#Finsubito news – Come combattere l’inflazione?


Quando i prezzi corrono, i risparmi fermi sul conto perdono valore ogni mese. Le difese esistono: titoli di Stato indicizzati, azioni, immobili a reddito. Ma la protezione ha un prezzo, e comprarla quando tutti la cercano può costare più dell’inflazione stessa.

La bolletta della luce aumenta, il carrello della spesa costa di più, e i soldi lasciati sul conto corrente comprano ogni mese un po’ meno di prima. Nell’ottobre 2026 l’inflazione italiana è salita al 5,4%, con un aumento di quasi un punto in un solo mese, mentre quella dell’area euro è arrivata al 4%. Chi non aveva nel portafoglio strumenti capaci di proteggerlo dall’aumento dei prezzi ha avuto la sensazione di aver perso un treno. In questa guida analizzeremo come combattere l’inflazione con gli strumenti a disposizione del risparmiatore: titoli di Stato indicizzati, azioni, immobili. Il principio di partenza è uno: un investimento protegge dall’inflazione solo se il suo rendimento reale, cioè il rendimento al netto dell’aumento dei prezzi, resta positivo. Il secondo principio è che la protezione ha un costo, e quel costo è più alto proprio quando l’inflazione è al massimo e tutti la cercano. Prima di correre ai ripari, quindi, bisogna capire in quale fase si trova il ciclo dei prezzi, quali strumenti sono già cari e quanto tempo si è disposti ad aspettare.

Cosa significa perdere potere d’acquisto?

L’inflazione è l’aumento generale dei prezzi di beni e servizi, misurato dall’Istat per l’Italia e da Eurostat per l’area euro. Quando i prezzi salgono, con la stessa somma di denaro si comprano meno cose: è la perdita di potere d’acquisto. Il denaro tenuto sul conto corrente, che di solito rende poco o nulla, è il primo a subirla. Con un’inflazione al 5,4%, 10.000 euro lasciati fermi per un anno valgono, in termini di ciò che permettono di comprare, circa 9.490 euro.

Per misurare se un investimento difende davvero il risparmio bisogna guardare il rendimento reale, che si ottiene sottraendo, in modo approssimativo, l’inflazione dal rendimento nominale. Un titolo che rende il 3,4% con un’inflazione al 5,4% ha un rendimento reale negativo di circa due punti: l’investitore guadagna in euro, ma perde in potere d’acquisto. Lo stesso calcolo vale per gli affitti, per i dividendi, per la rivalutazione di una casa. A pesare sul risultato ci sono poi le tasse e i costi, che si pagano sul rendimento nominale anche quando quello reale è negativo.

Da dove nasce l’inflazione e perché conta saperlo?

Non tutta l’inflazione è uguale, e da dove nasce cambia il modo di difendersi. L’inflazione da domanda si verifica quando la spesa di famiglie, imprese e Stato cresce più in fretta della capacità dell’economia di produrre, spesso sostenuta da stimoli fiscali o da tassi d’interesse bassi. L’inflazione da offerta nasce invece da carenze o interruzioni negli approvvigionamenti, come un rincaro improvviso del petrolio o del gas, o il blocco di una catena di fornitura.

Secondo Rushabh Amin, gestore di portafoglio di Allspring Global Investments, nell’area euro l’inflazione ha oggi una componente sia ciclica sia strutturale, trainata soprattutto dai vincoli dell’offerta più che dalla domanda, con l’energia come motore principale, mentre nel 2022 avevano agito entrambi i fattori. Negli Stati Uniti, invece, la spingono sia la domanda sia l’offerta. Amin individua alcune forze di fondo destinate a durare dopo un decennio di tassi bassi: la frammentazione degli scambi commerciali, le tensioni sulle catene di approvvigionamento, i limiti nelle forniture di materie prime, l’aumento dei rischi geopolitici e la competizione per attrarre capitali.

Cosa distingue l’inflazione generale da quella di fondo?

L’inflazione generale misura l’aumento di tutti i prezzi del paniere, comprese le voci più volatili come l’energia e gli alimentari freschi. L’inflazione di fondo, o core, esclude proprio queste voci, e serve a capire se l’aumento dei prezzi si sta allargando al resto dell’economia o resta concentrato in pochi beni. È l’indicatore che le banche centrali osservano con più attenzione per decidere i tassi d’interesse.

Nell’ottobre 2026, nell’area euro, l’inflazione di base è rimasta ferma al 2,5%. Ulrike Kastens, senior economist di Deutsche Asset Management, osserva che l’aumento dei prezzi è trainato quasi solo dall’energia, cresciuta del 20,8% in un anno, mentre gli alimentari sono saliti appena dell’1,6% e i prezzi dei servizi e degli altri beni sono rimasti sostanzialmente stabili. In Italia l’aumento è stato più marcato, per i rincari di beni e trasporti, ma nell’area euro nel suo insieme non emergono segnali evidenti di un allargamento.

Il rischio da tenere d’occhio sono gli effetti di secondo impatto: quando i costi dell’energia restano alti a lungo, le imprese li trasferiscono sui prezzi dei loro prodotti, i lavoratori chiedono aumenti salariali, e l’inflazione si diffonde a tutto il paniere. Secondo Gian Marco Salcioli, strategist di Assiom Forex, a circa nove mesi dall’inizio del conflitto che ha fatto salire l’energia potrebbero manifestarsi i primi effetti indiretti, perché la trasmissione di uno shock di questo tipo può richiedere dai dodici ai diciotto mesi. Anche Kastens prevede un’inflazione sopra il 4% nei mesi successivi, senza un aumento significativo di quella di fondo, ma avverte che più a lungo l’energia resterà cara, più alto sarà il rischio che i rincari si propaghino.

Conviene comprare protezione quando i prezzi sono al picco?

Per un investitore conta capire se i prezzi stanno ancora salendo, se sono arrivati a un altipiano o se stanno per scendere. Da questo dipende la scelta tra proteggere subito il portafoglio con strumenti legati all’inflazione o aspettare che diventino più convenienti, quando le attese di inflazione si sgonfiano. Salcioli ritiene che il dato di ottobre mostri qualche segnale di risveglio nelle componenti di fondo, ma che potrebbe anche indicare l’avvicinarsi del picco: molto dipenderà dal petrolio e dalla capacità dei rincari energetici di trasmettersi stabilmente al resto dell’economia.

I mercati, in genere, guardano avanti. Quando sono arrivate notizie di una possibile disponibilità dell’Iran a negoziare con gli Stati Uniti, il petrolio è sceso e sia le azioni sia le obbligazioni sono salite. Le azioni hanno beneficiato della prospettiva di costi di produzione più bassi. Le obbligazioni hanno beneficiato dell’attesa di tassi d’interesse più contenuti, che significa rendimenti in calo e prezzi dei titoli in rialzo. Per Salcioli il mercato obbligazionario, in questa fase, reagisce più alle attese sul petrolio che al dato corrente sull’inflazione, e sembra già guardare oltre il picco. Chi compra protezione quando l’inflazione è al massimo rischia quindi di pagarla a un prezzo che sconta già un carovita alto.

Come funzionano i titoli di Stato legati all’inflazione?

I titoli di Stato indicizzati all’inflazione rivalutano il capitale in base all’aumento dei prezzi, e pagano cedole calcolate sul capitale rivalutato. La loro cedola, quindi, è un rendimento reale, al quale si aggiunge l’inflazione effettivamente registrata. Il Tesoro italiano ne emette due tipi. I BTp Italia sono legati all’inflazione italiana, misurata dall’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI) senza tabacchi. I BTp€i sono legati all’inflazione dell’area euro, misurata dall’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) esclusi i tabacchi. In caso di deflazione, cioè di calo dei prezzi, a scadenza viene comunque rimborsato almeno il valore nominale.

I BTp indicizzati hanno il vantaggio di non esporre al rischio di cambio, né al rischio economico e politico di altri Stati. Godono inoltre del regime fiscale dei titoli di Stato: interessi e rivalutazione sono tassati al 12,5%, invece del 26% previsto per la maggior parte degli altri investimenti finanziari, sono esenti dall’imposta di successione e non si contano nel calcolo dell’ISEE fino a un valore di 50.000 euro.

La scelta tra i due tipi dipende dall’inflazione a cui si è esposti e dai prezzi di mercato. Jacopo Ceccatelli, responsabile capital markets e del centro di ricerca The Lighthouse di Banca Finint, ritiene che il momento non sia il più adatto per comprare titoli indicizzati, perché difficilmente l’inflazione italiana continuerà a salire al ritmo di ottobre, salvo nuove crisi energetiche: nel breve termine si rischia di pagare una copertura già rivalutata. Secondo Ceccatelli, i BTp Italia sono diventati cari dopo un forte rialzo dei prezzi, e risultano più interessanti i BTp€i con scadenza tra il 2029 e il 2031, che incorporano attese di inflazione intorno al 2,25%, meno della metà del dato italiano di ottobre e vicine all’obiettivo del 2% della Banca centrale europea. Se l’inflazione tornasse a salire, questi titoli ne beneficerebbero.

Cos’è l’inflazione di pareggio e come si usa?

Per capire se un titolo indicizzato conviene, bisogna confrontarlo con un BTp ordinario, a tasso fisso, della stessa durata. La differenza tra il rendimento del BTp nominale e il rendimento reale del titolo indicizzato è la break-even inflation, o inflazione di pareggio: è l’inflazione media che il mercato si aspetta per gli anni di vita del titolo, ed è già incorporata nel suo prezzo. Se l’inflazione effettiva, in media, sarà più alta della break-even, il titolo indicizzato renderà di più del BTp ordinario. Se sarà più bassa, renderà di più il BTp ordinario.

Christian Zorico, responsabile delle strategie a reddito fisso di Frame Asset Management, ha messo a confronto alcune scadenze. Sulla scadenza maggio 2028, il BTp nominale rendeva circa il 3,40%, contro lo 0,75% reale dell’indicizzato: l’inflazione di pareggio era al 2,65%. Sulla scadenza agosto 2031, il nominale rendeva il 3,90% e l’indicizzato l’1,57% reale, con un pareggio al 2,33%. Sulle scadenze brevi, quindi, l’inflazione necessaria perché l’indicizzato convenga è più alta. Zorico ritiene che il medio termine offra le opportunità migliori, e ricorda che la scelta va fatta sul rendimento a scadenza, non sulla sola cedola, tenendo conto del prezzo di acquisto.

Paola ha 20.000 euro da investire fino al 2031 ed è indecisa tra il BTp ordinario, che rende il 3,90%, e il BTp€i della stessa scadenza, che rende l’1,57% reale più l’inflazione europea. Il pareggio è al 2,33%. Se negli anni successivi l’inflazione dell’area euro sarà in media del 3%, il BTp€i le renderà circa il 4,6% all’anno, più del titolo ordinario. Se l’inflazione tornerà in media al 2%, il BTp€i le renderà circa il 3,6%, meno del 3,90% del BTp ordinario. Comprando l’indicizzato, Paola paga in anticipo un’assicurazione contro un’inflazione più alta di quella attesa dal mercato.

Perché i titoli indicizzati lunghi sono più rischiosi?

La protezione sul lungo periodo sembra costare meno. Secondo Zorico, sul decennale il BTp legato all’inflazione europea rendeva il 2,30% reale, contro il 4,40% nominale del titolo ordinario, con un pareggio al 2,10%. Il prezzo da pagare è una maggiore esposizione alle oscillazioni dei rendimenti reali. Il valore di un titolo a lunga scadenza scende quando salgono i tassi d’interesse, e un titolo indicizzato lungo può perdere valore anche se l’inflazione resta alta, se nel frattempo salgono i rendimenti reali di mercato. Chi lo vende prima della scadenza può subire una perdita.

Ceccatelli invita a non confondere il possibile raffreddamento dell’inflazione con la sua scomparsa. Nel medio periodo peseranno il reshoring, cioè il ritorno vicino ai confini nazionali di filiere produttive spostate in passato nei Paesi in via di sviluppo per risparmiare, i rischi geopolitici e possibili nuove tensioni sulle materie prime. Per un portafoglio diversificato, secondo Ceccatelli, una quota di titoli a tre-cinque anni può funzionare come assicurazione contro sorprese sui prezzi, scegliendo quelli più a buon mercato e acquistandoli preferibilmente quando le aspettative di inflazione si sono un po’ ridimensionate.

Le azioni proteggono dall’inflazione?

Le azioni proteggono dall’inflazione solo su periodi molto lunghi. Di solito l’aumento dei prezzi pesa sui mercati azionari, ma non sempre: il risultato dipende da cosa guida l’inflazione, dal livello di partenza, dalla crescita economica e dalla reazione delle banche centrali. Per i gestori interpellati da Plus24, le azioni dovrebbero battere l’inflazione grazie alla crescita degli utili solo in orizzonti di dieci-quindici anni e oltre. Dal 2000, anno del picco della bolla delle società internet, gli indici azionari S&P 500 ed EuroStoxx 600, con i dividendi reinvestiti, hanno superato l’inflazione, ma ci sono voluti più di dodici anni.

Le azioni possono essere considerate in parte attività reali. Jacob Vijverberg, responsabile dell’asset allocation di Aegon Am, osserva che le società possiedono beni produttivi, marchi e proprietà intellettuale, e generano ricavi vendendo prodotti e servizi: nel tempo, il valore di questi beni dovrebbe crescere almeno quanto l’inflazione, e nel complesso gli utili dovrebbero fare lo stesso. Nel breve periodo, però, le azioni non sono una copertura efficace, perché il pricing power, cioè la capacità di un’azienda di alzare i prezzi senza perdere clienti, cambia molto da un settore all’altro e da un’impresa all’altra.

Quali settori resistono meglio all’aumento dei prezzi?

La risposta dipende dal fatto che l’inflazione si accompagni a una crescita economica solida o a un rallentamento. Secondo Alessio Rizzi, responsabile azionario di Ubs Am, in entrambi i casi i settori dell’energia e delle materie prime tendono a beneficiare dell’aumento dei prezzi, che si traduce direttamente in ricavi più alti per le società produttrici. Quando l’inflazione elevata si combina con una crescita solida, l’aumento dei ricavi in termini nominali favorisce gli utili delle imprese, e vanno bene anche i settori ciclici come quello finanziario e quello industriale. Quando invece i prezzi restano alti mentre la crescita rallenta, uno scenario vicino alla stagflazione, sono favoriti i comparti difensivi come le utility, mentre soffrono i settori più legati alla domanda, come i beni di consumo non essenziali.

Ogni settore ha un comportamento specifico. L’energia è quello che guadagna di più quando l’inflazione è trainata dal petrolio e dal gas, come mostrano i risultati trimestrali delle compagnie petrolifere. Le utility hanno spesso ricavi legati all’inflazione, attraverso tariffe regolamentate o meccanismi automatici di adeguamento dei prezzi, ma sono anche molto indebitate, e l’aumento dei tassi fa crescere il costo dei loro finanziamenti, riducendo in parte il vantaggio. Le banche possono inizialmente beneficiare del rialzo dei tassi, che allarga il margine tra interessi attivi e passivi, ma il vantaggio svanisce se la stretta monetaria rallenta l’economia, riduce la domanda di prestiti e aumenta i crediti non restituiti. I beni di consumo di prima necessità tendono a resistere, ma aumenti prolungati dei prezzi possono spingere i consumatori verso prodotti di fascia più bassa.

Anche le società immobiliari quotate possono offrire protezione nel lungo periodo, perché gli affitti e i costi di costruzione tendono a crescere nel tempo. Vijverberg avverte però che, nella fase iniziale di un aumento dell’inflazione, le società immobiliari più indebitate tendono a fare peggio del mercato, per l’effetto del rialzo dei tassi sui loro debiti.

La casa data in affitto batte l’inflazione?

Comprare un appartamento per affittarlo è da sempre uno degli investimenti preferiti dagli italiani. Per capire se ha davvero protetto il risparmio, Scenari Immobiliari ha simulato per Il Sole 24 Ore l’investimento in un bilocale in zona semicentrale, comprato nel 2006, affittato per vent’anni e rivenduto nel 2026, in tre città: Roma, Milano e Napoli. Il calcolo tiene conto degli affitti incassati, della rivalutazione della casa, delle imposte, delle spese di gestione e manutenzione, degli interessi sul mutuo e dei costi di acquisto e vendita, e poi dell’inflazione.

A Roma l’appartamento, comprato per 270.000 euro, vale 400.000 euro nel 2026, con una crescita nominale del 48,1%. Il canone mensile passa da 1.200 euro nel 2006 a 1.300 euro nel 2014 e a 1.400 euro nel 2022, per un totale di 307.200 euro di affitti in vent’anni, dai quali vanno sottratti circa 213.400 euro tra imposte, spese, manutenzione e interessi sul mutuo. Il guadagno nominale complessivo è di 198.796 euro, che al netto dell’inflazione diventano circa 132.400 euro in potere d’acquisto del 2026. Il rendimento reale annuo è del 2,44%.

Milano dà il risultato migliore. L’appartamento costa 300.000 euro nel 2006 e vale 450.000 euro nel 2026, con una crescita del 50%. I canoni vanno da 1.300 a 1.600 euro dal 2022, per un totale di 336.000 euro. Il prezzo più alto richiede un mutuo più consistente, di 200.000 euro, con interessi complessivi più elevati che a Roma, ma i canoni più alti e la rivalutazione dell’immobile compensano i maggiori costi del finanziamento. Il guadagno nominale è di circa 226.100 euro, che diventano 154.300 euro al netto dell’inflazione, con un rendimento reale annuo del 2,62%.

A Napoli il risultato è molto più modesto. L’appartamento costa 190.000 euro e vale 250.000 euro nel 2026, con un aumento del 31,6%. Gli affitti vanno da 800 a 950 euro dal 2022, per un totale di 204.000 euro. Il guadagno nominale è di 89.100 euro, quello reale di circa 31.600 euro, con un rendimento reale annuo dello 0,77%. Il valore della casa, da solo, è cresciuto meno dell’inflazione cumulata nel periodo, stimata in circa il 42,4%: l’immobile ha perso una parte del suo valore in potere d’acquisto, e sono stati soprattutto gli affitti a rendere positivo il risultato complessivo.

Alberto vuole investire 300.000 euro, in parte con un mutuo, in un appartamento da affittare. La simulazione di Scenari Immobiliari gli mostra che la stessa somma, in città diverse, può produrre un rendimento reale da meno dell’1% a oltre il 2,5% l’anno. Prima di comprare, Alberto confronta il canone che può ottenere con il prezzo, le spese condominiali, le imposte e la rata del mutuo, e verifica se nella zona i prezzi delle case sono cresciuti negli anni almeno quanto l’inflazione. Se i prezzi sono fermi, il rendimento dipenderà quasi solo dagli affitti, e un periodo senza inquilino o un affittuario che non paga possono azzerarlo.

Quali regole fiscali pesano sul rendimento della casa in affitto?

Il rendimento reale di un immobile in affitto dipende molto dalle tasse. Sui canoni si può scegliere la cedolare secca, un’imposta sostitutiva dell’IRPEF e delle addizionali con aliquota del 21%, ridotta al 10% per i contratti a canone concordato nei Comuni previsti dalla legge; in alternativa, i canoni si sommano agli altri redditi e sono tassati con le aliquote IRPEF. Ogni anno si pagano poi l’IMU, salvo che si tratti dell’abitazione principale, e le spese di manutenzione straordinaria a carico del proprietario.

Al momento della vendita, la plusvalenza, cioè la differenza tra il prezzo di vendita e quello di acquisto aumentato dei costi, è tassata solo se l’immobile viene rivenduto entro cinque anni dall’acquisto, salvo alcune eccezioni come l’abitazione principale per la maggior parte del periodo di possesso (art. 67 d.P.R. n. 917/1986). Chi tiene la casa per vent’anni, come nella simulazione, non paga imposte sulla rivalutazione. Al rendimento vanno infine sottratti i costi dell’acquisto e della vendita, come le imposte sul trasferimento, il notaio e la provvigione dell’agenzia, che pesano di più quanto più breve è il periodo di possesso.

Come si costruisce un portafoglio che resiste al carovita?

Nessuno strumento protegge da solo e in ogni fase. I titoli indicizzati coprono dall’inflazione effettiva, ma possono costare troppo quando le attese sono già alte, e quelli lunghi oscillano molto di prezzo. Le azioni battono l’inflazione nel lungo periodo, ma possono perdere valore per anni. Gli immobili proteggono soprattutto grazie agli affitti, ma richiedono grandi somme, sono difficili da vendere rapidamente e hanno rendimenti molto diversi da una città all’altra.

Dalle analisi raccolte emergono alcune indicazioni. Sui titoli di Stato, gli esperti preferiscono le scadenze di medio termine, tra tre e cinque anni, e in questa fase gli indicizzati all’inflazione europea rispetto ai BTp Italia, valutando il rendimento a scadenza e l’inflazione di pareggio, e non la sola cedola. Sulle azioni serve un orizzonte di almeno dieci anni, con una diversificazione tra settori che si comportano in modo diverso a seconda che l’inflazione si accompagni a crescita o a rallentamento. Sul mattone, la casa a reddito ha battuto l’inflazione nelle grandi città, ma con rendimenti reali di pochi punti percentuali e grazie soprattutto agli affitti. Il denaro che serve nei mesi successivi va comunque tenuto in strumenti liquidi, ma chi lascia fermi sul conto risparmi destinati al lungo periodo accetta di perdere ogni anno una parte del loro valore.


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