Il nucleare non è il nostro futuro


Non si tratta di essere pro o contro il nucleare. Si tratta di essere a favore di una scelta industriale che funzioni. La discussione parlamentare sulla legge delega sul nucleare coincide con la scomparsa di Gianni Mattioli, che con Massimo Scalia diede al movimento antinucleare una base scientifica

di Eugenio Patanè, assessore alla Mobilità di Roma Capitale

Proprio mentre la Camera apre oggi la discussione sulla legge delega del governo per il ritorno del nucleare in Italia, ci ha lasciati pochi giorni fa Gianni Mattioli che, insieme a Massimo Scalia, diede al movimento antinucleare italiano la cosa che ancora oggi più serve: una base scientifica. È una coincidenza che non si può eludere. Mattioli e Scalia hanno insegnato a generazioni di ambientalisti come si difende una posizione: con i numeri, non con gli slogan e il modo migliore per rendergli onore è discutere oggi il ddl Pichetto con lo stesso metodo. Perché, si sappia, nessuno ha paura di discutere questi temi. Loro non hanno avuto paura ad affrontare due referendum in Italia che hanno sconfitto l’ipotesi nucleare con percentuali di affluenza e di dissenso mai più ritrovate in alcun altro referendum della storia repubblicana. Dunque, non ci farebbe paura promuovere un terzo referendum.

Ma è bene cominciare dai numeri, soprattutto sulle questioni economiche che sembrano essere le sole che interessano i sostenitori del nucleare oggi in Italia.

Il rapporto Lazard 2025 colloca il fotovoltaico industriale a 38-78 dollari per MWh, l’eolico a 37-86, il nucleare di nuova costruzione a 180. Tre volte tanto. Dal 2009 a oggi il fotovoltaico è crollato dell’84%, l’eolico del 55%, mentre il nucleare è salito del 47%: due tecnologie che corrono in direzioni opposte. Sui costi infrastrutturali la storia recente è impietosa: Flamanville 3 doveva costare 3,3 miliardi ed entrare in servizio nel 2012, ne è costati 23,7 ed è stato connesso a dicembre 2024 con dodici anni di ritardo. La Corte dei Conti francese, a gennaio 2025, ha certificato che la sua redditività è “mediocre”: per ripagarlo, il MWh dovrebbe costare tra 138 e 199 euro. Gli EPR2 annunciati da Macron sono già passati da 51,7 a 67,4 miliardi prima ancora di partire. Solo il “Grand Carénage” per il vecchio parco vale 55 miliardi, più del Pnrr italiano per la transizione. Non sono cifre di Legambiente: sono i numeri dei magistrati contabili dello Stato francese.

“Ma allora come mai i francesi pagano la bolletta meno di noi?”. Una famiglia francese spende 700 euro l’anno contro 904 di una italiana (dati Eurostat). Sì, in Francia l’elettricità costa meno. Solo che quel prezzo riflette tre cose, e nessuna è il nucleare in sé: un parco ammortizzato da cinquant’anni che sta per essere sostituito a costi tripli; uno scudo tariffario pagato dai contribuenti francesi attraverso una Edf rinazionalizzata e indebitata per oltre 50 miliardi (in tasse, dunque, non in bolletta); e il fatto che l’Italia paga di più perché ha il 45% di gas nel mix elettrico contro il 6% francese, e il gas fa da prezzo-pilota nel merit order europeo. Il “modello francese” che il ministro Pichetto vorrebbe importare, insomma, sta scomparendo anche in Francia.

L’altro argomento che va per la maggiore è la necessità del nucleare per raggiungere l’autonomia energetica nazionale. Non voglio discutere del sapore vagamente sovranista della tesi, quanto sul merito: siccome l’Italia oggi importa risorse energetiche con il nucleare sarebbe autonoma. Ma l’Italia non ha uranio: lo importeremmo da Niger, Kazakistan, Canada, Australia. E la filiera mondiale dell’arricchimento è dominata da Rosatom, che controlla il 46% della capacità globale: nel 2024, in piena guerra in Ucraina, l’Unione Europea ha importato dalla Russia il 23% del suo uranio arricchito. Parlare oggi di “nucleare per l’autonomia nazionale” significherebbe dipendere da Vladimir Putin per accendere le luci di casa. L’autonomia energetica seria, invece, si costruisce a scala europea con REPowerEU, con i corridoi TEN-E, con una rete continentale in cui quando in Italia non c’è sole c’è vento sul Mare del Nord. Non si può pensare a come l’Italia diventa autonoma oggi dopo 30 anni di scelte fatte. Ma su come l’Europa diventa autonoma e a quale deve essere il ruolo dell’Italia in questa autonomia per la quale cominciare oggi a costruire centrali sarebbe senza senso. Questa è la differenza tra essere ostaggi ed essere europei.

Resta poi il nodo che nessuna ingegneria può sciogliere, e che Mattioli e Scalia posero per primi in Italia con la forza degli scienziati che sapevano di cosa parlavano: le scorie. Il plutonio-239 ha un’emivita di 24.000 anni; Onkalo, l’unico deposito geologico al mondo in fase avanzata, è progettato per 100.000 anni. Più della storia documentata dell’Homo sapiens. Stiamo discutendo di firmare contratti che vincolano generazioni che fra decine di migliaia di anni parleranno persino lingue sconosciute. E in Italia non abbiamo ancora deciso dove mettere le scorie che già abbiamo: ricordo bene, da consigliere regionale del Lazio, l’insurrezione popolare quando si parlò di un sito in provincia di Viterbo. Non possiamo assumere impegni che vincolino chi non può parlare. Le generazioni future non possono votare contro di noi. Tocca a noi non renderle ostaggi.

Una cosa va detta con chiarezza, perché nessuno accetterebbe il dogmatismo opposto: alla ricerca si dice sempre, SÌ. Smr, fusione, Iter, filiera scientifica — nessun pregiudizio. Tanto è vero che alle porte di Roma, al Centro Enea della Casaccia, il reattore TRIGA RC-1 funziona dal 1960 per radiofarmaci e ricerca, e nessun referendum lo ha mai messo in discussione. Ma una cosa è la ricerca, un’altra è la scelta industriale di costruire centrali oggi in Italia. Sono due piani diversi, e il ddl Pichetto li confonde.

Il piano industriale italiano dal 2026 al 2050 — quello che decide come accendere le luci, far funzionare le fabbriche, alimentare le auto elettriche dei nostri figli — deve essere parte del piano di autonomia europea e deve fondarsi su rinnovabili, accumuli, reti europee, efficienza. Perché lì sono i nostri talenti. Lì ogni euro produce risultati misurabili in un orizzonte ragionevole. Non sull’uranio comprato in Russia o nel Sahel.

Non si tratta di essere pro o contro il nucleare. Si tratta di essere a favore di una scelta industriale che funzioni. Le scelte industriali, a differenza delle fedi, prima o poi si misurano sui risultati. Gianni Mattioli e Massimo Scalia ce lo hanno insegnato per quarant’anni. Sarebbe il caso di ascoltarli, almeno adesso.

Leggi anche: “Addio a Gianni Mattioli, tra i padri dell’ambientalismo scientifico”

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Il nucleare non è il nostro futuro

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articolo di Eugenio Patanè, assessore alla Mobilità di Roma Capitale, sul nucleare

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Eugenio Patanè

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