La parola scelta è quella che fa più rumore: censura. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni l’ha usata contro la nuova dichiarazione richiesta agli editori che vogliono partecipare a Più libri più liberi, la fiera romana della piccola e media editoria in programma alla Nuvola dell’Eur dal 4 all’8 dicembre 2026. Nel modulo di adesione, secondo quanto riportato dall’ANSA, viene chiesto di riconoscere e condividere “i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione italiana”.
La Premier ha parlato di “patentino antifascista”, sostenendo che la cancellazione delle idee “non di sinistra”, camuffata da lotta antifascista, sarebbe un vecchio vizio della sinistra. La Fiera ha respinto l’accusa, spiegando che il richiamo riguarda principi costituzionali, democratici e inderogabili, e ha annunciato un ulteriore approfondimento “per rispetto istituzionale”. Fin qui la cronaca. Poi c’è il resto, quello che pesa davvero: in Italia l’antifascismo non nasce come galateo editoriale, né come postura da salone culturale. Nasce dentro la Repubblica.
Per partecipare alla fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, che si svolgerà a Roma, le case editrici dovranno ottenere quest’anno il “patentino antifascista”, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione.
È così che la sinistra concepisce la libertà di…
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) June 14, 2026
La Costituzione non è neutrale
Il passaggio più semplice, spesso, è quello che viene aggirato con più cura. La XII disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Poche parole, molto nette. Nello stesso impianto costituzionale c’è anche l’articolo 21, quello che tutela la libertà di manifestare il proprio pensiero e stabilisce che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Le due cose stanno insieme. Libertà di espressione e limite antifascista abitano nella stessa casa, perché quella casa è stata costruita dopo una dittatura, una guerra, le leggi razziali, la repressione politica, il carcere, il confino, le deportazioni, le fucilazioni. La Costituzione italiana è nata da culture politiche diverse, spesso lontanissime tra loro, unite almeno su una soglia: il fascismo non doveva tornare a organizzarsi nello spazio democratico.
Qui conviene essere chiari: l’apologia del fascismo può essere reato. La legge Scelba del 1952, nata per attuare la XII disposizione della Costituzione, punisce anche l’apologia del fascismo. La Corte costituzionale ha poi chiarito la soglia: non basta una nostalgia generica, una frase provocatoria o una difesa elogiativa. Serve un’esaltazione capace di favorire, anche indirettamente, la riorganizzazione del disciolto partito fascista. La precisazione conta, perché evita scorciatoie. Il quadro, però, resta limpido: l’ordinamento italiano non tratta il fascismo come una normale opinione tra le altre: lo considera un pericolo costituzionale.
Quindi mi domando: se una dichiarazione antifascista diventa censura, allora, seguendo quel ragionamento, la Costituzione sarebbe tutta una censura? Censura del fascismo, del partito unico, della libertà presa a calci e poi rivenduta come ordine. E noi che ci abbiamo costruito sopra la Repubblica.
Il peso della parola censura
La censura è una cosa seria. Evoca lo Stato che vieta, taglia, sequestra, impedisce la circolazione delle idee. In questo caso, invece, si parla di una fiera dell’editoria che prova a fissare una soglia di compatibilità con principi costituzionali dichiarati. Si può discutere lo strumento. Si può trovare goffo un modulo. Si può dire che l’antifascismo, quando finisce in una formula amministrativa, rischia di perdere carne e diventare carta. Il problema nasce quando il richiamo ai valori antifascisti viene presentato come una stretta autoritaria contro il pensiero libero.
La vicenda arriva dopo la polemica esplosa nell’edizione 2025, quando la presenza di una casa editrice contestata per un catalogo ritenuto vicino all’immaginario neofascista aveva provocato proteste e una lettera firmata da oltre ottanta autrici, autori ed editori. AIE, nel comunicato finale della fiera 2025, aveva ricordato senza mezzi termini che il regolamento già prevedeva il rispetto dei valori della Costituzione italiana, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e della Dichiarazione universale dei diritti umani:
Ribadiamo che, come editori, siamo contrari a ogni censura così come siamo convinti assertori dei valori della Costituzione italiana che ha condannato e messo al bando per sempre il fascismo.
Il nuovo allegato, quindi, non nasce nel vuoto. Nasce dentro una frizione già aperta: che cosa può ospitare una fiera culturale, che cosa normalizza, che cosa mette in vetrina insieme agli altri. Una fiera dei libri non è un’aula di tribunale e non deve sostituirsi ai giudici. Però uno spazio culturale può interrogarsi sui propri confini, specie quando il tema riguarda cataloghi, simboli e narrazioni che toccano direttamente la memoria democratica del Paese.
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Pluralismo e memoria
Il pluralismo è una parola preziosa. Significa confronto, circolazione delle idee, conflitto democratico. In Italia, però, viene spesso stirato fino a diventare una coperta buona per tutto. All’improvviso il problema non è più la presenza di immaginari che flirtano con il fascismo, ma chi chiede di riconoscere l’antifascismo come base comune. Così il fastidio cambia posto. La responsabilità pure.
Studiare il fascismo, pubblicare ricerca storica, analizzare testi, discutere documenti, affrontare anche pagine scomode della storia è parte del lavoro culturale. Trasformare nostalgia, esaltazione o estetica del regime in normale merce da banco è un’altra cosa. La libertà di espressione si difende anche ricordando che tutte le idee non hanno avuto lo stesso rapporto con la libertà. Alcune l’hanno allargata. Altre l’hanno distrutta.
Per questo la polemica sul “patentino antifascista” dice molto più di un modulo. Racconta il tentativo, ormai ricorrente, di trasformare l’antifascismo in una parola di parte, quasi imbarazzante, da maneggiare con prudenza per non disturbare nessuno. Eppure, la Repubblica italiana non nasce da una neutralità gentile. Nasce da una scelta precisa, scritta nelle sue norme fondamentali e nelle leggi che ne hanno dato attuazione.
Chiamarla censura può funzionare in un post, in una schermaglia politica, in una domenica di polemiche. Poi resta la carta. E quella carta dice una cosa molto semplice: l’antifascismo non è un accessorio. È una delle condizioni che permettono alla libertà di esistere senza consegnarsi di nuovo a chi l’ha già presa a manganellate. La Costituzione non ha bisogno di un badge: è antifascista già dalla porta.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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