Il 4 giugno ricorre il trentasettesimo anniversario della protesta di Tienanmen a Pechino e del massacro che ne seguì. L’evento viene spesso rappresentato con una sola immagine: un eroico manifestante solitario fermo davanti a un carro armato, che non osa schiacciarlo. Quell’immagine è rimasta impressa. La comprensione di quanto accaduto, no.
Tienanmen non si limitò a una piazza, e nemmeno la violenza che ne seguì. Le manifestazioni si diffusero in tutta la Cina e la risposta del regime colpì tutto il Paese. Quello che viene ricordato come un episodio circoscritto fu in realtà uno scontro tra il partito al potere e il suo stesso popolo. Questo esito non può sorprendere chiunque conosca la storia del Partito comunista cinese che sempre, fin dalle prime fasi di presa del potere, ha fuso ideologia e coercizione. Mao Zedong lo ha proclamato chiaramente: «Il potere politico nasce dalla canna del fucile».
Non era semplice retorica, quella frase definisce l’ideologia del regime comunista. Le campagne di riforma agraria, la collettivizzazione, il Grande balzo in avanti e la Rivoluzione culturale hanno dimostrato la costante volontà di ricorrere massicciamente alla forza pur di mantenere il controllo: il Grande balzo in avanti ha sterminato per fame decine di milioni di persone e la Rivoluzione culturale ha distrutto istituzioni, sconvolto l’ordine sociale e scatenato la violenza su un’intera generazione. La violenza non è stata un’aberrazione. È stata (ed è ancora) un modus operandi.
Il regime comunista non è semplicemente un sistema autoritario: è una dittatura comunista totalitaria. Una tirannide criminale che mira a controllare non soltanto le linee della politica, ma anche il pensiero, la memoria e la verità storica stessa. Piazza Tienanmen non ha rappresentato una deviazione da questo sistema: lo ha confermato. Nel 1989 le riforme economiche avevano modificato alcuni aspetti della società cinese, ma la struttura dell’autorità politica è rimasta intatta. Quando le proteste si sono diffuse in tutto il Paese, il regime non le ha considerate un’espressione civica, ma una sfida diretta all’autorità: ha dichiarato la legge marziale, ha dispiegato l’Esercito di liberazione popolare e ha applicato l’uso letale della forza.
Il numero di morti a Pechino è noto, quello delle vittime fuori dalla capitale no. In città come Chengdu fonti attendibili hanno indicato che decine, forse centinaia, di persone sono state uccise nei giorni successivi alla repressione iniziale. Le proteste si sono estese ad altri grandi centri urbani, anche se il regime ha censurato la vera portata della violenza. Le cifre ufficiali parlavano di centinaia di vittime, ma stime indipendenti hanno calcolato un numero di morti nell’ordine di migliaia, e altre fonti denunciavano un numero ancora maggiore. Secondo valutazioni storiche e diplomatiche più attendibili, il bilancio delle vittime probabilmente è tra mille e tremila. Mentre in base ad altre fonti di intelligence e a resoconti di dissidenti le cifre sono circa cinquemila.
L’impossibilità di stabilire un numero preciso non è casuale, non la si deve a una documentazione carente: rispecchia la natura del regime, è controllo, censura. Il regime non si è limitato a reprimere il dissenso ma ha eliminato anche il ricordo del dissenso. Al posto di un resoconto completo è rimasto un simbolo, un’immagine fotografica che oscura tanto quanto rivela. Come ha scritto George Orwell: «Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato».
Dopo la repressione iniziale il regime non ha proseguito con le uccisioni in massa, ha dato invece inizio a una repressione mirata: arresti, detenzioni, esecuzioni selettive e imposizione del silenzio come futura memoria. Tienanmen è stato un episodio di violenza concentrata seguito da un’amnesia storica imposta.
Lo stesso schema è visibile oggi in Iran, e di portata tale che merita attenzione. Dalla fine del 2025 le proteste si sono diffuse, raggiungendo decine di città e province. Non si trattava di disordini isolati, ma dell’espressione di un’opposizione al regime iraniano a livello nazionale: studenti, lavoratori e cittadini comuni sono scesi in piazza in numero tale da rendere evidente la vastità del malcontento.
La risposta di Teheran ha seguito la “logica” ben nota: le forze del regime, tra cui il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica e la milizia Basij, sono intervenute immediatamente per soffocare nel sangue le manifestazioni. Hanno sparato proiettili veri, hanno mobilitato cecchini ed eseguito arresti di massa. Sono stati imposti blackout di internet per impedire comunicazioni e documentazioni. Gli ospedali hanno riferito di aver curato innumerevoli feriti da arma da fuoco, mentre la verifica indipendente diventava sempre più difficile via via che lo Stato rafforzava il controllo sulle informazioni.
Il numero dei morti è controverso, l’entità no. I rapporti sui diritti umani hanno confermato la morte di migliaia di persone, stando a cifre verificate sono diverse migliaia e si indaga ancora su molti altri casi. Fonti mediche e resoconti interni parlano di un totale nettamente superiore, fino a decine di migliaia.
Numeri difficili da confermare perché così ha deciso il regime iraniano: i corpi sono stati portati via dagli ospedali, le famiglie obbligate al silenzio, ma i rapporti parlano di obitori sovraccarichi, sepolture di massa e sforzi sistematici per nascondere l’entità dei decessi. In alcuni casi le famiglie sarebbero state costrette a pagare per i proiettili usati nelle esecuzioni. Queste pratiche non sono incidentali: sono lo strumento di controllo studiato a tavolino per prolungare la repressione oltre le uccisioni per le strade.
Le esecuzioni capitali sono la prosecuzione della repressione. Persone accusate di aver partecipato alle proteste sono state sottoposte a procedimenti giudiziari farsa e messe a morte. La magistratura non è un’istituzione indipendente, ma un’estensione del potere del regime, anche i bambini ne sono stati vittime. Non è controllo della folla, è salvaguardia del regime, e il regime iraniano non è uno Stato autoritario convenzionale. È una dittatura teocratica autoritaria, in cui la politica si fonde con una pretesa legittimità religiosa del regime, e il dissenso viene trattato non soltanto come opposizione politica, ma come deviazione morale e ideologica.
Le due dittature, pur accomunate dal ricorso alla repressione sanguinaria e dalla consueta censura, mostrano aspetti diversi: mentre Tienanmen è stato un massacro seguito dal silenzio, in Iran il massacro iniziale è continuato in diverse forme. E anche la risposta internazionale è stata differente. Se di Tienanmen è rimasta un’immagine emblematica, che si è fissata nella memoria del mondo come simbolo di resistenza e di repressione, dell’Iran non abbiamo un momento altrettanto rappresentativo; la violenza è dispersa tra le città, frammentata e controversa nelle cronache.
Un evento concentrato diventa simbolo, un evento prolungato nel tempo diventa statistica, e si tende a considerare i due fatti separatamente: la Cina come Storia passata, l’Iran come attualità. Tuttavia questa distinzione è fuorviante, non si tratta infatti di episodi a sé stanti ma di diversi connotati di un regime: il cinese e l’iraniano differiscono nell’ideologia: uno ha radici nella dottrina comunista del marxismo-leninismo, l’altro nella concezione teocratica rivoluzionaria.
Come ha osservato Sun Yat-sen: «La base di una nazione è il suo popolo». In entrambi i casi i regimi hanno invertito questo principio: lo Stato viene preservato, anche a costo di sacrificare il popolo. Ideologie diverse, giustificazioni diverse, stessa logica del male e del potere. In entrambe l’autorità assoluta non è sottoposta a controllo; per entrambe il dissenso è illegittimo e il ricorso alla forza serve per zittire l’opposizione; entrambe controllano, manipolano e censurano le informazioni. In tali sistemi non esistono limiti significativi al potere e dove non ci sono limiti subentra la violenza.
La tradizione politica americana è nata da presupposti diversi, ossia che l’autorità è soggetta a vincoli, che i diritti esistono indipendentemente dallo Stato e che gli individui possiedono un diritto morale naturale che il potere deve riconoscere. Dove questi presupposti mancano, l’esito è prevedibile: la forza sostituisce la legittimità e il potere sostituisce la responsabilità.
La domanda non è se tali regimi agiscano in questo modo. La Storia ha già risposto. La domanda è se siamo disposti a riconoscere lo schema quando si ripresenta, anche quando manca un’immagine-simbolo della “logica” che lo definisce, e dovrebbe portarci a riconoscerlo nell’attuale situazione in Iran.
Piazza Tienanmen non è stata un’eccezione. È stato un precedente.
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Redazione ETI/Lamont Colucci
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