formano e i racconti di grazia. Gli Atti sono una rilettura di fede della nascita della Chiesa, diventata paradigmatica per qualsiasi comunità in crescita. E oggi i catecumeni ci ricordano realtà del tutto simili: la fede nasce dagli incontri, dalla preghiera, dalla Parola, dalla condivisione e da una gioia missionaria. Sono storie di salvezza e di grazia. La vera sfida è il loro effettivo inserimento”. Nelle parrocchie, secondo il presule, ci sono due frasi che rischiano di scoraggiare chiunque sia appena arrivato: “si è sempre fatto così” e “non abbiamo bisogno di tutti”. Il vescovo Étienne Guillet al contrario intende “valorizzare ciascuno, farlo conoscere e riconoscere, e poi dargli fiducia in tempi brevi”. E chiede: “Perché aspettare due anni prima di proporre a qualcuno di leggere, cantare, accogliere, servire o partecipare a un’opera di carità? Le comunità evangeliche ci offrono spesso un esempio da imitare, responsabilizzando le persone fin da subito”.

Doppia integrazione
Sottolinea il presule: “L’integrazione è una strada a doppio senso. I cristiani “di lungo corso” devono fare spazio ai nuovi battezzati. Chi arriva, d’altra parte, entra in una comunità che ha una storia, una saggezza, i suoi ritmi e le sue tradizioni. Ma è una priorità, perché alcuni, dopo un percorso di catecumenato molto seguito, finiscono per scoraggiarsi per mancanza di relazioni. La grazia sacramentale continua ad agire, ma un cristiano lasciato solo, lo sappiamo, è un cristiano a rischio. Per questo stiamo pensando, a livello della provincia dell’Île-de-France, a percorsi per i neofiti, a gruppi che proseguano anche dopo il battesimo e a un coinvolgimento più tempestivo nella vita parrocchiale. La messa della domenica è indispensabile, ma non sempre basta. Si può entrare ed uscire nell’anonimato. Ciascuno ha bisogno anche di un piccolo gruppo in cui sia conosciuto, dove la sua assenza si noti, dove qualcuno gli faccia una telefonata. Bisogna aiutare le persone a discernere i propri talenti e carismi fin dall’inizio”. Dunque “in una Seine-Saint-Denis segnata dalla povertà, dal cosmopolitismo e dal pluralismo religioso (musulmani, ebrei, sikh, buddisti e cristiani) la visita di Leone XIV può diventare un grande segno di pace”. In particolare il vescovo vorre “formare nei nostri tredici licei cattolici dei piccoli gruppi di ‘ambasciatori del Papa‘. Due giovani cattolici inviterebbero otto compagni non cattolici. Si preparerebbero insieme alla veglia con il Papa, vi parteciperebbero e poi tratterebbero nei loro licei ciò che hanno ascoltato. Questo gesto modesto esprime una convinzione profonde. Le religioni non sono destinate ad alimentare la guerra; hanno anche, e soprattutto, la missione di costruire la pace. Una Chiesa minoritaria può rimanere gioiosa, audace e capace di gettare ponti“.
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Giacomo Galeazzi
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