Mentre il dibattito sulla transizione energetica si concentra su fotovoltaico ed eolico, la biomassa legnosa rappresenta già la principale fonte rinnovabile per il calore domestico. Il paradosso italiano è un patrimonio forestale in crescita, ma una filiera ancora troppo dipendente dalle importazioni
Nel racconto della transizione energetica europea c’è un protagonista che raramente conquista le prime pagine. Mentre l’attenzione pubblica si concentra su pannelli solari, pale eoliche e pompe di calore, la bioenergia continua a rappresentare la principale fonte rinnovabile dell’Unione europea per la produzione di energia termica. In Italia il suo peso è ancora più rilevante: quasi due terzi del calore rinnovabile destinato al riscaldamento delle abitazioni proviene dal legno, sotto forma di legna da ardere, pellet e cippato.
Secondo AIEL, l’Associazione italiana energie agroforestali, oltre un quarto delle famiglie italiane utilizza biomasse legnose per riscaldarsi. Una quota che racconta come questa tecnologia non appartenga al futuro, ma costituisca già oggi un pilastro del sistema energetico nazionale.
Eppure il settore vive una contraddizione strutturale. L’Italia possiede oltre 11 milioni di ettari di foreste – il 36,7% del territorio nazionale, una delle percentuali più elevate d’Europa – ma continua a importare oltre l’80% del legno lavorato dalla propria industria e una parte consistente delle biomasse energetiche, soprattutto pellet. Una dipendenza che non deriva dalla scarsità della risorsa, bensì dalla difficoltà di trasformare il patrimonio forestale in una filiera economica efficiente.
Un’economia che vale 72 mila occupati
La bioenergia non è soltanto una questione ambientale. È una filiera industriale composta da oltre 14 mila imprese, capace di generare un fatturato superiore ai 4 miliardi di euro e di garantire occupazione a circa 72 mila persone, con una particolare concentrazione nelle aree montane e interne del Paese.
La gestione attiva dei boschi produce infatti benefici che vanno ben oltre l’energia: riduce il rischio idrogeologico e gli incendi, favorisce la biodiversità, aumenta la capacità di assorbimento della CO₂ e contribuisce al presidio economico di territori spesso soggetti a spopolamento.
Per questo la biomassa legnosa viene considerata una fonte strategica anche sotto il profilo della sicurezza energetica. A differenza di sole e vento, è programmabile: può essere immagazzinata e utilizzata quando serve, garantendo continuità nella produzione di calore.
Il paradosso dei boschi che crescono
Negli ultimi cinquant’anni la superficie forestale italiana è raddoppiata. Ma l’espansione naturale dei boschi non coincide automaticamente con una maggiore disponibilità di legno utilizzabile.
«I boschi italiani sono spesso poco gestiti o addirittura abbandonati, soprattutto nelle aree montane, dove i costi di utilizzazione sono elevati e le infrastrutture forestali insufficienti», osserva Annalisa Paniz, direttrice generale di AIEL. A complicare il quadro contribuisce una proprietà estremamente frammentata, che rende difficile organizzare interventi coordinati e costruire filiere competitive.
I numeri fotografano con chiarezza questa distanza rispetto al resto d’Europa. Solo il 15,3% delle foreste italiane dispone di un piano di gestione, mentre il tasso di prelievo del legno si ferma al 33,4% della crescita annua, contro una media europea vicina all’81%. Non significa tagliare di più indiscriminatamente, ma utilizzare in modo sostenibile una risorsa che continua a crescere senza essere valorizzata.
La strategia della “cascata”
La nuova politica europea punta su un principio preciso: il legno deve essere impiegato più volte prima di diventare combustibile.
È il cosiddetto cascading use, recepito dalla direttiva RED III e dalla normativa italiana, secondo cui il materiale va destinato prioritariamente agli impieghi a maggiore valore aggiunto – edilizia, arredamento, prodotti in legno – per poi utilizzare sottoprodotti, scarti e biomassa non altrimenti valorizzabile nella produzione energetica.
Per le imprese significa investire in certificazione, tracciabilità e qualità delle filiere. Un cambiamento che trasforma la sostenibilità da vincolo normativo a fattore competitivo.
Il nodo della qualità dell’aria
Se sul fronte climatico il contributo della biomassa è ormai consolidato, resta aperto il confronto sulla qualità dell’aria.
Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, il riscaldamento domestico a combustibili solidi continua a rappresentare una delle principali fonti di particolato fine, soprattutto nelle aree più congestionate come la Pianura Padana. Il punto, però, non è tanto la biomassa quanto la qualità della combustione.
In Italia sono installati circa 8,9 milioni di generatori domestici alimentati a biomassa, ma quasi l’80% appartiene ancora a vecchie classi tecnologiche. Le moderne stufe e caldaie ad alta efficienza, alimentate con combustibili certificati come ENplus per il pellet o Biomassplus per legna e cippato, hanno ridotto drasticamente le emissioni rispetto agli impianti di precedente generazione.
La sfida diventa quindi accelerare il ricambio del parco installato, accompagnando l’innovazione tecnologica con formazione degli operatori e corretta informazione degli utenti.
Una risorsa per l’autonomia energetica
Il futuro della bioenergia italiana dipenderà meno dalla disponibilità di boschi e più dalla capacità di costruire una filiera integrata che colleghi foreste, industria del legno, produzione energetica e comunità locali.
Per AIEL le priorità sono chiare: investire nella gestione forestale sostenibile, rafforzare le imprese boschive, migliorare viabilità e logistica, favorire l’aggregazione della proprietà forestale e garantire un quadro normativo stabile che consenta alle aziende di pianificare investimenti di lungo periodo.
La vera partita, però, è anche culturale. La bioenergia continua a essere raccontata attraverso stereotipi che ne oscurano il ruolo strategico. Eppure poche fonti rinnovabili riescono oggi a coniugare decarbonizzazione, sicurezza energetica, valorizzazione del capitale naturale e sviluppo economico delle aree interne.
Trasformare gli 11 milioni di ettari di boschi italiani in una risorsa industriale significa, in definitiva, fare della transizione ecologica non soltanto una politica ambientale, ma una politica di sviluppo.
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