Creme solari: meglio filtri minerali o chimici? Tutto quello che devi sapere prima di scegliere



Usare la crema solare è uno dei gesti più semplici che possiamo fare per prenderci cura della nostra pelle, eppure è ancora uno dei più sottovalutati. Molte persone la applicano solo in vacanza, solo quando il sole è forte, o solo quando ricordano di farlo. Altri la scelgono a caso, guardando il numero SPF senza sapere davvero cosa si nasconde dietro quella sigla o quali ingredienti stiano mettendo sulla pelle.

E quando si parla di filtri solari — minerali o chimici — la confusione cresce. Qual è la differenza? Uno è più sicuro dell’altro? Fanno male al mare? Sono domande legittime, che in molti si pongono ma a cui raramente trovano una risposta chiara. Eppure capire come funziona ciò che applichiamo ogni giorno, soprattutto d’estate, è il primo passo per farlo nel modo giusto.

I filtri solari possono essere diversi ma hanno tutti lo stesso obiettivo: proteggere la pelle dai raggi ultravioletti (UVA e UVB), responsabili di scottature, invecchiamento cutaneo precoce e aumento del rischio di tumori della pelle. In Europa, i filtri UV autorizzati nei cosmetici sono circa una trentina e vengono utilizzati in combinazioni diverse per garantire una protezione ad ampio spettro.

La differenza principale tra filtri minerali (detti anche fisici) e filtri chimici (detti anche organici) riguarda il loro meccanismo d’azione.

Filtri minerali

I filtri minerali agiscono principalmente come una sorta di “schermo” posizionato sulla superficie cutanea. I due più utilizzati sono l’ossido di zinco e il biossido di titanio, sostanze di origine naturale con una lunga storia d’uso in dermatologia e cosmetica.

Sono spesso definiti filtri “fisici” perché agiscono prevalentemente sulla superficie cutanea, una volta applicati, formano un film sulla pelle che contribuisce a riflettere, diffondere e assorbire la radiazione UV, riducendone la penetrazione negli strati cutanei. Restano quindi prevalentemente sulla superficie della pelle e non mostrano un assorbimento sistemico significativo nelle normali condizioni d’uso, inoltre la protezione è attiva già dal momento dell’applicazione, senza bisogno di attendere.

Tutto questo li rende particolarmente indicati per pelli sensibili, reattive o soggette a rossori, ma anche per i bambini, per cui spesso vengono preferiti proprio per la loro tollerabilità.

Un aspetto importante riguarda però la formulazione: il biossido di titanio è spesso utilizzato in forma nanometrica, cioè con particelle di dimensioni molto ridotte, per rendere le creme più trasparenti e piacevoli da applicare. Le versioni “non nano”, con particelle più grandi, tendono a lasciare una patina biancastra più visibile, un effetto che molti trovano sgradevole soprattutto su incarnati medi o scuri.

Le nanoparticelle migliorano quindi l’estetica del prodotto, ma presentano dei rischi? La loro sicurezza è stata ampiamente valutata a livello europeo e autorizzata entro limiti rigorosi nei cosmetici. Le discussioni scientifiche riguardano soprattutto condizioni specifiche di esposizione e forme d’uso particolari, più che l’impiego nei filtri solari applicati sulla pelle integra.

Filtri chimici

I filtri chimici funzionano in modo completamente diverso: non riflettono i raggi UV, ma li assorbono. Le molecole organiche contenute nella formula intercettano l’energia dei raggi solari e la convertono in una forma meno dannosa, generalmente calore, che viene poi disperso dalla pelle. È un meccanismo attivo, che richiede un’interazione diretta tra le molecole del filtro e la radiazione solare.

Esistono numerosi filtri chimici autorizzati, ognuno con caratteristiche diverse: alcuni proteggono prevalentemente dagli UVB (responsabili delle scottature), altri dagli UVA (che penetrano più in profondità e sono associati all’invecchiamento cutaneo), altri ancora offrono copertura su entrambi gli spettri. Per questo motivo, le formulazioni moderne tendono a combinare più filtri chimici insieme, in modo da ottenere una protezione davvero ad ampio spettro.

Un aspetto pratico da non trascurare è il tempo di attivazione: molte creme con filtri chimici necessitano di essere applicate circa 20–30 minuti prima dell’esposizione al sole. Questo perché le molecole devono distribuirsi uniformemente sulla pelle e legarsi agli strati superficiali per poter funzionare al meglio. Applicarle all’ultimo secondo, appena prima di tuffarsi in acqua, significa esporsi a una protezione ridotta.

Dal punto di vista cosmetico, i filtri chimici offrono però un vantaggio importante: tendono a dare formule più leggere, fluide e trasparenti, facilmente assorbibili e invisibili sulla pelle. Per questo sono spesso preferiti da chi ha la pelle grassa, da chi usa la protezione solare sotto il make-up quotidiano, o semplicemente da chi non sopporta la sensazione di “crema spessa” sul viso.

Ma sono pericolosi per la salute? Alcuni studi hanno rilevato che determinati filtri solari chimici possono essere assorbiti in piccole quantità dall’organismo, ma le autorità regolatorie considerano questi ingredienti sicuri nelle condizioni d’uso previste e le evidenze sugli effetti endocrini non sono conclusive.

Quale categoria di filtri è migliore?

Non esiste un filtro “migliore” in assoluto. Entrambe le tipologie vengono sottoposte a valutazioni e test di sicurezza rigorosi prima di essere autorizzate nei cosmetici in commercio — in Europa la normativa è particolarmente stringente — e nessuna delle due è intrinsecamente superiore all’altra in termini di protezione.

La ricerca cosmetica moderna, del resto, ha già superato la logica del confronto: molte formulazioni oggi sul mercato combinano filtri minerali e chimici insieme, sfruttando i punti di forza di entrambi. I minerali garantiscono una copertura immediata e stabile, i chimici completano lo spettro di protezione e migliorano la texture del prodotto. Il risultato è una formula più bilanciata, efficace e piacevole da usare.

Ma c’è un fattore che conta più di tutti gli altri, e che spesso viene sottovalutato: il modo in cui la crema viene applicata. Anche il miglior solare del mondo protegge poco se viene steso in quantità insufficiente, non riapplicato dopo il bagno o il sudore, o scelto senza considerare le esigenze della propria pelle.

In altre parole, la protezione solare migliore non è quella con gli ingredienti più sofisticati: è quella che usi davvero, nella giusta quantità e con la giusta costanza.

Attenzione all’ambiente marino

Negli ultimi anni la questione dell’impatto delle creme solari sugli ecosistemi marini ha guadagnato sempre più attenzione, sia nella comunità scientifica che nel dibattito pubblico. E non senza ragione. Alcune sostanze presenti nei filtri chimici, in particolare oxybenzone e octinoxate, sono state associate a effetti negativi sui coralli e sulla biodiversità marina (interferenze con la riproduzione, sbiancamento corallino, tossicità per alcune specie acquatiche).

La preoccupazione è diventata tale che alcune aree del mondo — le Hawaii sono state tra le prime, seguite da altre destinazioni tropicali — hanno introdotto restrizioni legislative su questi ingredienti nei prodotti solari venduti o usati sul territorio.

Tuttavia, la questione è più complessa: diversi studi indicano che non solo alcuni filtri chimici, ma anche i filtri minerali e altri componenti delle formule cosmetiche possono contribuire all’impatto ambientale. Il rilascio in mare di grandi quantità di prodotti solari resta infatti un fattore da considerare in generale.

E anche i comportamenti individuali fanno la differenza: evitare di applicare grandi quantità di crema poco prima di entrare in acqua, scegliere prodotti resistenti all’acqua per ridurne la dispersione, e aspettare che il prodotto sia assorbito prima di immergersi sono piccoli accorgimenti che, moltiplicati su milioni di persone, possono avere un impatto reale.

Fonti: Echa / European Commission / FDA

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 Francesca Biagioli

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