Roma – Guerre asimmetriche, Davide contro due Golia: come l’Iran resiste a Israele e Stati Uniti. INFOGRAFICA
La sproporzione di forze non basta, da sola, a garantire una vittoria rapida al contendente più forte. Il caso più estremo di questa dinamica è oggi in corso in Medio Oriente, dove dal 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele conducono un’operazione militare congiunta contro l’Iran. Per molti analisti si tratta di una vera e propria “terza guerra del Golfo”: l’operazione israeliana ha preso il nome di “Ruggito del Leone”, quella statunitense “Furia epica”. Non un conflitto a due, come ad esempio quello ucraino (anche se il ruolo della Nato, in quel teatro operativo, è decisivo), ma a tre: due delle maggiori potenze militari del pianeta contro una singola media potenza regionale, in uno degli squilibri di forza più netti della storia militare recente. Eppure, a distanza di mesi, l’obiettivo dichiarato da Washington — smantellare la capacità militare e missilistica iraniana, ed azzerare il programma nucleare di Teheran — resta lontano dall’essere raggiunto.
I NUMERI DI UNO SQUILIBRIO QUASI INCOLMABILE
Prima di capire come l’Iran abbia retto a questo doppio urto, vale la pena fissare la scala della sproporzione con cui Teheran si confronta.
Gli Stati Uniti restano, sotto ogni parametro quantificabile, la prima potenza militare del mondo: un bilancio della difesa che supera gli 850 miliardi di dollari l’anno, circa 1,3 milioni di militari attivi, una rete di basi in oltre settanta Paesi e una capacità di proiezione di forza — portaerei, bombardieri strategici, sottomarini nucleari — che nessun altro Paese al mondo possiede nella stessa misura. In termini di quota sulla spesa militare mondiale, Washington da sola rappresenta circa il 37% del totale.
Israele, pur essendo una potenza regionale di dimensioni molto più piccole, resta uno degli eserciti qualitativamente più sofisticati del pianeta: circa 170.000 soldati attivi, quasi mezzo milione di riservisti mobilitabili in poche ore, un’aviazione basata sui caccia stealth F-35 e una capacità di intelligence e di guerra cibernetica tra le più avanzate al mondo. A tutto questo si aggiunge, come si è visto nel corso del conflitto, un accesso diretto e pressochè illimitato all’arsenale e alla logistica statunitensi.
L’Iran, di fronte a questa combinazione, si presenta su una scala completamente diversa: un bilancio militare che oscilla tra i 20 e i 30 miliardi di dollari l’anno — meno del 4% di quello americano — circa 600.000 effettivi tra regolari e paramilitari, nessuna arma nucleare operativa, nessuna marina d’altura, una aeronautica militare basata in parte su velivoli risalenti agli anni Settanta, come gli F-4 e i MiG. In termini di spesa militare globale, l’Iran pesa appena lo 0,3% del totale mondiale: un rapporto di oltre cento a uno rispetto agli Stati Uniti, a cui si somma la potenza aggiuntiva di Israele.
COLPIRE ALLA TESTA: L’INIZIO DELLA GUERRA
L’entità dell’attacco iniziale riflette proprio questa asimmetria di potenza. Il raid del 28 febbraio non si è limitato a colpire siti militari: ha preso di mira anche sedi governative, assassinando diversi funzionari iraniani, tra cui la Guida suprema Ali Khamenei, un atto che segna uno dei momenti più drammatici del confronto tra i due Paesi degli ultimi decenni, avvenuto peraltro durante negoziati in corso tra Iran e Stati Uniti sul programma nucleare iraniano. L’attacco portato da Usa ed Israele è stato di una potenza devastante: ad esempio, contro le infrastrutture missilistiche sotterranee, gli Stati Uniti hanno impiegato armamenti di rara potenza distruttiva, le bombe ‘bunker buster’ da 14 tonnellate ciascuna — quattordici volte il peso di una bomba media — capaci di penetrare in profondità nel sottosuolo per colpire le cosiddette “città dei missili”, i grandi depositi sotterranei in cui l’Iran conserva le proprie scorte.
I toni dei vertici dell’amministrazione americana, nelle prime settimane, sono stati trionfalistici: il 9 marzo, dieci giorni dopo l’inizio della guerra, Donald Trump ha dichiarato che i missili iraniani erano stati ridotti a pochi esemplari e che l’Iran non aveva più nulla in termini militari. Un mese dopo, con l’entrata in vigore del cessate il fuoco dell’8 aprile, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha affermato che le capacità missilistiche iraniane erano “funzionalmente distrutte”, con stazioni di lancio e munizioni “decimate”. A giugno la stessa amministrazione ha corretto parzialmente il tiro, ammettendo che all’Iran fosse rimasto circa il 20% delle proprie scorte di missili: un dato probabilmente sottostimato e comunque tutt’altro che marginale, che racconterebbe già da solo perché la guerra non si sia conclusa in poche settimane.
COME L’IRAN HA RETTO: LA STRATEGIA DELLA DISPERSIONE
La domanda centrale, a questo punto, è: come ha fatto un Paese con un bilancio militare cento volte inferiore a quello americano a resistere per mesi a un attacco congiunto di Washington e Tel Aviv? La risposta, secondo gli analisti militari, sta in una scelta dottrinale precisa, maturata negli anni precedenti al conflitto: non inseguire la parità convenzionale — impossibile — ma costruire un sistema capace di sopravvivere al primo colpo e di continuare a infliggere danni anche dopo aver perso la supremazia aerea.
Il fulcro di questa strategia è la cosidetta dispersione, individuata e descritta da diversi analisti. L’Iran non ha mai perseguito la supremazia aerea, puntando invece sul dominio missilistico dello spazio aereo: anziché concentrare le proprie infrastrutture militari in basi od infrastrutture di superficie — dove sarebbero state facili bersagli per l’aviazione nemica — gli arsenali missilistici, le strutture di lancio e gran parte della produzione sono stati dispersi nelle vaste aree geografiche del Paese e sepolti in profondità all’interno di città missilistiche sotterranee e catene montuose. È una logica opposta a quella della guerra convenzionale novecentesca: non difendere un punto, ma rendere impossibile l’individuazione di un “centro di gravità” unico da colpire.
A questo si aggiunge un secondo elemento, di natura più economica che militare: il costo asimmetrico degli armamenti. Mentre l’Occidente spende milioni di dollari per ogni intercettore missilistico, l’Iran e i suoi alleati ne spendono centinaia per i vettori a basso costo — droni, missili semplificati, imbarcazioni armate — capaci comunque di saturare o aggirare sistemi di difesa molto più sofisticati e costosi. È lo stesso principio già visto nel confronto tra Russia e Ucraina: un vettore economico può neutralizzare, o quantomeno logorare, un sistema difensivo dieci o cento volte più costoso.
Un’analisi dell’ISPI conferma questa lettura sul piano strategico: la progressiva neutralizzazione dei sistemi di lancio iraniani da parte di Stati Uniti e Israele produce certamente un’asimmetria quantitativa e qualitativa crescente, ma non elimina automaticamente la capacità iraniana di imporre costi. Anzi, paradossalmente, le perdite subite hanno spinto Teheran verso un impiego più selettivo e conservativo delle risorse residue: preservare i sistemi di lancio superstiti, sfruttare la dispersione e la copertura del territorio, distribuire l’azione su più aree operative senza ricorrere a picchi di intensità che esporrebbero le poche risorse rimaste. Il calo del 90% delle intercettazioni di missili iraniani osservato dopo il decimo giorno di guerra, secondo alcune fonti, non riflette dunque solo l’efficacia dei bombardamenti congiunti su lanciatori e depositi, ma anche — secondo altre letture — una scelta consapevole di razionamento delle scorte residue.
UN FRONTE CHE SI ALLARGA: PROXY E TEATRI MULTIPLI
Il terzo pilastro della resistenza iraniana è la capacità di allargare il conflitto ben oltre i propri confini, coinvolgendo una rete di alleati non statali capace di colpire obiettivi americani e israeliani in tutta la regione senza che Teheran debba esporre direttamente il proprio territorio o il proprio arsenale residuo. Il coinvolgimento degli alleati regionali di Teheran ha moltiplicato i fronti aperti: il 2 marzo Hezbollah ha iniziato a lanciare razzi verso Israele come atto di rappresaglia per l’uccisione di Khamenei, mentre gli Houthi yemeniti hanno colpito ripetutamente il traffico marittimo internazionale. Una delle applicazioni più efficaci di questa strategia, secondo un’analisi pubblicata da Difesa Online, è stata l’impiego coordinato da parte degli Houthi di missili da crociera antinave e droni ad ala fissa della serie Shahed-136 lungo lo stretto di Bab el-Mandeb: un vettore tecnologico relativamente economico, capace comunque di alterare le rotte della navigazione commerciale globale, mantenendo formalmente l’Iran al di fuori del perimetro diretto del conflitto cinetico. Una logica di “guerra per procura” applicata su scala regionale e in tempo reale.
A questo si somma una dimensione meno visibile ma altrettanto rilevante, quella cyber: Teheran è considerata da anni una delle potenze informatiche più aggressive e dinamiche al mondo, con una storia di attacchi distruttivi che risale fino al 2012 e che nel 2026 si è tradotta in campagne di sabotaggio informatico e phishing mirato contro infrastrutture critiche, sanitarie ed energetiche israeliane e statunitensi: un ulteriore fronte capace di infliggere costi senza richiedere un solo missile.
IL PREZZO INTERNO DELLA RESISTENZA
Se sul piano militare l’Iran è riuscito a evitare il collasso, il prezzo pagato sul fronte interno appare tutt’altro che trascurabile, e mette in luce il limite strutturale di qualunque strategia di resistenza asimmetrica prolungata. Già tra la fine del 2025 e il gennaio 2026, prima ancora dello scoppio della guerra, l’Iran era stato investito da una nuova ondata di proteste, innescata dal crollo del riyal, dall’inflazione e dal peggioramento delle condizioni economiche causato dalle sanzioni statunitensi, poi estesasi a una contestazione politica più ampia. Il conflitto ha acuito queste fratture: a maggio 2026 lo stesso presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ammesso pubblicamente il rischio di una implosione interna più che di una sconfitta militare, dichiarando in un discorso televisivo che il Paese “non può essere conquistato con missili, bombe e aerei”, ma può esserlo “con la divisione, le fratture e i conflitti” tra le sue stesse componenti politiche. Nello stesso periodo, un alto esponente del regime ha pubblicamente criticato la gestione governativa della crisi nello stretto di Hormuz, lamentando l’assenza di indicazioni chiare da parte della presidenza.
È un dettaglio che conferma quanto visto nel caso russo-ucraino: anche quando la resistenza militare regge, il logoramento economico e politico interno può rivelarsi, nel medio periodo, la minaccia più concreta per chi si oppone a un avversario molto più forte — più della singola battaglia perduta sul campo.
LA LEZIONE IRANIANA
Il caso iraniano porta all’estremo la logica già osservata parlando di guerre asimmetriche: non basta più dire che la superiorità tecnologica o numerica non garantisca la vittoria. Il conflitto in corso mostra che un divario di potenza di oltre cento a uno può essere reso quasi irrilevante da tre scelte strategiche precise: disperdere e nascondere le proprie risorse critiche, sostituire la qualità con la quantità di vettori a basso costo e allargare il conflitto su più teatri attraverso alleati regionali, diluendo la superiorità dell’avversario su un fronte che non può più essere circoscritto. Il costo di questa resistenza, tuttavia, è possibile che non scompaia: si può spostare dal campo di battaglia al fronte interno, sotto forma di crisi economica, proteste e fratture politiche. Nelle guerre asimmetriche del nostro tempo la forza pura si è fatta sempre più difficile da tradurre in vittoria, ma la resistenza, quando dura abbastanza a lungo, rischia di presentare comunque un conto.
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Alessio Ramaccioni
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