la sinistra ora punta sull’economia



Dagli Stati Uniti all’Europa, il centrosinistra cerca di recuperare lavoratori e ceto medio

Alla fine anche Alexandria Ocasio-Cortez ha dovuto riconoscere che qualcosa non ha funzionato. Interrogata sulle posizioni più estreme sostenute dalla sinistra americana – dal definanziamento della polizia alla volontà di cancellare il Thanksgiving perché considerato una celebrazione colonialista – ha liquidato quella stagione con una frase diventata virale: “Woke 1 was crazy”. Il primo woke era una follia.

Non è un’ammissione irrilevante. Ocasio-Cortez è stata il simbolo di una certa rivoluzione a sinistra, molto cara anche dalle parti del nostro Pd, ed è considerata l’erede politica di Bernie Sanders e viene già indicata tra i possibili protagonisti della corsa democratica alla Casa Bianca del 2028. Se persino lei prende le distanze dal linguaggio e dalle parole d’ordine del 2020, la crisi ideologica della sinistra americana non può più essere nascosta. Resta però da capire se si tratti di una revisione autentica o di un riposizionamento tattico imposto dai risultati elettorali. Il woke era nato da battaglie legittime contro le discriminazioni, ma in molti ambienti si è trasformato in un sistema rigido: vocabolario obbligatorio, cancel culture, lettura ossessiva del passato e tendenza a dividere la società in colpevoli e vittime sulla base dell’appartenenza a un gruppo.

“Non sono stati i principi dell’uguaglianza o della tutela delle minoranze a risultare sbagliati. È stata la loro trasformazione in un nuovo conformismo, con il suo vocabolario obbligatorio, la cancellazione delle opinioni sgradite, l’abbattimento simbolico delle statue, la rilettura ossessiva del passato e la pretesa di dividere la società in colpevoli e vittime sulla base dell’appartenenza a un gruppo”, osserva Tom Jackerson, analista politico americano.

Il risultato politico, prosegue Jackerson, è sotto gli occhi di tutti: “Mentre i democratici discutevano di identità, pronomi e “privilegi”, milioni di americani facevano i conti con l’inflazione, il costo della casa, la precarietà del lavoro, la sicurezza nei quartieri e la paura di perdere il proprio status sociale. Donald Trump ha occupato esattamente quello spazio, presentandosi come il rappresentante di un’America che non voleva più essere educata, corretta o colpevolizzata dalle élite progressiste”.

Non è soltanto una lettura conservatrice. Dopo la sconfitta democratica del 2024, Bernie Sanders accusò apertamente il partito di avere “abbandonato la classe lavoratrice“, aggiungendo che prima si erano allontanati i lavoratori bianchi e poi anche quelli latini e afroamericani.

Il senatore Chris Murphy, da una posizione diversa, invitò i democratici a ricostruire la propria identità di partito del lavoro e soprattutto ad ascoltare di più. Il deputato progressista Ro Khanna sostenne a sua volta che l’insistenza sull’identità e sull’opposizione personale a Trump non poteva sostituire un’agenda economica credibile.

Diagnosi differenti che convergono sullo stesso punto: una parte della sinistra ha smesso di parlare la lingua della vita quotidiana. Anche Joan C. Williams, studiosa del rapporto tra classe, lavoro e politica, ha descritto una sinistra chiusa in una “bolla di classe”, incapace troppo spesso di comprendere codici, aspirazioni e domanda di rispetto del mondo non laureato.

E il politologo Ruy Teixeira insiste da anni sulla necessità, per i democratici, di recuperare un “common sense” capace di tenere insieme crescita, sicurezza, confini e protezione sociale. Non significa rinunciare ai diritti, ma evitare che ogni dubbio su immigrazione, criminalità o transizione ecologica venga trattato come una colpa morale.

Ora i democratici cambiano terreno: meno identità, più salari, sanità, casa e costo della vita. A guidare il ritorno sono però soprattutto Sanders, Ocasio-Cortez, Zohran Mamdani e i Democratic Socialists of America: una sinistra capace di mobilitare i giovani e di raccogliere piccoli finanziamenti, ma legata anche a parole d’ordine radicali, dal “defund the police” all’abolizione dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione. Le primarie del 2026 raccontano una battaglia ancora apertissima. In Michigan il progressista Abdul El-Sayed ha conquistato la candidatura democratica al Senato; in Colorado la socialista Melat Kiros ha sconfitto la deputata di lungo corso Diana DeGette. Ma l’11 agosto, in Wisconsin, Francesca Hong – socialista, sostenuta dalla base DSA e gravata da vecchie posizioni sull’abolizione della polizia e del Thanksgiving – è stata battuta dal moderato David Crowley per appena 0,4 punti, nonostante fosse stata largamente avanti nei sondaggi.

È un risultato che mostra insieme la forza militante della sinistra radicale e la paura democratica di perdere gli elettori decisivi del Midwest. Il dilemma americano è anche europeo. In Italia Elly Schlein deve tenere insieme i riformisti del Pd, Alleanza Verdi e Sinistra e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. Sono forze che convergono nell’opposizione al governo, ma restano distanti su Ucraina, politica estera, infrastrutture, sicurezza, ambiente e rapporto con le imprese.

Per battere il centrodestra il Pd dovrebbe conquistare i moderati; per tenere unito il campo largo è spinto a inseguirne le componenti più radicali. Ne nasce una coalizione spesso compatta nella protesta, assai meno riconoscibile intorno a un programma di governo. In Francia i socialisti devono scegliere se ricostruire una sinistra riformista oppure accettare la leadership di Jean-Luc Mélenchon e di La France Insoumise. L’alleanza con LFI mobilita giovani e periferie urbane, ma può allontanare il ceto medio e l’elettorato socialdemocratico, mentre il Rassemblement National avanza proprio nelle aree operaie e deindustrializzate un tempo presidiate dalla sinistra.

In Spagna Pedro Sánchez, indebolito sul piano interno, dipende dall’equilibrio fragile con Sumar, mentre Podemos presidia uno spazio ancora più radicale. La rinuncia di Yolanda Díaz a candidarsi alle prossime elezioni ha reso evidente la frammentazione di un’area nata per rigenerare la sinistra e che rischia invece di favorire Partido Popular e Vox. È lo stesso fenomeno che in Italia è stato sintetizzato con l’espressione “sinistra delle Ztl”. “Una definizione magari schematica, ma non priva di verità. Il progressismo contemporaneo parla molto bene il linguaggio dei professionisti, dei dipendenti pubblici con elevato livello d’istruzione, degli studenti universitari e dei quartieri centrali”, osserva un senatore di lungo corso di Forza Italia.

“Molto meno quello delle periferie, dei piccoli imprenditori, degli operai, degli artigiani e di chi considera l’immigrazione incontrollata, la sicurezza o i costi della transizione ecologica problemi concreti e non deviazioni morali da correggere”.

La crisi, dunque, non riguarda soltanto la cosiddetta ideologia woke. Prima la sinistra ha sostituito la questione sociale con l’identitarismo; ora rischia di sostituire l’identitarismo con il massimalismo economico. Archiviare la cancel culture e il definanziamento della polizia per proporre una gigantesca espansione dell’intervento pubblico, tasse molto più elevate e un atteggiamento ideologico verso le imprese non risolverebbe il problema del rapporto con la società: cambierebbe soltanto il terreno dello scontro.

Anche la sinistra europea è davanti allo stesso bivio. Può tornare a occuparsi dei salari senza demonizzare l’impresa, difendere il welfare senza promettere una spesa pubblica illimitata, governare l’immigrazione senza accusare di razzismo chi chiede regole, accompagnare la transizione ecologica senza scaricarne il prezzo sulle famiglie e sull’industria. Oppure può rimpiazzare il vecchio radicalismo identitario con un nuovo radicalismo economico, lasciando ancora una volta senza rappresentanza il vasto spazio del lavoro produttivo e del ceto medio.

La frase di Ocasio-Cortez può rappresentare l’inizio di una revisione seria oppure un’abile operazione di riposizionamento. Riconoscere che “Woke 1 was crazy” è relativamente facile. Più difficile è spiegare perché per anni quelle posizioni siano state difese e trasformate in un metro con cui distribuire patenti di rispettabilità. E ancora più difficile sarà decidere che cosa venga dopo. Correzioni effettuate sul testo: esclusivamente refusi, punteggiatura, spaziatura e grafia degli acronimi evidenti, oltre ai grassetti. Ho corretto anche “dall’élite progressiste” in “dalle élite progressiste“, perché era un errore grammaticale. Virgolettati e formulazioni dell’autore sono rimasti invariati.


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