Fuga dalla natura: oggi 9 italiani su 10 vivono in città. Quali conseguenze per l’ambiente?



Certe trasformazioni si capiscono prima dal cancello di una casa chiusa che da un grafico. Il paesino con le persiane abbassate per undici mesi l’anno, la strada interna dove spunta l’ennesima insegna di affitto breve, il centro storico diventato scenografia gentile per chi arriva il venerdì e riparte la domenica. Poi c’è l’altra faccia, quella delle città dove si vive sempre più stretti, con palazzi, traffico, calore, affitti che mordono e quartieri che cambiano pelle più in fretta delle persone che li abitano. La parola tecnica è urbanizzazione. Sembra pulita, quasi neutra. Dentro, però, ci sono campi spariti, seconde case, pendolarismi, periferie, frazioni svuotate e una domanda molto concreta: quanto territorio abbiamo trasformato per vivere quasi tutti nello stesso modo?

Secondo la fotografia Istat sulle trasformazioni ambientali ed energetiche dell’Italia, oggi oltre 9 residenti su 10 vivono nei centri, mentre nel 1931 più di un quarto della popolazione presente, il 26,4%, era distribuita nelle frazioni comunali, cioè fuori dai centri abitati. Nel frattempo la popolazione è aumentata di quasi 20 milioni tra il 1931 e il 2025, e dal dopoguerra la densità degli edifici è cresciuta da 140 a 575 per chilometro quadrato nei centri, mentre fuori dai centri è passata da 2 a 9 edifici per chilometro quadrato. Fuori dal perimetro urbano questa crescita viene collegata anche alle seconde case, con aumenti più che doppi rispetto alla media nazionale in Lazio, Campania, Basilicata e Sicilia, e ancora più alti in Sardegna.

Dove sono finite le frazioni?

La fuga dalla natura italiana ha un andamento meno romantico di quanto si racconti. Nessun grande esodo da romanzo, nessuna valigia di cartone da mettere in cornice. Più semplicemente, in un secolo il Paese ha concentrato vite, servizi, lavoro, scuole, ospedali e possibilità nei centri abitati, lasciando il resto in una condizione strana: meno abitato in modo stabile, ma sempre più occupato a intermittenza. La seconda casa, vista da lontano, sembra una piccola conquista familiare. Vista dentro la trama del territorio diventa anche cemento, manutenzione, strade, reti, consumo di suolo, paesaggi che restano accesi nei ponti e spenti nei martedì di novembre.

Il dato sulle frazioni racconta proprio questo spostamento di peso. Nel 1931 una quota enorme di popolazione viveva fuori dai centri, dentro nuclei più piccoli, case sparse, campagne abitate, economie locali ancora legate alla prossimità. Oggi quella geografia umana si è ristretta. Le persone stanno nei centri, mentre fuori restano pezzi di territorio trasformati da usi nuovi: villeggiatura, investimento, turismo, case ereditate, case chiuse, case messe a reddito. Il documento Istat misura gli edifici e la distribuzione della popolazione, però dietro quei numeri si intravede un cambio di funzione: il paese smette di essere un luogo quotidiano e diventa, sempre più spesso, un bene da usare a tempo.

Qui entra anche la gentrificazione dei paesi, quella versione più silenziosa e meno raccontata della gentrificazione urbana. Nei borghi turistici, nelle località interne tornate “carine”, nei paesi del Sud che d’estate raddoppiano e d’inverno si svuotano, la casa perde una parte del suo mestiere principale: ospitare chi vive lì. Diventa stanza, esperienza, rendita, fine settimana, vetrina. Ogni nuovo B&B può sembrare una buona notizia, e spesso porta lavoro, recupera immobili, rimette in circolo economie fragili. Poi arriva il conto: meno case disponibili per chi resta, più prezzi fuori scala rispetto ai redditi locali, più centri storici apparecchiati per il passaggio che per la permanenza. Istat, in questa scheda, indica soprattutto la crescita edilizia fuori dai centri e il ruolo delle seconde case; basta quel filo per capire quanto il tema abitativo sia già scritto nel paesaggio.

Città più dense, città più calde

La concentrazione nei centri ha conseguenze ambientali molto fisiche. Più edifici significano più superfici artificiali, più strade, più impermeabilizzazione, più infrastrutture, più energia richiesta per far funzionare la vita ordinaria. Nel confronto europeo riportato da Istat, la copertura artificiale, cioè edifici, strade e altre superfici trasformate, arriva in Italia al 6,5% del territorio; in Germania sfiora l’8%, mentre la Spagna mantiene il livello più basso tra i quattro grandi Paesi considerati.

Il suolo italiano, intanto, ha cambiato pelle anche fuori dalle città. Negli ultimi cento anni la superficie agricola si è ridotta dal 70% del 1925 a poco meno del 40% del 2025, mentre la superficie forestale è cresciuta da poco meno del 20% al 33,6%. A leggerla così sembra una storia semplice, campi che arretrano e boschi che avanzano. Dentro ci sono l’evoluzione dell’economia agricola, la crescita degli insediamenti produttivi e infrastrutturali, l’aumento della popolazione e l’urbanizzazione. Il paesaggio diventa più boscoso in alcune aree e più artificiale in altre, con campagna, città e infrastrutture che si ridistribuiscono senza chiedere permesso a chi deve poi viverci.

La città, però, aggiunge un’altra pressione: il calore. Nel periodo 2006-2023, rispetto alla media climatica 1981-2010, nei 21 capoluoghi di regione italiani i giorni estivi sono aumentati da 101 a 114 e le notti tropicali da 38 a 49. Le temperature al suolo nel 2024 risultano più alte di 1,3°C in Italia rispetto al periodo 1991-2020, mentre nelle aree urbane pesa il fenomeno delle isole di calore. A Roma, misurata al Collegio Romano, la temperatura media cresce di circa 3 gradi dall’inizio degli anni Ottanta a oggi; a Berlino, Madrid e Parigi l’aumento osservato è di circa 2 gradi.

Questo significa che l’urbanizzazione in Italia pesa due volte: consuma e scalda. Consuma territorio quando moltiplica edifici, infrastrutture, superfici artificiali. Scalda perché la città trattiene calore, lo restituisce di notte, rende più faticoso abitare proprio nei luoghi dove si concentra la maggioranza della popolazione. La notte tropicale, quella in cui la minima resta sopra i 20 gradi, in un appartamento esposto male diventa sonno spezzato, ventilatore acceso, condizionatore per chi può permetterselo, finestre spalancate sul rumore. Ambiente e casa si toccano lì, sul cuscino.

Il paesaggio usato a metà

Il paradosso italiano sta in questa doppia pressione. Da una parte le città attraggono quasi tutti, perché lì si trovano lavoro, servizi, scuole, collegamenti, ospedali, reti sociali. Dall’altra i territori fuori dai centri vengono abbandonati come luoghi di vita continua e poi riscoperti come luoghi di consumo intermittente. Il borgo si svuota, poi diventa desiderabile. La campagna perde abitanti, poi guadagna case usate a stagione. La città si densifica, poi espelle chi fatica a reggere il costo della permanenza.

Parlare di ambiente, qui, vuol dire parlare anche di abitabilità. Un territorio con troppe case vuote nei paesi e troppe persone compresse nei centri funziona male. Produce spostamenti, sprechi, servizi difficili da tenere in piedi, paesaggi curati solo quando rendono, periferie tirate fino allo sfinimento. La natura resta sullo sfondo delle cartoline, mentre la vita quotidiana si concentra in luoghi sempre più caldi, costosi e costruiti.

I numeri Istat raccontano una trasformazione enorme senza bisogno di alzare la voce: meno superficie agricola, più boschi, più copertura artificiale, più residenti nei centri, più edifici per chilometro quadrato, più caldo nelle città. Dentro questa radiografia ci sono anche le case che spariscono dal mercato della vita normale e rientrano travestite da rendita. La fuga dalla natura, a quel punto, smette di essere una metafora. È una serratura nuova su una porta che prima dava su una casa.

Fonte: Istat

Ti potrebbe interessare anche:


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Ilaria Rosella Pagliaro

Source link

Di