Il mercato del lavoro italiano ha già dato un segnale molto chiaro. Nel 2025 il 61,2% delle entrate programmate dalle imprese ha richiesto competenze digitali. In valori assoluti, significa oltre 3,5 milioni di profili per i quali le aziende hanno cercato capacità legate all’uso di tecnologie Internet, strumenti digitali di comunicazione visiva e multimediale.
La fotografia arriva dal rapporto
Il dato del 2025 va letto come una base di partenza. Le imprese hanno già incorporato il digitale nella domanda di lavoro. Ora la questione si sposta sulla capacità di preparare persone, ruoli e organizzazioni a un mercato in cui strumenti digitali, dati, automazione e intelligenza artificiale peseranno ancora di più.
Il punto più interessante riguarda la trasversalità. Le aziende hanno cercato tecnici, sviluppatori e specialisti ICT. Ma hanno cercato anche impiegati, addetti commerciali, operatori dei servizi, figure amministrative, profili di produzione e professionisti capaci di lavorare con piattaforme, software, sistemi gestionali, strumenti collaborativi e processi automatizzati.
La competenza digitale è uscita dall’ufficio IT ed è diventata una condizione ordinaria del lavoro.
Il digitale è entrato nella domanda di lavoro
Il rapporto Excelsior distingue tre grandi aree di competenza digitale.
La prima riguarda l’uso di tecnologie Internet e strumenti digitali di comunicazione. È l’area più diffusa: nel 2025 ha interessato il 61,2% delle entrate previste.
La seconda comprende la capacità di utilizzare linguaggi e metodi matematici e informatici per organizzare e valutare informazioni qualitative e quantitative. Qui la quota è arrivata al 48,8% delle entrate.
La terza è più vicina all’innovazione dei processi: applicare tecnologie digitali per automatizzare, migliorare e trasformare attività aziendali. Il rapporto cita strumenti e tecnologie come robotica, Big Data analytics, Internet of Things, intelligenza artificiale, realtà virtuale e realtà aumentata. In questo caso la richiesta ha riguardato il 36% delle entrate programmate.
Sono tre livelli diversi. Il primo abilita l’operatività quotidiana. Il secondo permette di trattare dati e informazioni con maggiore consapevolezza. Il terzo porta il digitale dentro produzione, servizi, organizzazione e modelli di business.
Dai software ai processi aziendali
La richiesta di competenze digitali non coincide con la semplice conoscenza di un programma. Il rapporto mostra una domanda più articolata: le imprese hanno bisogno di persone capaci di muoversi tra strumenti, flussi informativi e attività operative.
Un commerciale può dover usare CRM, piattaforme di marketing automation e dashboard di vendita. Un addetto amministrativo può lavorare su procedure digitalizzate, archivi documentali, strumenti di collaborazione e sistemi gestionali. Un tecnico di produzione può gestire sensori, software di controllo, dati di processo e sistemi di manutenzione predittiva.
La trasformazione digitale prende forma in queste attività, spesso poco visibili. Si misura nella velocità con cui un team condivide informazioni, nella qualità dei dati inseriti in un sistema, nella capacità di leggere un indicatore prima di prendere una decisione.
Il digitale, letto così, diventa una competenza di processo. Serve a lavorare meglio, a ridurre errori, a rendere più rapidi i passaggi tra funzioni diverse. E chiede alle persone una familiarità con strumenti, logiche e linguaggi che fino a pochi anni fa erano considerati specialistici.
Le imprese hanno investito, ma la tecnologia ha chiesto capitale umano
Il rapporto dedica una sezione ampia alle strategie di investimento nella transizione digitale. Nel 2025 poco meno della metà delle imprese, il 49,4%, ha adottato piani integrati di digitalizzazione. Significa che ha combinato investimenti in tecnologie digitali con interventi sul modello organizzativo e sui processi aziendali.
La dimensione aziendale ha pesato molto. Tra le microimprese con 1-9 dipendenti, la quota si è fermata al 43,8%. Nelle imprese con 50-499 dipendenti è salita al 79,6%. Tra quelle con oltre 500 dipendenti ha raggiunto l’80,6%.
Le priorità indicate dalle aziende aiutano a capire dove si è concentrata la trasformazione. Connettività ad alta velocità, soluzioni cloud e Big Data analytics sono state considerate di elevata importanza dal 39,5% delle imprese. La sicurezza informatica ha seguito al 39,2%. Gli strumenti software per acquisire e gestire dati a supporto delle decisioni, della progettazione e dell’analisi dei processi sono arrivati al 34,6%.
Sul piano organizzativo sono emersi il potenziamento delle aree amministrativo-gestionale e giuridico-normativa, indicato dal 26,9% delle imprese, e gli strumenti di lavoro agile, come smart working, telelavoro e lavoro a domicilio, al 26,7%.
Sul modello di business, invece, il rapporto segnala il peso del digital marketing, indicato dal 30,5% delle imprese, e dell’analisi dei comportamenti e dei bisogni dei clienti, al 30%.
La direzione è concreta: le aziende hanno investito in infrastrutture, dati, sicurezza, organizzazione del lavoro, marketing digitale e relazione con il cliente. Ogni investimento ha richiesto persone capaci di usarlo. Una piattaforma acquistata e poco compresa resta un costo. Una piattaforma integrata nei processi può diventare produttività, qualità del servizio, velocità decisionale.
L’e-skill mix: quando una sola competenza digitale non basta
Una delle parti più utili del rapporto riguarda il cosiddetto e-skill mix, cioè la combinazione di più competenze digitali richieste alla stessa figura professionale.
Nel 2025 le entrate per cui almeno una delle tre competenze digitali è stata richiesta con elevata importanza sono state 1,6 milioni, pari al 28% del totale. Dentro questo insieme, circa 875mila profili hanno richiesto una sola competenza digitale con grado elevato di importanza. Altri 743mila profili hanno richiesto invece un mix di almeno due competenze digitali.

Il dato segnala uno spostamento dalla competenza isolata alla competenza integrata. Le imprese hanno cercato persone in grado di usare il digitale in modo più completo: comunicazione, dati, automazione, processi.
Il rapporto evidenzia anche che, tra le entrate con mix di competenze, i profili più richiesti sono stati quelli capaci di integrare tutti e tre gli ambiti osservati. In altre parole: uso delle tecnologie Internet e degli strumenti digitali di comunicazione, competenze matematico-informatiche, capacità di applicare tecnologie digitali per innovare e automatizzare i processi.
I profili ibridi diventano centrali
Il profilo ibrido non è una figura a metà strada tra tecnico e manager. È spesso una persona che conosce bene il proprio mestiere e acquisisce strumenti digitali per svolgerlo in modo diverso.
Nel marketing può voler dire leggere i dati delle campagne e collegarli alle decisioni commerciali. Nell’amministrazione può significare governare flussi documentali e procedure digitali. Nella produzione può voler dire usare dati e sistemi di controllo per ridurre tempi morti, difetti o sprechi. Nelle risorse umane può tradursi nell’uso di piattaforme, analytics e strumenti digitali per selezione, formazione e gestione delle persone.
Questa domanda di competenze ibride è uno dei segnali più rilevanti per le imprese italiane. Le aziende hanno bisogno di specialisti ICT, ma anche di lavoratori capaci di dialogare con gli specialisti, usare strumenti digitali nella propria funzione e comprendere l’impatto delle tecnologie sul lavoro quotidiano.
Guardando avanti, è proprio questa ibridazione a rendere più urgente la formazione. Le imprese dovranno preparare persone capaci di collegare competenze professionali già consolidate con nuovi strumenti digitali. È qui che si giocherà una parte importante della produttività.
Il mismatch è cresciuto proprio sulle competenze più richieste
Il digitale ha pesato sulla domanda di lavoro e ha aumentato anche la difficoltà di reperimento. Il rapporto Excelsior mostra che quando una competenza digitale è stata richiesta, trovare il profilo giusto è diventato più complesso.
Per le competenze digitali di base, la difficoltà di reperimento è passata dal 44,2% delle entrate in cui la competenza non era richiesta al 48,1% quando era richiesta. Quando la competenza è stata considerata di elevata importanza, la quota è arrivata al 48,2%.
Il salto è stato ancora più netto per le competenze matematiche e informatiche. La difficoltà è passata dal 42,8% al 48,3% quando la competenza era richiesta, fino al 50,7% quando le imprese la consideravano molto importante.
Per la capacità di applicare tecnologie digitali all’innovazione e all’automazione dei processi, il dato è arrivato al 49% quando la competenza era richiesta e al 50,8% quando assumeva elevata importanza.

Il messaggio è diretto: più il digitale è diventato rilevante per il ruolo, più è cresciuta la probabilità che l’azienda faticasse a trovare la persona adatta.
Le PMI hanno sentito di più la pressione
Il mismatch ha pesato in modo particolare sulle imprese più piccole. Nelle aziende da 1 a 9 dipendenti, la difficoltà di reperimento per profili con competenze digitali di base è arrivata al 52,1%. Nella fascia da 10 a 49 dipendenti si è collocata al 51,6%.
Le micro e piccole imprese hanno meno margini per competere sui profili già formati. Spesso dispongono di budget più contenuti, minore forza di employer branding e strutture HR meno specializzate. Il risultato è un mercato in cui la domanda di competenze cresce, mentre la capacità di attrarre figure pronte resta diseguale.
Per il sistema produttivo italiano, composto in larga parte da PMI, questo dato ha implicazioni molto pratiche. Il problema riguarda l’efficacia degli investimenti digitali già avviati: software usati solo in parte, dati raccolti e poco valorizzati, automazioni introdotte senza revisione dei processi, strumenti collaborativi adottati senza abitudini condivise.
Una piccola impresa può acquistare un gestionale, una piattaforma e-commerce, un CRM o uno strumento di AI. Il valore arriva quando le persone imparano a inserirli nelle attività di ogni giorno. Qui il divario di competenze diventa un freno operativo, prima ancora che strategico.
L’intelligenza artificiale ha accelerato la domanda di nuove competenze
Il rapporto Excelsior dedica un focus all’intelligenza artificiale, letta come parte della trasformazione digitale delle imprese. Nel 2025 il tasso medio di adozione delle tecnologie legate all’AI è stato pari al 12,4%, con differenze molto forti legate alla dimensione aziendale.
Tra le microimprese, l’utilizzo dell’AI si è fermato al 9,9%. Nelle imprese da 10 a 49 dipendenti è salito al 14,8%. Nelle aziende con almeno 500 dipendenti ha raggiunto il 47,5%.
Il dato racconta una diffusione ancora disomogenea. Le grandi imprese hanno proceduto più velocemente, spinte da maggiori risorse, strutture organizzative più mature e capacità di sperimentare. Le imprese più piccole si sono mosse con più cautela, anche perché l’adozione dell’AI richiede dati, competenze, procedure e una chiara valutazione dei casi d’uso.
L’impatto sul lavoro, però, è già visibile. L’AI cambia mansioni, criteri decisionali, flussi operativi, gestione delle informazioni e responsabilità. Usare un sistema di AI in azienda significa formulare richieste, controllare risultati, proteggere informazioni sensibili, valutare output, interpretare limiti e rischi.
La formazione diventa particolarmente delicata perché l’intelligenza artificiale promette velocità, ma introduce anche complessità. Un uso superficiale può generare errori, inefficienze, rischi reputazionali o problemi di compliance. Un uso competente può ridurre attività ripetitive, migliorare analisi, sostenere decisioni più rapide e liberare tempo per attività a maggiore valore.
Le professioni ICT sono rimaste il punto più critico
Il rapporto stima per il 2025 164.260 entrate nelle professioni ICT. Per il 58,1% di queste, le imprese hanno dichiarato difficoltà di reperimento. Il dato è in linea con il 2024 e conferma una criticità persistente.
La domanda si è concentrata soprattutto nei servizi informatici e nelle telecomunicazioni, che hanno assorbito il 50,2% delle entrate programmate per le professioni ICT. Seguono i servizi avanzati di supporto alle imprese, con il 19%. L’industria ha pesato per quasi un quarto del fabbisogno complessivo, con quote rilevanti nella fabbricazione di macchinari, attrezzature e mezzi di trasporto, oltre che nelle industrie elettriche, elettroniche, ottiche e medicali.
Il fabbisogno ICT conferma la pressione sulle figure specialistiche. Programmazione, gestione dei sistemi, cybersecurity, data management, infrastrutture cloud, automazione e supporto tecnico restano aree in cui il mercato risponde con fatica alla domanda.
Ma sarebbe riduttivo confinare il problema alle professioni ICT. Il rapporto mostra che il digitale investe anche ruoli non tecnici. La vera questione, per molte imprese, è costruire un ponte tra specialisti e funzioni aziendali: IT, marketing, vendite, operations, HR, amministrazione, logistica.
Quando questo ponte manca, la tecnologia resta separata dal lavoro. Gli specialisti parlano un linguaggio, i reparti un altro. I dati esistono, ma vengono letti da pochi. Le piattaforme sono disponibili, ma le persone le usano in modo discontinuo. Il risultato è una digitalizzazione che avanza a macchie, con reparti maturi e altri fermi a pratiche precedenti.
La formazione aziendale serve a evitare lo skill gap
La conseguenza più rilevante per le imprese riguarda la formazione interna. Se nel 2025 il 61,2% delle entrate ha richiesto competenze digitali e se la difficoltà di reperimento è aumentata proprio sulle skill più importanti, affidarsi solo al recruiting espone le aziende a un rischio evidente: cercare sul mercato competenze che il mercato fatica a offrire.

Le aziende devono lavorare sul capitale umano già presente. Significa mappare le competenze disponibili, capire quali attività stanno cambiando, definire percorsi di aggiornamento per ruoli diversi e costruire una cultura digitale capace di accompagnare gli investimenti tecnologici.
Il rapporto lo mostra anche osservando l’impatto degli investimenti digitali sul capitale umano. Le imprese che hanno investito nella trasformazione digitale hanno attivato tre leve: reclutamento di personale con competenze adeguate, formazione del personale già presente e ricorso a servizi esterni di consulenza. La formazione interna è il passaggio che permette di portare il digitale dentro l’organizzazione, evitando che resti affidato solo a nuove assunzioni o a fornitori esterni.
Upskilling e reskilling come risposta pratica
L’upskilling serve ad aggiornare competenze esistenti. Un team marketing che usa strumenti di analytics in modo elementare può imparare a leggere meglio i dati, segmentare i pubblici, misurare le campagne con criteri più solidi. Un ufficio amministrativo può migliorare l’uso di gestionali, archivi digitali e procedure automatizzate. Un reparto commerciale può lavorare meglio con CRM, pipeline, dashboard e strumenti di relazione digitale.
Il reskilling interviene quando il ruolo cambia in modo più profondo. Alcune attività manuali o ripetitive vengono automatizzate. Altre si spostano verso controllo, interpretazione, coordinamento e gestione del dato. La persona rimane in azienda, ma acquisisce competenze nuove per presidiare processi diversi.
Per le PMI questa scelta può essere decisiva. Formare internamente permette di valorizzare persone che conoscono già clienti, prodotti, procedure e cultura aziendale. Riduce la dipendenza da un mercato esterno competitivo. Aiuta a trasformare strumenti acquistati in risultati misurabili.
Formare sui nuovi temi del digital
Il rapporto Excelsior suggerisce con chiarezza le aree su cui intervenire. Le imprese hanno chiesto competenze su strumenti Internet, comunicazione digitale, metodi matematico-informatici, automazione dei processi, Big Data, intelligenza artificiale e tecnologie 4.0.
Tradotto in percorsi aziendali, significa lavorare su alcune aree prioritarie: alfabetizzazione digitale avanzata, uso dei dati nei processi decisionali, cybersecurity di base, AI applicata alle funzioni aziendali, digital marketing, strumenti collaborativi, automazione delle attività operative, gestione consapevole di software e piattaforme.
La formazione più efficace nasce dai problemi reali dell’impresa. Un corso sull’AI ha valore se aiuta un ufficio a risparmiare tempo su attività ripetitive, migliorare la qualità di un output o controllare meglio un processo. Un percorso sui dati funziona quando permette a un team di leggere KPI, individuare anomalie, prendere decisioni più rapide. Un modulo sulla cybersecurity diventa concreto quando riduce comportamenti rischiosi nella gestione quotidiana di email, file, accessi e dispositivi.
La formazione, in questa lettura, non è un capitolo separato dalla trasformazione digitale. È il modo in cui la trasformazione entra nelle attività delle persone.
Scuola, ITS e università restano centrali, ma i tempi delle imprese sono più rapidi
Il rapporto dedica spazio anche alla formazione e all’istruzione per lo sviluppo delle competenze digitali. La richiesta cresce con il livello di istruzione e specializzazione, ma con una dinamica interessante: le imprese si attendono competenze digitali molto forti dai laureati e anche dai diplomati degli ITS Academy, soprattutto quando si parla di linguaggi matematici, metodi informatici e gestione di soluzioni innovative.
Alla quasi totalità dei laureati, il 93,7%, le imprese hanno chiesto competenze digitali di base. Per il 66,9% delle entrate di laureati, questa competenza è stata considerata fondamentale.
Gli ITS Academy emergono come canale particolarmente vicino alla digitalizzazione dei processi produttivi. Il rapporto li cita come snodo rilevante, soprattutto per quelle competenze che collegano tecnologia, produzione e innovazione operativa.
Il sistema educativo alimenta il mercato con nuovi profili. Le imprese, però, cambiano strumenti, piattaforme e processi con tempi più rapidi dei cicli formativi. La formazione aziendale copre questo spazio: aggiorna le competenze quando le tecnologie entrano nei reparti, quando cambiano i software, quando un team deve imparare a lavorare in modo diverso.
Il capitale umano deciderà il ritorno degli investimenti digitali
La transizione digitale delle imprese italiane appare legata a un equilibrio preciso: tecnologia, organizzazione e competenze. Il rapporto Excelsior mostra investimenti in cloud, sicurezza, dati, software, smart working, digital marketing e AI. Mostra anche una domanda di lavoro in cui le competenze digitali hanno riguardato milioni di profili.
Il punto di attrito è il mismatch. Le competenze richieste sono cresciute, la reperibilità è rimasta difficile, le PMI hanno sofferto di più, le professioni ICT hanno continuato a essere scarse. In mezzo ci sono le aziende, chiamate ora a trasformare gli investimenti in produttività.
La formazione interna diventa quindi una scelta industriale. Serve a rendere più autonome le persone, a ridurre i tempi di adozione delle tecnologie, a evitare che il digitale resti confinato a pochi specialisti. Serve anche a creare linguaggi comuni tra reparti: chi gestisce i dati, chi li usa per vendere, chi li trasforma in decisioni, chi li protegge.
Il rapporto Excelsior consegna una fotografia chiara del mercato del lavoro italiano. Nel 2025 il digitale era già dentro la maggioranza delle assunzioni previste. Il prossimo passaggio dipenderà dalla capacità delle imprese di far crescere quelle competenze dentro l’organizzazione, prima che lo skill gap diventi il vero limite della trasformazione.
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Fabio Casciabanca
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